San Francesco d’Assisi, a cui è dedicato il presente anno ricorrendo l’ottavo centenario
della morte, non credo abbia eguali nella storia della Chiesa, ma altri grandi ne sono
apparsi prima e dopo di lui, simili nella illuminazione repentina, nella capacità di un
capovolgimento totale degli obiettivi, che da malvagi, sconvenienti, goderecci, si sono
trasformati in appassionata e rigorosa dedizione di vita secondo lo spirito evangelico.
Pensiamo a Paolo di Tarso, ma anche a lui Camillo de Lellis, un personaggio fra i più
generosi che la Chiesa vanti, proclamato per la carità verso sofferenti e moribondi “celeste
patrono di tutti gli infermi e di tutti gli ospedali”, invocato nelle litanie degli agonizzanti.
Oltre 40 anni di dedizione assoluta; fondatore dell’Ordine “Ministri degli infermi”
(camilliani) il cui distintivo è una Croce rossa. Il 14 luglio, giorno della sua morte,
celebrata anche nel calendario liturgico, ne ripercorro nuovamente la vita che ha su di me e
credo su molti un fascino enorme, poiché esprime quel tipo di personalità forte,
infervorata, capace di scelte tanto determinate quanto difficili e, nonostante, realizzate a
dispetto delle indicibili difficoltà e delle inevitabili ostilità.
Abruzzese, nacque a Bucchianico il 25 maggio 1550 dai nobili Giovanni de Lellis e
Camilla de Compellis. Molte leggende circondano la sua nascita, ma un dato certo è che
la madre lo partorì quasi sessantenne, forse 57, e dunque la nascita ebbe del miracoloso
anche per alcuni segni premonitori. L’insegnamento di Camilla, donna assai pia, fu di
breve durata, Camillo la perse a 13 anni e il padre, capitano dell’esercito di Carlo V, lo
prese con sé, sicché adolescente divenne uomo d’arme. Si arruolò sotto le bandiere di
Venezia contro i Turchi.
Orgoglioso e intollerante, si distinse in molti fatti d’arme e molti duelli, divenne un
giocatore d’azzardo, una vita dedita a sregolatezze. Fu al seguito di Giovanni d’Austria, a
Zara, a Corfù, sotto il comando del regno di Napoli e di quello di Spagna. In seguito,
unitosi a una compagnia di ventura militò in Africa. Al tempo delle lotte contro i Turchi
aveva riportato una ferita al piede, molto dolorosa, dalla quale non era mai guarito, e che
l’aveva costretto a una lunga degenza presso l’Ospedale San Giacomo in Roma.
Il primo slancio di volontariato nacque allora, ma molto contraddittorio: passava dalla
dedizione all’insofferenza al litigio; si eclissava per lunghe partite a dadi o carte. Fu proprio
la passione per il gioco a ridurlo in povertà. Come rifarsi delle perdite subìte? A quell’epoca
un soldato si rifaceva col bottino di guerra, il saccheggio. Si litigava per cause anche
pretestuose pur di acciuffare le ricchezze altrui, crudeltà e violenze dilagavano. Era questo
il mondo di Camillo. Ma è veramente cambiato qualcosa al giorno d’oggi?
La vera crisi avvenne a Manfredonia, ma si radicò in lui a San Giovanni Rotondo; in
questi due luoghi il dialogo con dei religiosi sulla carità, lo fece entrare in profonda crisi. A
volte in un’anima inquieta, che forse non si rende conto di esserlo, che però sente il limite
del proprio vivere, poche parole sono capaci di deflagrare nell’animo scombussolandolo.
Pensiamo al personaggio manzoniano dell’Innominato. Improvvisamente srotola le parole
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del rosario. In Camillo riemerge l’insegnamento materno. E così, come avviene nelle
personalità di livello superiore, riesce a convogliare nell’eroico le grandi doti disperse in
mille rivoli di umana miseria. Camillo chiede “Dimmi o Signore cosa vuoi da me”.
Il giovane bellissimo, alto e forte, il dissoluto, che a 25 anni si trova orfano e povero, supera
orgoglio e vanità e raggiunge nell’annullarsi una grandezza che mai avrebbe conquistato
con la più grande conquista terrena. La sensibilità di Camillo si è affinata, la piaga maligna
che gli dà il metro della sofferenza lo spinge ad affratellarsi con tutto l’umano soffrire.
Dalla solitudine interiore arriva all’amore universale. Entra nell’ordine dei cappuccini ma
l’asprezza dell’abito monacale rende insopportabile il dolore della ferita al piede. Ciò
nonostante, è deciso a lasciare il mondo; e il ritorno al San Giacomo a Roma per curare la
ferita, sarà il ritorno decisivo alla vocazione per l’assistentato.
Trova una guida spirituale in San Filippo Neri. Si dedica ai malati senza soste. É nominato
Maestro di casa, ruolo di molta responsabilità. Cosa fossero gli ospedali a quei tempi non è
da noi immaginabile: a stento dietro lauti compensi qualcuno si assoggettava ad assistere i
malati; spesso si costringevano i detenuti a scontare la pena occupandosi dei poveri malati
al posto dei lavori forzati. Immaginiamo con quale competenza e quale disposizione
d’animo. Spesso i malati erano lasciati senza cibo per giorni e morivano d’inedia; spesso
persone in coma o deliquio erano prese per morte e sepolte vive. Rari erano i sacerdoti che
si occupavano di confortare e assistere.
Camillo entrò nel vivo dell’opera di rinnovamento come un ciclone; con il suo carattere
rigido e focoso. Regolò il servizio degli infermieri con assistenza continua e sicura; vigilava
e spiava perché tutto fosse secondo regolamento; spesso si nascondeva sotto i letti per
verificare il comportamento degli infermieri. Ingaggiò lotte indicibili perché i cibi fossero
sani e ben cotti; si era reso conto che era facile gioco per gli approvvigionatori inviare cibo
avariato, tanto nessuno controllava. Ma fare tutto questo da solo, era troppo arduo.
Ebbe la felice intuizione di costituire una Congregazione. E lottò contro la diffidenza dei
superiori, l’ostilità dei malevoli, i pregiudizi dei cosiddetti benpensanti. Era un laico,
dopotutto. E così, a 32 anni, coraggiosamente tornò a scuola, tra i ragazzi, intraprese studi
di latino nel Collegio romano. Tra il 1582 e l’84 riuscì a essere ordinato sacerdote. Due anni
dopo, nel 1586, Sisto V approvò la Congregazione e permise il distintivo sull’abito: una
Croce rossa. Nel ’91 Gregorio XIV elevò la Congregazione a dignità di Ordine. I
Ministri degli infermi emettono oltre ai tre voti comuni a tutti i religiosi, anche quello di
assistenza a infermi di qualunque malattia, anche contagiosa.
Camillo, divenuto Prefetto generale dell’ordine, a vita, fu modello di magnanimità e
abnegazione. Rude, col suo passato di soldato, impose una forte disciplina. Aveva un
concetto altissimo dell’Ospedale. Spesso era lui a chiedere perdono agli infermi e
benedizione celeste. Furono circa 44 anni di fatiche eroiche, tali da far pensare a una fibra
fortissima quale non era più, perché altri malanni, da lui chiamati “misericordie di Dio” si
erano aggiunti.
Negli ultimi tempi non dormiva più di 2 -3 ore per notte; il resto era assistenza. E non
operò solo in Roma, ma in moltissimi centri come Milano, Firenze, Napoli, Genova,
Bologna per nominare i più popolosi. E ugualmente compassionevole era verso gli
animali che medicava e sfamava. La carità di Camillo andava oltre la sofferenza fisica;
cercava di alleviare le sofferenze dell’anima. La sua fatica di “infermiere meraviglioso”
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trovava il compimento nella capacità di restituire dignità e benessere spirituale ai malati. I
più grandi trionfi da lui ottenuti sono stati quelli della riabilitazione dell’individuo in seno
alla società.
Tornato da Genova a Roma il 13 ottobre 1613, molto malato, sostenuto a braccia, passava
di letto in letto confortando i sofferenti. Alla sua morte una gran massa di poveri piangeva
davanti alla casa religiosa dei Ministri degli Infermi e pregava per la guarigione dell’
“Angelo di Roma”. San Camillo de Lellis è, insieme a San Giovanni di Dio, patrono
universale dei malati, degli infermieri e degli ospedali. Inoltre è patrono della Sanità
militare e dell’Abruzzo, di cui è patrono anche San Gabriele dell’Addolorata.
Gabriella Izzi Benedetti
*Presidente della Società Vastese di Storia Patria

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