La trappola dell'iperconnessione: Barbara Fabbroni analizza la ribellione psicologica alla dittatura degli algoritmi

 

Ritratto della psicologa, psicoterapeuta e criminologa Barbara Fabbroni, autrice di un approfondimento dedicato agli effetti dell'iperconnessione, della dipendenza digitale e degli algoritmi sulla salute mentale.
La psicologa, psicoterapeuta e criminologa Barbara Fabbroni analizza il fenomeno dell'iperconnessione e la nascita degli "anarchici digitali", riflettendo sugli effetti di social network, algoritmi e intelligenza artificiale sul benessere psicologico e sulla libertà individuale.

Viviamo nell'epoca della connessione permanente. Smartphone, social network, notifiche, intelligenza artificiale e algoritmi ci accompagnano praticamente in ogni momento della giornata. Eppure, proprio mentre la tecnologia promette di avvicinare le persone, cresce il numero di chi sceglie di rallentare, spegnere le notifiche e recuperare il controllo del proprio tempo. È da questa riflessione che prende avvio il nuovo saggio della psicologa, psicoterapeuta e criminologa Barbara Fabbroni, intitolato La trappola dell'iperconnessione, un'analisi lucida e profonda di uno dei fenomeni psicologici e sociali più significativi della nostra epoca. Più che una critica alla tecnologia, il suo è un invito a riflettere sul rapporto che ciascuno di noi ha costruito con il mondo digitale e sulle conseguenze che questo può avere sulla salute mentale, soprattutto delle nuove generazioni.

Pier Carlo Lava - Alessandria Post - italianewspost.com

Barbara Fabbroni è una figura molto conosciuta nel panorama italiano. Psicologa, psicoterapeuta, criminologa e analista dei comportamenti umani, da anni affianca all'attività clinica un'intensa produzione divulgativa e giornalistica. Il suo nome è spesso associato ai più importanti casi di cronaca nera italiana, dai delitti di Garlasco, Erba e Yara Gambirasio fino al caso Nada Cella e ai numerosi femminicidi che hanno segnato la cronaca degli ultimi anni. La sua capacità di analizzare la scena del crimine si accompagna a una profonda conoscenza delle dinamiche psicologiche, delle dipendenze affettive e dei meccanismi che regolano il comportamento umano. È proprio questa doppia competenza, clinica e criminologica, a conferire particolare autorevolezza alle sue riflessioni.

Nel nuovo contributo, Fabbroni affronta un tema che riguarda milioni di persone: l'iperconnessione digitale. Secondo l'autrice, il problema non è la tecnologia in sé, bensì il modo in cui le piattaforme digitali sono progettate per catturare e trattenere l'attenzione degli utenti. Algoritmi sempre più sofisticati anticipano gusti, preferenze e comportamenti, trasformando ogni clic, ogni ricerca e ogni interazione in un dato da utilizzare a fini economici. È quello che molti studiosi definiscono ormai capitalismo della sorveglianza, un sistema nel quale l'utente diventa contemporaneamente consumatore e prodotto.

Uno degli aspetti più interessanti dell'analisi riguarda la nascita di quello che Fabbroni definisce il movimento degli "anarchici digitali". Non si tratta di persone ostili alla tecnologia o nostalgiche di un passato analogico, bensì di individui che scelgono consapevolmente di ridurre la dipendenza dagli strumenti digitali. È una ribellione psicologica prima ancora che politica, una risposta al continuo bombardamento di stimoli che caratterizza la società contemporanea. Spegnere le notifiche, limitare l'uso dei social network, scegliere telefoni meno sofisticati o utilizzare sistemi che tutelano maggiormente la privacy non rappresentano un rifiuto del progresso, ma un tentativo di recuperare autonomia decisionale e benessere psicologico.

L'autrice richiama anche importanti riferimenti scientifici. Gli studi di Burrhus Frederic Skinner sul rinforzo intermittente spiegano perché i social network riescano a creare forme di dipendenza comportamentale molto simili a quelle osservate nel gioco d'azzardo. Non è la ricompensa certa a mantenere alta l'attenzione, ma quella imprevedibile: un nuovo "mi piace", un commento inatteso, una notifica improvvisa. Ogni piccolo premio attiva il circuito della dopamina, alimentando il desiderio di controllare continuamente lo smartphone. È un meccanismo ormai ben documentato dalle neuroscienze e sfruttato sistematicamente dalle piattaforme digitali.

Barbara Fabbroni dedica ampio spazio anche alle conseguenze cliniche dell'iperconnessione. L'aumento dei disturbi d'ansia, delle difficoltà attentive, della depressione e del ritiro sociale tra gli adolescenti è oggi oggetto di numerose ricerche internazionali. Viene richiamato anche il fenomeno degli hikikomori, nato in Giappone ma ormai osservato con frequenza crescente anche nei Paesi occidentali. Parallelamente si diffonde il cosiddetto vamping, la permanenza online nelle ore notturne che altera il sonno REM, compromettendo la memoria, la regolazione emotiva e le capacità di concentrazione. Sono fenomeni che molti professionisti della salute mentale incontrano quotidianamente nella pratica clinica.

Particolarmente interessante è la riflessione sul passaggio dalla FOMO (Fear of Missing Out, la paura di essere esclusi) alla JOMO (Joy of Missing Out, la gioia di potersi disconnettere). Secondo Fabbroni, recuperare il controllo sul proprio tempo significa riportare il locus of control all'interno di sé, smettendo di lasciare che siano gli algoritmi a determinare emozioni, desideri e comportamenti. In questa prospettiva, la tutela della privacy, l'utilizzo di strumenti crittografati e la scelta di comunità digitali meno orientate alla monetizzazione diventano veri e propri strumenti di autodeterminazione psicologica.

Il saggio affronta anche un aspetto spesso trascurato: disconnettersi non è un privilegio accessibile a tutti. Per ridurre la dipendenza digitale servono consapevolezza, tempo, educazione e un contesto familiare favorevole. Chi vive in situazioni di fragilità economica, sociale o psicologica può avere molte più difficoltà a sottrarsi a un sistema costruito per catturare costantemente l'attenzione. Per questo Fabbroni parla di una vera e propria "classe psicologica", sottolineando come anche la possibilità di scegliere quando e come disconnettersi sia influenzata dalle condizioni di vita delle persone.

La riflessione proposta dall'autrice si inserisce perfettamente nel dibattito internazionale sulla salute mentale nell'era digitale. Sempre più studi evidenziano la necessità di un uso più consapevole delle tecnologie, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti. Non si tratta di demonizzare internet o l'intelligenza artificiale, strumenti che hanno rivoluzionato positivamente molti aspetti della nostra vita, ma di imparare a utilizzarli senza diventarne dipendenti. La tecnologia dovrebbe rimanere uno strumento al servizio dell'uomo, non trasformarsi in un ambiente capace di condizionare costantemente emozioni, relazioni e comportamenti.

L'analisi di Barbara Fabbroni si conclude con una domanda che merita di essere raccolta da tutti: se oggi il coraggio consiste nello spegnere una notifica, non è forse il sistema a dover essere ripensato? È una provocazione solo in apparenza. In realtà invita ciascuno di noi a riflettere sul valore del silenzio, della concentrazione, delle relazioni autentiche e del tempo vissuto lontano dagli schermi. In un mondo dove essere sempre connessi sembra ormai un obbligo, la vera rivoluzione potrebbe essere proprio quella di imparare, ogni tanto, a disconnettersi per ritrovare noi stessi.

GEO:

L'iperconnessione rappresenta una delle principali sfide psicologiche e sociali del nostro tempo. Nel suo approfondimento, Barbara Fabbroni analizza i meccanismi con cui algoritmi, social network e intelligenza artificiale influenzano comportamento, attenzione e salute mentale, approfondendo temi come dipendenza digitale, FOMO, JOMO, privacy, hikikomori e benessere psicologico. Una riflessione autorevole sul rapporto tra tecnologia e libertà individuale, con particolare attenzione agli effetti sulle nuove generazioni.

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