Il confronto politico sulla manutenzione dei corsi d’acqua piemontesi si concentra sull’efficacia degli interventi, sulla loro compatibilità ambientale e sulla disponibilità di monitoraggi capaci di dimostrare una reale riduzione del rischio alluvionale. Il consigliere regionale del Partito Democratico Domenico Rossi è tornato sul quarto programma di manutenzione idraulica con asportazione di materiale litoide, dopo la risposta fornita dall’assessore regionale Marco Gabusi all’interrogazione presentata dal gruppo PD.
Pier Carlo Lava
Rossi ha criticato la replica dell’assessore, sostenendo che la rapidità e il tono della difesa del programma alimenterebbero ulteriormente i dubbi sul cosiddetto “modello piemontese”. La sua posizione, tuttavia, non è contraria in linea generale alla manutenzione dei fiumi o alla prevenzione del rischio idrogeologico: il punto sollevato riguarda il metodo seguito, i criteri scientifici utilizzati e la verifica degli effetti prodotti dagli interventi.
Il quarto programma: 94 interventi e quasi 897 mila metri cubi di materiale
Il quarto programma è stato approvato dalla Giunta regionale con la deliberazione del 4 maggio 2026 e comprende 94 interventi distribuiti sul territorio piemontese. L’interrogazione presentata da Rossi indica l’asportazione di 684.800 metri cubi di sedimenti e la movimentazione interna di altri 212 mila metri cubi, per un totale vicino a 897 mila metri cubi.
I dati sono sostanzialmente confermati dalla risposta dell’assessore, che parla di circa 685 mila metri cubi destinati all’asportazione e di oltre 200 mila metri cubi movimentati all’interno degli alvei per interventi di ripascimento e rafforzamento delle sponde.
La Regione presenta il programma come uno strumento finalizzato alla sicurezza del territorio e alla prevenzione del rischio idrogeologico. La relativa manifestazione di interesse è stata aperta alle imprese e agli altri soggetti privati interessati alla progettazione e alla realizzazione degli interventi.
Le obiezioni contenute nell’interrogazione
L’interrogazione del PD richiama le contestazioni attribuite al Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale, a ricercatori e studiosi del settore. Secondo il documento, le principali perplessità riguarderebbero la quantità di materiale da rimuovere, la localizzazione di numerosi interventi e la scarsità di dati tecnici presenti nelle schede iniziali.
In particolare, l’atto sostiene che l’87% degli interventi non sarebbe collocato in corrispondenza di centri abitati e che il 44% non sarebbe situato né presso abitati né in prossimità di opere trasversali o canalizzazioni. Queste percentuali sono riportate nell’interrogazione come risultato dell’analisi svolta dai proponenti, ma non sono accompagnate nel documento da un prospetto analitico che consenta di verificarle intervento per intervento.
Rossi segnala inoltre che 48 interventi su 94, pari al 51%, sarebbero riproposizioni di opere già comprese nei programmi precedenti. Anche questo dato è contenuto nell’interrogazione e viene utilizzato per sollevare il dubbio che alcune escavazioni producano benefici soltanto temporanei.
Per mantenere una formulazione prudente, queste percentuali devono quindi essere presentate come valutazioni contenute nell’atto del consigliere, e non come conclusioni definitivamente accertate da un organismo indipendente.
Rossi: prevenzione e tutela ambientale devono procedere insieme
«La nostra interrogazione non nasce dalla volontà di bloccare gli interventi di manutenzione dei corsi d’acqua, né dalla contrarietà alla prevenzione del rischio idrogeologico», precisa Rossi nel comunicato.
Il consigliere chiede piuttosto di comprendere se l’asportazione dei sedimenti rappresenti sempre la soluzione più appropriata e se gli interventi siano coerenti con le conoscenze più aggiornate sulla dinamica dei fiumi. Secondo la sua posizione, sicurezza idraulica e tutela degli ecosistemi non devono essere considerate obiettivi contrapposti.
La richiesta principale riguarda quindi l’esistenza di dati oggettivi e monitoraggi successivi alle opere: variazioni delle sezioni fluviali, comportamento delle piene, stabilità delle sponde, effetti sulle infrastrutture e condizioni degli habitat acquatici.
La risposta di Gabusi: gli interventi non dipendono soltanto dalla presenza di abitati
La Regione contesta l’interpretazione secondo cui gli interventi sarebbero consentiti esclusivamente nei centri abitati. Nella risposta, Gabusi afferma che la disciplina tecnica contempla tre situazioni: interventi presso opere trasversali, in corrispondenza di restringimenti dell’alveo e nei centri abitati quando esistano motivate esigenze idrauliche. Le prime due condizioni possono presentarsi anche in tratti extraurbani.
L’assessore osserva che un deposito di sedimenti localizzato a monte di un centro abitato potrebbe provocare restringimenti, deviazioni della corrente, erosioni delle sponde o fenomeni di rigurgito con conseguenze anche a distanza.
Secondo la Regione, gli interventi sarebbero stati individuati dai settori tecnici regionali e da AIPo sulla base delle criticità effettivamente rilevate nei corsi d’acqua, e non soltanto in funzione della loro collocazione geografica.
Il programma non equivale ancora all’autorizzazione dei lavori
Un chiarimento importante contenuto nella risposta riguarda la natura dell’atto approvato. L’inserimento di un’opera nel programma non autorizza automaticamente l’escavazione.
Ogni intervento dovrà essere sviluppato attraverso un progetto definitivo ed esecutivo, redatto da professionisti abilitati, verificato dall’autorità idraulica competente e autorizzato soltanto dopo le valutazioni tecniche previste dalla normativa.
Quando i lavori interesseranno aree sottoposte a tutela o siti della Rete Natura 2000, dovranno essere eseguite la valutazione di incidenza, le verifiche paesaggistiche e gli altri procedimenti ambientali richiesti. La Regione sostiene quindi che la tutela naturalistica sarà esaminata nella fase autorizzativa di ciascun progetto e non completamente nella fase preliminare di programmazione.
Questa impostazione risponde in parte all’obiezione relativa alla carenza di relazioni dettagliate nelle schede iniziali, ma lascia aperta una questione: stabilire quale livello minimo di analisi tecnica debba essere già disponibile prima dell’inserimento di un intervento in un programma regionale.
Il coinvolgimento delle imprese private
Il modello piemontese prevede che imprese o altri soggetti privati possano manifestare interesse alla progettazione e alla realizzazione delle opere, ottenendo in concessione il materiale estratto. La procedura è stata introdotta dalla Regione nel 2021 e applicata attraverso più programmi successivi.
Secondo Gabusi, il ricorso agli operatori privati permette di accelerare gli interventi senza imporre nuovi costi alla finanza pubblica. I progetti restano comunque sottoposti all’approvazione vincolante dell’autorità idraulica, che può richiedere modifiche o negare l’autorizzazione.
L’interrogazione esprime invece perplessità sul fatto che i progetti esecutivi vengano predisposti da soggetti economicamente interessati al materiale estratto. Il tema non implica necessariamente l’esistenza di irregolarità, ma richiama la necessità di garantire controlli pubblici rigorosi, trasparenza e una chiara separazione tra interesse economico e valutazione tecnica.
I risultati rivendicati dalla Regione
La Regione riferisce che i primi tre programmi hanno prodotto o avviato 130 interventi, con una movimentazione complessiva di circa 1,344 milioni di metri cubi di materiale, dei quali oltre un milione destinati all’asportazione.
La documentazione regionale disponibile online distingue 80 interventi già eseguiti e altri 50 in corso, con circa 1,02 milioni di metri cubi asportati.
Gabusi riferisce inoltre che il sistema avrebbe generato circa 930 mila euro di introiti, reinvestiti nella manutenzione dei corsi d’acqua, nelle opere di difesa del suolo e negli interventi destinati ai territori, con attenzione particolare ai Comuni montani.
Per l’assessore, il numero degli interventi realizzati, le candidature presentate dagli operatori e le richieste provenienti dai sindaci dimostrerebbero l’effettiva applicabilità del modello.
Il punto ancora controverso: quantità degli interventi o efficacia misurata?
È proprio su questo passaggio che si concentra la critica di Rossi. Il numero degli interventi, i metri cubi movimentati e gli introiti economici misurano l’attività svolta, ma non dimostrano automaticamente la riduzione del rischio alluvionale.
Per valutare l’efficacia del programma servirebbero indicatori differenti, per esempio:
- il confronto tra la situazione dell’alveo prima e dopo l’opera;
- il comportamento del corso d’acqua durante le piene successive;
- la stabilità delle sponde e delle infrastrutture;
- l’eventuale necessità di ripetere l’intervento;
- gli effetti sulla vegetazione e sugli habitat;
- il rapporto tra costi, benefici e durata del risultato.
Nella risposta dell’assessore vengono descritti procedure, volumi movimentati, controlli autorizzativi e risultati amministrativi, ma non vengono presentati studi comparativi post-intervento o indicatori quantitativi uniformi sulla riduzione del rischio idraulico.
Ciò non dimostra che gli interventi siano inefficaci; significa però che la risposta politica e amministrativa non scioglie completamente la domanda posta da Rossi sul loro beneficio scientificamente misurato.
Due posizioni da mantenere distinte
La Regione sostiene di avere costruito un sistema programmato che consente di intervenire prima delle emergenze, mobilitando risorse private ma conservando il controllo pubblico sull’autorizzazione delle opere.
Rossi non chiede necessariamente di abbandonare ogni manutenzione o rimozione di sedimenti, ma di verificare caso per caso se l’intervento sia necessario, proporzionato e coerente con una visione complessiva del bacino fluviale.
Il confronto non può quindi essere ridotto alla contrapposizione tra chi vuole pulire i fiumi e chi vorrebbe lasciarli senza manutenzione. La questione reale è quale tipo di manutenzione serva, dove debba essere effettuata, con quali quantità e sulla base di quali verifiche preventive e successive.
La richiesta di un confronto scientifico e trasparente
«Riflettere, osservare il quadro d’insieme, ascoltare chi studia questi fenomeni e avere la disponibilità a correggere le proprie scelte quando emergono elementi nuovi non è un segno di debolezza: è buon governo», conclude Rossi.
Il consigliere invita quindi la Regione a sottoporre il modello a un confronto pubblico con autorità di bacino, tecnici, studiosi, associazioni scientifiche e amministratori locali.
La posizione della Giunta resta invece favorevole alla prosecuzione del quarto programma, ritenuto compatibile con le norme vigenti e con gli obiettivi di prevenzione. Gabusi afferma che non emergerebbero ragioni sufficienti per sospenderlo o ritirarlo.
Il nodo centrale rimane aperto: la Regione documenta interventi, volumi e procedure, mentre il consigliere del PD domanda prove più specifiche sugli effetti idraulici e ambientali prodotti nel tempo. Un confronto che, data la delicatezza della sicurezza dei territori e degli ecosistemi fluviali, merita di essere affrontato attraverso dati accessibili, valutazioni indipendenti e monitoraggi confrontabili.
Manutenzione dei fiumi, Rossi chiede verifiche sul modello piemontese.
Il consigliere regionale Domenico Rossi chiede dati scientifici e monitoraggi sugli effetti del quarto programma piemontese di manutenzione idraulica, che prevede 94 interventi e la movimentazione di quasi 897 mila metri cubi di sedimenti.
Fonte: comunicato del consigliere regionale Domenico Rossi, interrogazione n. 1172, risposta dell’assessore Marco Gabusi e documentazione ufficiale della Regione Piemonte.
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