“Le bianche scarpette” di Vincenzo Savoca: una strada che osserva, giudica e non dimentica

 

Scarpe bianche appaiate davanti a una frutteria in una strada italiana al crepuscolo.
Una strada silenziosa, la frutteria illuminata e le scarpe bianche come simbolo di memoria, solitudine e destino nella poesia di Vincenzo Savoca.

Nella terza tappa de “La strada della frutteria”, Vincenzo Savoca costruisce una poesia narrativa e inquieta, dove lo sguardo del protagonista si posa sulle finestre, sulle voci di quartiere e su una giovane donna trasformata in simbolo di desiderio, giudizio e destino. “Le bianche scarpette” non racconta soltanto una vicenda: interroga la vecchiaia, il rimpianto, la solitudine e quel confine incerto tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di sapere degli altri.

Pier Carlo Lava – Alessandria Post – italianewspost.com

LA STRADA DELLA FRUTTERIA

III

LE BIANCHE SCARPETTE

Guardo l'altre finestre, com'occhi sul mondo,
d'un cieco guardare. Tutti sanno chi c'è dentro
e tutti sanno chi c'è fuori, se non lo sapessero
fingerebbero di saperlo. È questo il destino
d'ogni strada. Ch'ancora penso? D'ogni pietra
so la storia, almeno credo di saperla. Sapere è
più necessario di vivere, forse la vita consiste
solo per sapere tutto di tutti, un chiacchierio
molle che s'insinua nel vuoto d'una folla che
arranca per la strada, nel dentro delle menti.
È così. Questo mi fa sentire vivo? È questa la
ragione dell'esistenza? Oh!, sì, da quando ho
scordato di mettermi io dentro il sogno, sì da
sembrare vero. Non sono quello dello specchio
perché da tempo ormai sono uscito da questo
mio sogno, e nulla di nuovo ho tentato di fare
per rientrare nuovamente nel sogno. Pensavo
d'essere quello d'un tempo, e lui era lì a dirmi
che non ero più l'uomo che pensavo d'essere.
Se io sono ciò che sento, e dunque più non lo
sono, è perché non penso come facevo un
tempo! Ah!, questa vecchiaia che m'oscura la
vita e mi fa sentire sperso come un Cristo nel
deserto! Un tempo dicevo di filosofia, quello
che un giorno parlava di Schopenhauer ed oggi
sì lamenta col balbettio di vecchio dell'anca.

Ecco ch'arrivava quella donnetta d'insipida
bellezza, col crine colore di paglia e la vestina
allegra, coloratissima di fiori, un po' su ai
ginocchi, e svelta arrancava col dondolio dei
fianchi. Ah!, le bianche scarpette, che sfizio!
Sì tanta bella appariva agl'altri, e di gioventù
vestita, e d'attorno a lei si faceva un gruppo
d'uomini. E rideva, un riso, un saluto appena
di commiato. Che fischio si levava da chi non
voleva vederla andare! E tutto questo vicino
alla frutteria d'un tale che ha nome don Pietro
ladro, ché i pesi li ha a modo suo e la bilancia
è sempre a suo favore. Pur'egli spuntava fuori
dalla bottega, la frutteria che dà colore al grigio
della strada, dispiaciuto d'avere fallito d'amare
l'insipida donnetta, d'acconciata bellezza, che
tanto piaceva e che di piacere ora vive. Cantava,
anche lui cantava, ma d'amore e senza certezza.

Io la vedevo uscire dalla frutteria in altro tempo,
quando lei forse ancora sognava d'amore. E fu
lesta a capire che il mondo si conquista con l'armi
e la bellezza, e se non c'è, pazienza, si finge un po'
d'averla. Ah!, quelle bianche scarpette che brillìo
di luce! Fu il messaggio che qualcuno più lesto
degl'altri capì, che lei era fatta per altro. Dubbio
non ebbe. D'ombra una sera furono le bianche
scarpe, con arti bianchi, di luna d'avorio.
Le labbra di rosso e gl'occhi del colore del bistro.
Di membra avvinghiate nell'oscurità d'un muro
senza porte. Lei scoprì la metafisica degl'uomimi
a cui per istinto era portata, liberandosi di tutto
il vecchiume ch'ancora la tratteneva ed a cui mai
era stata estranea. A sera si buttava sul letto e
mai pensò d'avere buttato anche la vita! Né fu
mai d'amarezza il sonno, né pensiero ebbe di
ciò ch'era e più sarebbe stata. Al mattino passò
davanti alla frutteria col vestitino nuovo, ampio
respiro il passo, di rapido ancheggio, col sorriso
senza lacrime. Fu di canto la voce di don Pietro,
d'amore e passione. Egli la vide come mai era
stata, d'ombra nei gesti, d'una malizia mai trovata,
d'ancheggio sublime il cammino svelto sulla
banchina, col sorriso delle donne che sanno
di piacere. Lui la guardò e proprio non sapeva
spiegarne il mutamento. “Qualcuno ha fatto
con lei ciò che mai ancora aveva fatto!” pensò.

E dopo qualche giorno volle che tutti sapessero
quel ch'era. La gonnella accorciò e con lo spacco,
la camicetta con l'ampio sparato mostro' i seni
lucenti e floridi, d'ampia bellezza, e l'ancheggio
sublimato dai tacchi alti delle bianche scarpette.
Quell'altro rideva d'averla portata dove lei era
arrivata, là sulla strada al dondolio dei tacchi.
“Arriva! Arriva!” qualcuno diceva e nell'ombra
chiusa della notte lei s'apriva, come germoglio
che s'apre alla guazza notturna. Bella la faceva
la notte, d'una bellezza scossa da fremiti d'un
piacere abitudinario, sì diverso dall'amore
cantato dal fruttivendolo, che smemorata!
Una notte si fermò davanti alla frutteria e lo
sentì cantare d'amore e morte. “Non qui!” fu
tutto ciò che disse. D'attorno il silenzio d'una
strada che dorme, e quella voce che a sentirla
le pareva un sogno fu tutti ciò che in ultimo
intese. La trovarono al mattino, la camicetta
aperta, gl'occhi al cielo, le bianche scarpette
appaiate in un angolo di strada, mute e sole.

Lascio di guardare la finestra, lo specchio e la
strada. Non m'importa ch'io sia, ho solo voglia
di non pensare, dimenticare ch'io sia stato.
nessuno sa veramente chi è, nemmeno io!
M'accendo una sigaretta e fumo, però ancora
penso. Un mondo ristretto questa strada, pure
questa stanza, sì reale e certa, solo un mondo
in miniatura, e la sensazione che tutto sia un
sogno. Fra tanti, forse è solo lo specchio a
non mentire, a sbattermi in faccia i propositi
scordati. Perché continuo a pensare? Domani
nemmeno me ne ricorderò, e lo specchio sarà
lì a dirmi ciò che già so. La strada sarà sempre
la stessa della frutteria, e del calzolaio che
muto martella. Solo don Pietro ladro più non
c'è. Mi mancano le sue canzoni d'amore e di
più le canzoni anarchiche. Le bianche scarpette
a cui più non penso, se non nei momenti in cui
tolgo la maschera e nello specchio mi guardo.

Vincenzo Savoca
Ragusa, 30 luglio 2026

Una strada come teatro dell’anima

La strada della frutteria è molto più di uno scenario popolare. È un piccolo universo dove tutti osservano tutti, dove il sapere degli altri diventa pettegolezzo, supposizione, giudizio. Savoca affida la voce a un uomo anziano, segnato dalla coscienza del tempo e da una dolorosa perdita di identità: il suo dialogo con lo specchio è un confronto con ciò che non riesce più a essere.

Il riferimento a Schopenhauer non è ornamentale: introduce l’inquietudine filosofica di chi sente di essersi allontanato da sé. Il narratore non trova risposte; continua a pensare, anche quando vorrebbe soltanto smettere. La vecchiaia appare allora come una nebbia che non cancella il passato, ma lo rende ancora più presente.

Il simbolo delle scarpe bianche

Le bianche scarpette sono il centro visivo e simbolico del poema. Prima brillano come un richiamo di giovinezza, desiderio e apparenza; poi diventano il segno di una traiettoria che la strada osserva senza comprendere davvero. Sono ciò che resta quando la donna non c’è più: oggetti muti, appaiati in un angolo, capaci di raccontare più di tutte le voci che l’hanno commentata e giudicata.

Savoca non descrive la giovane donna dall’interno, ma attraverso gli sguardi maschili e collettivi che la circondano. È una scelta forte: la protagonista viene continuamente interpretata, desiderata, classificata dagli altri, mentre il testo lascia affiorare quanto sia fragile e violento il meccanismo dello sguardo sociale.

Don Pietro e la voce dell’amore imperfetto

La figura di don Pietro, fruttivendolo “ladro” nei pesi ma cantore d’amore, porta nella poesia una nota insieme ironica e malinconica. È un personaggio imperfetto, quasi grottesco, ma la sua voce conserva un sentimento che contrasta con l’ambiente di consumo, possesso e commento che domina la strada. Le sue canzoni d’amore, e poi quelle anarchiche ricordate nel finale, restano nella memoria del narratore come un’eco di umanità perduta.

Il finale non offre consolazione. Il protagonista torna alla finestra, allo specchio, alla strada; tutto rimane uguale eppure irreparabilmente mutato. La poesia si chiude con un pensiero che è anche una confessione: non conosciamo davvero gli altri, e forse non conosciamo fino in fondo neppure noi stessi.

Le bianche scarpette” è una poesia intensa, aspra e teatrale, in cui il linguaggio volutamente spezzato e orale restituisce il rumore di una comunità che parla molto ma comprende poco. Vincenzo Savoca trasforma una vicenda di strada in una riflessione sul desiderio, sul tempo e sulle maschere che indossiamo davanti agli altri e davanti allo specchio.

GEO

Ragusa, Sicilia, Italia – “Le bianche scarpette” di Vincenzo Savoca, terza parte de La strada della frutteria, è una poesia narrativa e intensa sullo sguardo sociale, la vecchiaia, il desiderio, la solitudine e la memoria.

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Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.


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