"Migrare di rondini": la poesia di Vincenzo Savoca che celebra il viaggio della vita


MIGRARE DI RONDINI
Mi ricordo il viaggio al tempo
che si migrava a stormi in un
veleggiare di rondini, da una
stagione che mai fu davvero
estate, verso orizzonti pieni
di ciminiere e fumi, di chiusa
vita e senza l'azzurro palpito
marino, né strepiti di cicale
da cavi ulivi di strinati campi
travagliati d'abbagli di sole.
Ancora bambino, cogl'occhi
lustri di sogni, bramavo scampoli
d'avventura sull'uscio di casa
d'ostinata oscurità e di frastornati
pensieri la sera. Senza pietà
veniva a sostare inquieta
s'addipanate case senza respiro.
D'immenso piacere fu quel
viaggio per le coste, tra picchi
e rupi dell'Appennino calabro.
Laggiù una lingua di mare violaceo
su ventri di bianche spiagge,
e ruderi di case sparse s'arida terra.
I tetti sfondati, le finestre aperte,
a sommo di sparuti scheletri d'ulivi,
sull'argille d'infinito abbandono,
senza più mani d'uomo, né amore.
Passare la notte sulla rete del
portabagagli, di stentato sonno,
e udire sferragliare e fischi di treno.
Una notte intera passata a spiare
luci di stelle in angoli di finestrini,
borghi su cime di monti, e luci fiacche,
tutte uguali, sì monotone!
Giungere nell'orecchio stanco,
frastornato mormorio d'altra gente,
di parole notturne a mezza voce,
mozzate per celare tremolii di pianto.
Allora nulla sapevo di questo migrare
di rondini, non certo per svernare.
Al mattino, l'alba del nuovo giorno
in nebbie di foschia marina, un lembo
di sole, una striscia di luce su quel
nostro lungo viaggio. Non sono mai
stato felice come fui quel giorno.

Vincenzo Savoca
Ragusa 4 luglio 2026

Una poesia che tocca le corde profonde della memoria e dell'emigrazione. Vincenzo Savoca dipinge con le paro U le un quadro vivido, quasi cinematografico, del viaggio di un bambino che lascia il Sud per un Nord industriale.

Il titolo "Migrare di rondini" gioca su un'amara ironia che viene svelata solo verso la fine della poesia ( "non certo per svernare" ). Le rondini migranti per natura, per istinto di sopravvivenza verso il caldo. I protagonisti di questa poesia, invece, compiono una migrazione al contrario: fuggono dal sole e dal mare per andare verso il freddo delle città industriali ( "orizzonti pieni di ciminiere e fumi" ). La "stagione che mai fu davvero estate" suggerisce un'infanzia privata della spensieratezza estiva, segnata già dal bisogno.

Il Contrasto Paesaggistico e Sensoriale
La poesia vive di un forte dualismo geometrico ed emotivo:
Il Sud della memoria: È fatto di contrasti violenti. Da un lato la natura aspra e bellissima ( "azzurro palpito marino" , "mare violaceo su ventri di bianche spiagge" ), dall'altro la desolazione della povertà ( "ruderi di case sparse" , "tetti sfondati" , "argille d'infinito abbandono" ). Gli ulivi non sono rigogliosi, sono "scheletri" tormentati dal sole.
Il Viaggio in Treno: Diventa uno spazio sospeso. Il treno notturno, lo "stentato sonno" sulla rete del portabagagli, lo sferragliare ei fischi. C'è la percezione del bambino che "spia" le stelle ei borghi arroccati, trovandoli monotoni, ignaro del dramma degli adulti circostanti.
L'Elemento Umano: Le voci nella notte, quel "mormorio d'altra gente" e le "parole notturne a mezza voce, mozzate per celare tremolii di pianto" . È l'istantanea più dolorosa dell'emigrazione: la vergogna e il dolore del distacco, vissuti nel silenzio forzato di uno scompartimento.

La Felicità dell'Inconsapevolezza
La chiusa della lirica è folgorante e racchiude tutta la purezza dello sguardo infantile:
"Non sono mai stato felice come fui quel giorno."
Mentre gli adulti piangono e il treno corre verso una "chiusa vita" , il bambino prova un "immenso piacere" . Per lui, quel viaggio drammatico è uno "scampolo d'avventura" che lo porta fuori dall'oscurità della sua vecchia casa. C'è una luce finale ( "un lembo di sole, una striscia di luce" ) che non è solo meteorologica (la nebbia del Nord che si dirada), ma rappresenta la speranza ingenua del futuro, la felicità pura di chi si muove verso l'ignoto senza il peso del passato.
Savoca utilizza un linguaggio fortemente evocativo e analogico ( "strinati campi" , "s'addipanate case senza respiro" ). Il ritmo è scandito dal movimento del treno, con versi che si susseguono fluidi ricreando il viaggio lungo la dorsale appenninica. La scelta di spezzare i legami sintattici normali riflette il disorientamento e la frammentarietà dei ricordi d'infanzia.

Una lirica potente, che riesce a trasformare il dramma storico e sociale dell'emigrazione italiana in un canto intimo, nostalgico e, paradossalmente, luminoso.

Recensione a cura di Francesca Giordano.
Invito alla lettura: italianewspost.com





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