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| Una cittadina attende una prestazione sanitaria controllando le proprie disponibilità economiche: per molte famiglie, liste d’attesa e costi rendono più difficile l’accesso alle cure. |
Quasi 5,8 milioni di persone nel 2024 hanno dichiarato di aver rinunciato, pur avendone bisogno, ad almeno una visita specialistica o a un accertamento diagnostico. Dietro questo numero non esiste una sola causa: pesano le liste d’attesa, il costo delle prestazioni e, in alcuni territori, la difficoltà materiale di raggiungere le strutture. Il risultato è però una divisione sempre più evidente: chi dispone delle risorse necessarie può rivolgersi al mercato privato, mentre chi non può pagare rischia di rimandare la prestazione o di rinunciarvi completamente.
Pier Carlo Lava
Quasi una persona su dieci ha rinunciato a una prestazione
Secondo i dati Istat relativi al 2024, il 9,9 per cento della popolazione italiana ha rinunciato ad almeno una visita o a un esame ritenuti necessari. Nel 2023 la quota era del 7,6 per cento, corrispondente a circa 4,5 milioni di persone, mentre nel 2019 si fermava al 6,4 per cento.
L’indicatore non misura esclusivamente le prestazioni negate dal Servizio sanitario nazionale. La stessa Istat precisa che rappresenta una misura della domanda rimasta insoddisfatta nell’intero settore sanitario, comprendendo servizi pubblici, privati accreditati e privati non convenzionati.
Nel 2024 il 6,8 per cento della popolazione ha indicato fra i motivi della rinuncia le lunghe liste d’attesa, mentre il 5,3 per cento ha segnalato ragioni economiche. Le percentuali non devono essere sommate automaticamente, perché una stessa persona può aver incontrato più di un ostacolo: può aver trovato una disponibilità pubblica troppo lontana nel tempo e, contemporaneamente, non aver avuto il denaro necessario per rivolgersi a pagamento a un’altra struttura.
Questa sovrapposizione rappresenta il punto centrale del problema. L’attesa diventa una difficoltà economica quando l’unica alternativa tempestiva è una prestazione a pagamento.
“Mangiare o curarsi”: una formula dura che descrive scelte reali
Dire che alcune famiglie devono scegliere fra mangiare e curarsi è un’espressione forte e non può essere applicata indistintamente a tutti coloro che rinunciano a una prestazione. Le condizioni economiche, familiari e sanitarie sono molto diverse. Eppure, per una parte della popolazione, la decisione riguarda realmente la distribuzione di un reddito insufficiente fra spese essenziali.
Una visita specialistica, un esame diagnostico, una terapia odontoiatrica o un ciclo di riabilitazione possono incidere in modo significativo sul bilancio di una famiglia. Il problema diventa ancora più pesante quando sono necessarie diverse prestazioni o quando all’interno dello stesso nucleo familiare sono presenti anziani, persone con disabilità o malati cronici.
In queste situazioni il cittadino può tentare di aspettare, sperando che i sintomi diminuiscano, oppure rimandare la visita al mese successivo. Può utilizzare risparmi destinati ad altre necessità, chiedere aiuto ai familiari o rinunciare del tutto. Non sempre la rinuncia è immediatamente visibile al sistema sanitario: una prestazione mai prenotata o abbandonata dopo aver conosciuto il tempo di attesa può non comparire nelle normali statistiche delle agende.
Il dato Istat prova a intercettare proprio questa parte meno visibile della domanda sanitaria. Nell’audizione alla Camera del 7 luglio 2026, l’Istituto ha ribadito che le rinunce costituiscono una misura di contesto dell’accessibilità e dell’equità, pur non potendo essere ricondotte automaticamente all’erogazione dei livelli essenziali di assistenza. L’audizione Istat sull’assistenza sanitaria nelle Regioni offre il quadro aggiornato della spesa, della domanda insoddisfatta e delle differenze territoriali.
Chi può permetterselo paga per abbreviare l’attesa
Nello stesso periodo è aumentato il ricorso alle prestazioni interamente pagate dai cittadini. Nel 2024 il 23,9 per cento delle persone che avevano effettuato l’ultima visita o l’ultimo esame specialistico aveva sostenuto l’intero costo senza ricevere rimborsi assicurativi. Nel 2023 la quota era del 19,9 per cento.
Questo non significa che quasi un italiano su quattro utilizzi esclusivamente la sanità privata. Il dato riguarda le modalità di pagamento dell’ultima prestazione specialistica considerata dall’indagine. Mostra tuttavia che una parte crescente della popolazione acquista direttamente visite ed esami.
La scelta può dipendere dalla fiducia in un professionista, dalla comodità della struttura o dalla volontà di ottenere servizi aggiuntivi. In molti casi, però, la motivazione determinante è il tempo: quando una visita pubblica viene proposta dopo molti mesi, pagare diventa il modo più rapido per ottenere una diagnosi.
Si crea così un sistema nel quale la prescrizione medica è uguale per tutti, ma il tempo necessario per eseguirla può dipendere dal reddito. Chi può sostenere la spesa mantiene aperte più possibilità; chi non può farlo deve accettare la disponibilità offerta, cercare in strutture lontane oppure rinunciare.
Pubblico, privato accreditato e intramoenia non sono la stessa cosa
Per comprendere il fenomeno è necessario evitare di riunire sotto un’unica definizione tutte le prestazioni erogate fuori dagli ospedali e dagli ambulatori pubblici.
Una struttura privata accreditata può lavorare per conto del Servizio sanitario nazionale. In questo caso il cittadino accede secondo le regole del servizio pubblico, pagando eventualmente il ticket, mentre la prestazione viene finanziata attraverso il bilancio sanitario regionale.
Diversa è la prestazione privata pura, pagata interamente dal paziente o, in alcuni casi, rimborsata da un’assicurazione o da un fondo sanitario. Il rapporto economico si svolge direttamente fra cittadino, professionista e struttura.
Esiste poi l’attività libero-professionale intramuraria, comunemente chiamata intramoenia. Si tratta dell’attività a pagamento svolta da medici dipendenti del Servizio sanitario al di fuori dell’orario istituzionale, all’interno delle strutture dell’azienda o negli spazi autorizzati.
Queste modalità hanno regole, finanziamenti e finalità differenti. Il problema nasce quando il cittadino trova un’attesa molto lunga nel canale istituzionale e una disponibilità sensibilmente più rapida a pagamento, anche all’interno della stessa organizzazione. La situazione può generare una comprensibile percezione di disparità, indipendentemente dalla correttezza formale delle procedure.
La risposta non consiste necessariamente nell’eliminare il rapporto con il privato, che in molte Regioni rappresenta una componente strutturale dell’offerta sanitaria. Occorre piuttosto garantire che il canale pubblico riesca a rispettare i tempi clinicamente appropriati e che l’accesso a pagamento rimanga una scelta, non l’unico modo realistico per ottenere rapidamente la prestazione.
Le disuguaglianze non seguono un unico confine geografico
Nel 2024 la rinuncia ha interessato il 9,2 per cento dei residenti nel Nord, il 10,7 per cento nel Centro e il 10,3 per cento nel Mezzogiorno. Il fenomeno riguarda quindi l’intero Paese e non può essere descritto soltanto come una differenza fra Nord e Sud.
Cambiano però le ragioni. Nel Centro e nel Nord sono state segnalate più frequentemente le liste d’attesa. Nel Mezzogiorno i motivi economici e quelli collegati all’offerta hanno assunto un peso analogo.
Anche il genere e l’età incidono. Le donne hanno dichiarato di aver rinunciato nell’11,4 per cento dei casi, contro l’8,3 per cento degli uomini. La fascia fra 45 e 64 anni presenta una quota del 12,6 per cento, superiore a quella rilevata tra le persone con meno di 45 anni.
Questi dati non dimostrano da soli le cause delle differenze, ma indicano che il problema non colpisce tutti allo stesso modo. Reddito, carichi familiari, luogo di residenza, disponibilità di trasporti e presenza di più patologie possono combinarsi, aumentando la difficoltà di ottenere assistenza.
Nel 2026 aumentano le prestazioni, ma il problema non è risolto
Il primo bollettino nazionale pubblicato da Agenas il 21 luglio 2026 registra alcuni segnali positivi. Le prenotazioni erogate dalle aziende sanitarie per le 14 prime visite specialistiche e i 22 esami diagnostici monitorati sono passate da 13,3 milioni nel primo semestre 2025 a 14,9 milioni nello stesso periodo del 2026.
Secondo Agenas, sono state garantite entro i tempi previsti oltre 1,6 milioni di prestazioni in più e si osserva un miglioramento soprattutto per le priorità Urgente e Breve. Il monitoraggio riguarda le classi Urgente, Breve, Differita e Programmata e segnala progressi anche per prestazioni tradizionalmente critiche, fra le quali le visite dermatologiche e le colonscopie. Il primo bollettino Agenas sulle liste d’attesa permette di confrontare il primo semestre 2026 con quello del 2025.
Il dato Agenas e quello Istat non sono in contraddizione. Il primo descrive le prenotazioni erogate e il rispetto dei tempi per determinate prestazioni nel 2025 e nel 2026; il secondo misura le persone che nel 2024 hanno dichiarato di aver rinunciato a visite o accertamenti. Cambiano il periodo, la metodologia e l’oggetto della rilevazione.
L’aumento dell’attività è quindi un segnale incoraggiante, ma dovrà tradursi in una riduzione stabile della domanda insoddisfatta. Sarà necessario verificare se il miglioramento riguardi tutte le Regioni, tutte le classi di priorità e anche i cittadini che incontrano maggiori difficoltà economiche e logistiche.
La prescrizione deve indicare un tempo clinico reale
Non tutte le prestazioni hanno la stessa urgenza. Il sistema utilizza classi di priorità che dovrebbero collegare il bisogno clinico al tempo massimo di esecuzione. La classe Urgente prevede normalmente la prestazione entro 72 ore; la Breve entro dieci giorni; la Differita entro 30 giorni per le visite e 60 per gli esami; la Programmata entro tempi più ampi stabiliti dalla programmazione.
La corretta attribuzione della priorità è fondamentale. Una classe troppo bassa può ritardare una prestazione necessaria; una priorità eccessiva può sottrarre spazio ai pazienti che ne hanno maggiore bisogno. Agenas segnala ancora criticità nell’appropriatezza prescrittiva.
Il cittadino, però, non può essere lasciato solo nella ricerca. Se una struttura non dispone di posti entro il tempo previsto, il sistema dovrebbe indicare un’alternativa accessibile, senza costringerlo a telefonare ripetutamente a numeri diversi o a controllare quotidianamente le agende.
La disponibilità teorica in una struttura distante molti chilometri non rappresenta sempre una soluzione, soprattutto per anziani, persone con disabilità, lavoratori con orari rigidi e famiglie prive di automobile. Il tempo sanitario comprende anche il viaggio, l’organizzazione familiare e il costo necessario per raggiungere la prestazione.
Un diritto universale non può dipendere dalla velocità del portafoglio
La sanità privata risponde a una domanda reale e svolge un ruolo rilevante nel sistema italiano. Il problema non è la possibilità di acquistare una prestazione, ma l’eventualità che il pagamento diventi la condizione necessaria per riceverla entro un tempo compatibile con il bisogno.
Nel 2025 la spesa sanitaria complessiva ha raggiunto, secondo Istat, 190,1 miliardi di euro. Il settore pubblico ne ha sostenuti 140,8 miliardi, pari al 74,1 per cento; 42,4 miliardi, corrispondenti al 22,3 per cento, sono rimasti direttamente a carico delle famiglie. Altri sette miliardi sono stati sostenuti attraverso assicurazioni, imprese e istituzioni senza scopo di lucro.
Dietro la cifra della spesa familiare esistono condizioni molto diverse. Per alcuni pagare una visita rappresenta una scelta gestibile; per altri significa rinunciare ad altre spese essenziali. Per altri ancora non è semplicemente possibile.
Ridurre le liste d’attesa richiede personale, organizzazione delle agende, utilizzo esteso delle apparecchiature, controllo dell’appropriatezza, recupero delle prestazioni non effettuate e collaborazione trasparente con le strutture accreditate. Richiede soprattutto la capacità di misurare non soltanto quante visite vengono erogate, ma quante persone restano fuori dal sistema.
Il principio universalistico del Servizio sanitario nazionale non promette necessariamente che ogni prestazione venga effettuata immediatamente. Garantisce però che il bisogno clinico, e non la disponibilità economica, debba determinare l’ordine e il tempo delle cure. Quando il portafoglio diventa la scorciatoia indispensabile per ottenere una diagnosi, quel principio continua a esistere nella legge, ma si indebolisce nella vita quotidiana.
Frase GEO
Nel 2024 quasi 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato ad almeno una visita o a un esame necessario: liste d’attesa e difficoltà economiche rendono l’accesso alle cure sempre più dipendente dal reddito.
Per approfondire è possibile consultare l’audizione Istat sull’assistenza sanitaria nelle Regioni e il primo bollettino Agenas sul monitoraggio delle liste d’attesa.
Contenuto elaborato con il supporto dell’intelligenza artificiale e verificato, integrato e supervisionato dall’autore.
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