Lago di Como, quando i cartelli non bastano: nove vittime nello stesso tratto e una sicurezza da ripensare
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| Sul Lago di Como i fondali improvvisamente profondi e l’inosservanza dei divieti rendono necessari controlli continuativi, presidi di sicurezza e strumenti di soccorso. |
La morte della bambina di nove anni, scomparsa il 21 luglio nelle acque davanti al Tempio Voltiano e ritrovata senza vita dopo ore di ricerche, riporta Como davanti a un problema conosciuto da tempo. In quel tratto del lungolago la balneazione è vietata, i cartelli sono numerosi e il fondale presenta caratteristiche particolarmente insidiose. Eppure, durante le giornate estive, centinaia di persone continuano a entrare in acqua. Senza anticipare le conclusioni degli accertamenti e senza attribuire colpe individuali, diventa inevitabile domandarsi se la sola presenza dei divieti possa essere considerata una misura sufficiente quando le tragedie continuano a ripetersi.
Pier Carlo Lava
Secondo la ricostruzione dell’ANSA, la bambina si trovava con la famiglia nei pressi dei Giardini a lago, davanti al Tempio Voltiano, e stava giocando in acqua con alcuni coetanei. A un certo punto non è più riemersa. L’allarme è stato lanciato immediatamente e alle ricerche hanno partecipato polizia, Vigili del fuoco, sommozzatori, unità navali e personale sanitario. Il corpo è stato individuato in tarda serata. La dinamica precisa dovrà essere ricostruita dalle autorità: per questo sarebbe improprio parlare con certezza di una corrente, di un malore o di un’altra causa specifica.
La tragedia non rappresenta purtroppo un episodio isolato. Tra il 2017 e il 2023, nello stesso tratto davanti al Tempio Voltiano, si erano già verificati otto decessi. La vittima del 21 luglio 2026 porta quindi a nove il numero delle persone morte in quel punto nel periodo documentato dalle cronache. Otto vittime in pochi anni, seguite da un nuovo dramma dopo due estati di relativa tregua, descrivono un rischio ricorrente che non può essere affrontato esclusivamente come la somma di singole imprudenze.
Il fondale che precipita e i pericoli nascosti sotto una superficie tranquilla
Davanti al Tempio Voltiano, soprattutto quando il livello del lago è basso, può emergere una lingua di sabbia e terra che si prolunga per alcuni metri dalla riva. Questa conformazione può dare l’impressione di trovarsi in una zona poco profonda e relativamente sicura. Il fondale, però, dopo un breve tratto digradante può scendere improvvisamente a precipizio. Chi non sa nuotare bene, oppure pensa di poter continuare a camminare mantenendo i piedi appoggiati, può ritrovarsi all’improvviso senza alcun sostegno.
È necessaria, tuttavia, una precisazione importante. Un fondale profondo venti metri non risucchia automaticamente una persona e non trascina verso il basso chi sa nuotare. Dal punto di vista del galleggiamento, avere sotto di sé tre o trenta metri d’acqua non modifica sostanzialmente la situazione. Il pericolo deriva piuttosto dalla sorpresa, dalla perdita improvvisa dell’appoggio, dalla paura e dal conseguente disordine della respirazione. Per un nuotatore inesperto bastano pochi secondi di panico per inalare acqua e non riuscire più a mantenersi in superficie.
Il Lago di Como è il più profondo d’Italia e in alcuni punti supera i 400 metri, ma non è la profondità massima del bacino a spiegare gli incidenti vicino alle rive. I problemi maggiori sono rappresentati dai fondali che cambiano rapidamente, dall’acqua dolce che offre un galleggiamento leggermente inferiore rispetto a quella salata, dalle variazioni di temperatura, dal vento, dal moto ondoso provocato anche dalle imbarcazioni e, in alcune aree, dalle correnti.
Un ulteriore pericolo è costituito dallo sbalzo termico. La superficie del lago, durante le giornate estive, può apparire relativamente calda, mentre gli strati inferiori restano sensibilmente più freddi. Entrare bruscamente in acqua dopo essere rimasti a lungo sotto il sole può provocare una reazione involontaria dell’organismo: inspirazione improvvisa, respirazione accelerata, aumento della frequenza cardiaca e perdita del controllo respiratorio. Il rischio riguarda anche chi possiede una buona tecnica di nuoto, soprattutto in presenza di stanchezza, problemi cardiocircolatori, consumo di alcol o condizioni fisiche non ottimali.
La presenza di mulinelli capaci di inghiottire sistematicamente i bagnanti, invece, non trova conferma nelle spiegazioni degli esperti. Tiziano Riva, responsabile della sezione comasca della Società nazionale di salvamento, aveva spiegato alla Provincia di Como che fenomeni di questo genere possono verificarsi in determinate zone dell’alto lago, soprattutto vicino alle foci dei torrenti, ma non costituiscono la principale insidia delle normali aree di balneazione. Nel primo bacino i rischi maggiormente documentati rimangono il rapido aumento della profondità, lo shock termico, l’inesperienza e la mancanza di sorveglianza.
Anche il tentativo di aiutare una persona in difficoltà può trasformarsi in una seconda tragedia. Chi sta annegando può aggrapparsi con forza al soccorritore e trascinarlo sott’acqua. Per questo una persona non addestrata dovrebbe lanciare immediatamente l’allarme, chiamare il 112 e, se possibile, porgere o lanciare un oggetto galleggiante senza entrare direttamente in acqua. Salvagenti, corde e aste di soccorso collocati nei punti più frequentati possono fare la differenza nei minuti che precedono l’arrivo delle squadre specializzate.
I numeri degli annegamenti e il problema di una statistica incompleta
Non risulta disponibile una serie statistica ufficiale e omogenea, divisa anno per anno, dedicata esclusivamente agli annegamenti nel Lago di Como. I dati ricavati dalle cronache devono quindi essere utilizzati con prudenza, perché possono comprendere incidenti molto diversi: persone entrate in acqua per fare il bagno, subacquei, cadute accidentali, incidenti nautici, malori e altri eventi non direttamente collegati alla balneazione.
Alcune cifre aiutano comunque a comprendere la dimensione del fenomeno. Nell’estate 2022 erano state contate almeno cinque vittime nel Lario già alla fine di agosto. Nel 2023 il bilancio era salito a sette morti entro il 22 agosto. Una ricostruzione pubblicata nello stesso periodo da laRegione contava complessivamente 18 annegamenti nei due rami del Lago di Como nell’arco di venti mesi. Quel numero comprendeva però anche immersioni subacquee, malori e situazioni estranee ai normali bagni estivi: non può quindi essere utilizzato come una statistica sulle sole vittime della balneazione.
Il problema riguarda l’intero Paese. Il più recente rapporto dell’Istituto superiore di sanità ha contato 604 morti per annegamento in Italia nel biennio 2024-2025, con una distribuzione quasi equivalente tra il mare e le acque interne. Si tratta di più di trecento vittime ogni anno, alle quali devono essere aggiunti gli incidenti non mortali, spesso accompagnati da conseguenze neurologiche molto gravi. L’annegamento, inoltre, è frequentemente silenzioso: una persona in difficoltà non sempre riesce a gridare, agitare le braccia o attirare l’attenzione di chi si trova a pochi metri.
La mancanza di un registro pubblico dettagliato del Lario costituisce essa stessa una criticità. Conoscere il numero degli incidenti, la loro localizzazione, le condizioni meteorologiche, la temperatura dell’acqua, l’età e la capacità natatoria delle persone coinvolte permetterebbe di individuare i punti più pericolosi e di verificare se le misure adottate producano risultati. Senza dati completi, ogni nuova tragedia rischia di riaprire per pochi giorni il dibattito, senza consentire una valutazione seria delle politiche di prevenzione.
Responsabilità individuali e responsabilità pubbliche: due piani da non confondere
Il primo dovere di ogni persona è rispettare il divieto di balneazione. I bambini devono essere sorvegliati continuamente e da una distanza che consenta a un adulto di raggiungerli immediatamente. Braccioli, materassini e piccoli gonfiabili non sostituiscono la presenza di un adulto e possono anzi creare una falsa sensazione di sicurezza. Chi non sa nuotare non dovrebbe entrare in acque non sorvegliate nemmeno quando il fondale sembra basso.
Affermare questo non significa però scaricare ogni responsabilità sulle vittime. Quando, nonostante decine di cartelli, ogni giorno centinaia di persone continuano a utilizzare un’area vietata come se fosse una spiaggia, l’inosservanza non può più essere considerata un comportamento occasionale e imprevedibile. Diventa un fenomeno strutturale del quale le amministrazioni e gli organismi competenti devono tenere conto nella valutazione del rischio.
Occorre distinguere la responsabilità penale o civile, che può essere accertata soltanto dalla magistratura sulla base dei singoli fatti, dalla responsabilità politica e amministrativa della prevenzione. La ripetizione degli incidenti non dimostra automaticamente l’esistenza di omissioni giuridicamente rilevanti. Tuttavia autorizza cittadini e organi d’informazione a domandare se le misure impiegate siano proporzionate a un pericolo ormai noto, localizzato e documentato.
I cartelli davanti al Tempio Voltiano non segnalano soltanto un pericolo fisico: il tratto risulta non balneabile anche per ragioni legate alla qualità dell’acqua. Questo crea una difficoltà ulteriore. Installare un normale servizio di bagnini potrebbe essere interpretato come un’implicita autorizzazione a fare il bagno dove, invece, l’ingresso dovrebbe essere impedito. Una soluzione possibile potrebbe essere un presidio di sicurezza con funzioni dissuasive, incaricato non di sorvegliare la balneazione, ma di informare le persone e impedire l’accesso all’acqua nelle ore più frequentate.
Già nel 2022, dopo due morti avvenute prima dell’inizio ufficiale dell’estate, erano stati intensificati i pattugliamenti da terra e dal lago. Alcuni turisti erano stati identificati e sanzionati con multe da 50 euro, mentre motovedette e pattuglie controllavano le aree comprese tra viale Geno e il Tempio Voltiano. Quegli interventi dimostrano che il problema era conosciuto, ma il successivo ritorno dei bagnanti conferma che controlli occasionali e sanzioni limitate non rappresentano necessariamente un deterrente sufficiente. La Provincia di Como
Un altro elemento riguarda l’accessibilità. Secondo la ricostruzione dell’ANSA, quella davanti ai Giardini a lago è una delle poche zone del primo bacino nelle quali si può raggiungere liberamente l’acqua senza pagare l’ingresso di un lido. Il punto diventa quindi particolarmente attraente per turisti, famiglie e giovani, compresi coloro che non conoscono il lago e non sono in grado di interpretarne i pericoli. Il fatto che molte vittime del passato fossero persone provenienti da altri Paesi dovrebbe suggerire una comunicazione basata non soltanto sulle parole, ma su grandi pittogrammi universalmente comprensibili.
Ai normali cartelli potrebbero essere affiancate indicazioni molto più dirette: “Fondale a precipizio”, “Pericolo di morte”, “In questo punto si sono verificati nove annegamenti”. Una comunicazione così esplicita avrebbe probabilmente una capacità dissuasiva maggiore rispetto al semplice simbolo della balneazione vietata. Dove tecnicamente possibile potrebbero essere installati dissuasori, delimitazioni o barriere leggere, evitando però strutture che ostacolino le attività di soccorso o danneggino il paesaggio.
Servirebbero inoltre un presidio stagionale continuativo nelle giornate e negli orari di maggiore affluenza, salvagenti e dispositivi di soccorso ben visibili, collegamenti rapidi con il numero unico 112, un monitoraggio coordinato tra Comune, Prefettura, forze dell’ordine, Vigili del fuoco e autorità competenti per la navigazione. La videosorveglianza, nei limiti consentiti dalla legge, potrebbe aiutare a individuare rapidamente le persone entrate in acqua, ma non potrebbe sostituire la presenza umana.
Accanto ai divieti sarebbe opportuno valutare la disponibilità di almeno un’area gratuita, controllata e realmente balneabile nelle vicinanze. La prevenzione non può ignorare il fatto che, durante l’estate, migliaia di persone cercano un luogo dove rinfrescarsi. Se tutte le alternative sicure sono lontane, poco conosciute o a pagamento, una parte dei visitatori continuerà probabilmente a scegliere il tratto più accessibile, anche quando è vietato.
Il Lago di Como non deve essere descritto come un luogo inevitabilmente mortale. È un ambiente naturale che può essere frequentato in sicurezza scegliendo spiagge autorizzate e sorvegliate, rispettando le ordinanze, informandosi sulle condizioni meteorologiche e non sopravvalutando le proprie capacità. Ma proprio perché il rischio può essere ridotto, ogni morte evitabile impone una riflessione che vada oltre l’emozione dei giorni successivi alla tragedia.
Dopo nove vittime documentate nello stesso tratto, la domanda non può più essere soltanto perché qualcuno abbia ignorato il cartello. Occorre chiedersi anche se quel cartello, da solo, rappresenti ancora una risposta adeguata. La prudenza individuale rimane indispensabile, ma quando un pericolo è conosciuto, ricorrente e concentrato nello stesso luogo, la prevenzione pubblica deve diventare più concreta, continuativa e capace di intervenire prima che sia necessario recuperare un’altra vittima.
GEO: Il caso riguarda il Lago di Como, in Lombardia, con particolare riferimento ai Giardini a lago e al tratto davanti al Tempio Voltiano, nel Comune e in provincia di Como. L’approfondimento interessa più in generale la sicurezza della balneazione nei due rami del Lario, compresi i territori delle province di Como e Lecco.
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Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.
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