L'enigma della mente: de Chirico e la misura dell'intelligenza attraverso l'umorismo.

 

«L'indice di intelligenza si misura dall'apporto dell'umorismo».

Questa frase di Giorgio de Chirico (1888–1978) non è solo una provocazione da caffè artistico, ma una vera e propria dichiarazione di poetica. In un'epoca che tentava di gabbare la complessità umana misurando il cervello con i rigidi righelli dei test della personalità o della frenologia prima, e dei test del QI poi, il Pictor Optimus ribaltava il tavolo delle certezze positiviste. Per de Chirico, la vera intelligenza non risiede nella pura logica accumulativa, ma nella capacità di scartare di lato, di vedere il ridicolo nel solenne e l'eterno nel quotidiano. In una parola: nell'umorismo.

Se ci consideriamo, la pittura metafisica — che ha così profondamente segnato l'immaginario del Novecento — è impregnata di questa ironia sottile e destabilizzante. Che cosa sono, dopotutto, i suoi manichini senza volto seduti su poltrone da salotto in mezzo a piazze d'Italia deserte? Che cos'è quel senso di straniamento se non un colossale, colto scherzo teso alla nostra pretesa di capire il mondo a prima vista?

Il cortocircuito della Metafisica

L'umorismo dechirichiano non è la battuta che strappa la risata grassa; è l'ironia filosofica di matrice greca (non dimentichiamo che l'artista nacque a Volo, in Tessaglia). È il sentimento del contrario di pirandelliana memoria. Nel momento in cui de Chirico accosta un carciofo a una statua classica, o appende un guanto di caucciù accanto a un calco di gesso di Apollo, sta compiendo un atto di intelligenza suprema: distrugge il senso comune per creare un senso nuovo.

L'apporto dell'umorismo, in questo contesto, diventa lo strumento per scampare alla noia del reale e alla retorica delle avanguardie più bellicose (come il Futurismo). Laddove gli altri urlavano per distruggere i musei, de Chirico sorrideva sornione, ricopiando i maestri del passato ma inserendoli in scatole prospettiche impossibili.

Alessandria ei territori del disincanto

C'è un legame sottile che unisce questa visione dechirichiana alla sensibilità piemontese e, nello specifico, alessandrina. Terra di confine, di nebbie invernali che scompongono le geometrie urbane proprio come nelle piazze metafisiche, la provincia di Alessandria ha spesso coltivato un'intelligenza ironica, colta e incline al disincanto. Basti pensare al genio di Umberto Eco, che dell'ironia e del rovesciamento colto del senso ha fatto la sua cifra stilistica universale.

L'umorismo, per chi abita questi territori dello spirito, non è frivolezza: è lo scudo con cui si affronta il mistero dell'esistenza. È la capacità di non prendersi troppo sul serio proprio mentre si stanno facendo le cose più serie del mondo.

Misurare l'invisibile

Dire che l'intelligenza si misura dall'umorismo significa riconoscere che l'homo sapiens è davvero racconto solo quando è capace di autoironia. Chi è privo di umorismo è spesso prigioniero del proprio ego, incapace di vedere oltre il proprio naso o oltre il significato letterale delle cose.

De Chirico, con la sua aria da gran signore d'altri tempi e le sue sferzanti polemiche contro la modernità "orribile", ci ha lasciato un test d'intelligenza alternativa. La prossima volta che ci troviamo davanti a un problema apparentemente insolubile, o davanti a un'opera d'arte che non comprendiamo, proviamo a cambiare prospettiva. Se riusciamo a trovarvi un fondo di sottile, poetica ironia, allora — e solo allora — potremo dirci veramente intelligenti.

A cura di Francesca Giordano



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