“La strada della vita” di Vincenzo Savoca: dall’innocenza del bambino alla solitudine della vecchiaia

 

Un bambino, un uomo adulto e un anziano percorrono una strada rurale delimitata da muri di pietra nella campagna siciliana al tramonto.
Le tre età dell’uomo avanzano lungo la stessa strada nella campagna ragusana, metafora del passaggio dall’innocenza dell’infanzia alla consapevolezza della maturità e della vecchiaia. 

Una strada di campagna diventa il luogo nel quale osservare l’intero arco dell’esistenza umana. Nella poesia La strada della vita, Vincenzo Savoca costruisce un ampio racconto lirico scandito dalle ore del giorno e dall’apparizione di tre viandanti: un bambino ingenuo e fiducioso, un uomo che ha perduto l’ingenuità ma conserva ancora la speranza e un vecchio ormai stanco, incapace di credere nelle promesse della vita. Tre figure diverse che possono essere interpretate come tre età della stessa persona, forse dello stesso poeta, forse di ogni essere umano.

Pier Carlo Lava - Alessandria Post - italianewspost.com

Vincenzo Savoca, poeta della memoria e del paesaggio siciliano

Vincenzo Savoca è un autore ragusano dalla scrittura intima, meditativa e fortemente legata al paesaggio della Sicilia. Appassionato di storia e scrittura, ha iniziato a pubblicare le proprie composizioni dopo il pensionamento. La natura, la memoria, la solitudine, l’amore, il tempo e la responsabilità civile sono alcuni dei temi ricorrenti nei suoi versi, spesso raccolti sotto il titolo Poesie scritte col lapis. Profilo e poesia di Vincenzo Savoca

Nella sua produzione il paesaggio non costituisce mai un semplice sfondo. Campagne, alberi, muri, mare, vento e animali diventano presenze capaci di rappresentare le ferite dell’uomo e della società. Questa attenzione emerge sia nella poesia civile Cimitero di soldati sia in Alberi nostri quotidiani, dove la natura assume il valore di memoria e coscienza. “Cimitero di soldati”“Alberi nostri quotidiani”

LA STRADA DELLA VITA

Sul ciglio d'un campo in un tempo
che non so, aspettavo non so bene
chi o cosa. Stavo seduto nell'ombra
d'alberi d'una strada inforcata forse
per sbaglio, per il piacere d'una fuga
dalle stanze senza strepiti né voci, e
d'assorto silenzio. A lato d'un campo
d'abbandonata fronde e sterpi appie'
di muri sbilenchi e torti, con addosso
quel sentore di scricciola malinconia,
e di trambusti ragionamenti, stanco
d'inseguire la ragione d'un sì languo
vivere. E d'attorno, oh!, I campi stretti
negl'antichi muri, salivano su per colli
panciuti, torridi e gialli. Pigro il vento
d'afrore muschio e resine, di terra col
fiato di grano. E voci di fronde, tinnito
di campanacci, belo di greggia nel bruco
d'erba, e sbroglio d'ali di colombacci in
rigagnoli d'acqua, tra selve abbracciate
a stoppie, ad alberi nudi di foglie e vita
Venne per questa strada un bimbo, coi
sandali ai piedi, e sui capelli d'oro una
pioggia di sole. Gl'occhi di grandi pupille,
chiaro il viso, la gioia di vivere, ed altro
d'ancora più buono. "Lo so, sono ingenuo
e fiducioso!". Altro non disse e se n'andò.
Oh!, io ebbi per lui un moto di simpatia,
che meraviglia!, quel saggio parlare, d'un
bimbo che tale più non è. Ed il tempo un
poco passò, nemmeno veloce. La squilla
suonò il mezzogiorno. Ch'arido silenzio!
Solo uno spiro d'aria come voce di morti
e di frenetico frinire, in quell'ora in cui la
campagna s'addorme a striscio di serpi.
E giunse un uomo, coi sandali ai piedi ed
i capelli d'oro, anch'egli sul capo la pioggia
di sole. Gl'occhi socchiusi e sulla fronte la
ruga dei troppi pensieri. Oh!, di quanti di
essi avrei voluto sapere! Di chi già sconta
il male di vivere. "Non ingenuo, m'ancora
fiducioso!". E se ne andò nel groviglio di
sterpi, incontro all'altre chimere nascoste
dentro la vita. Io non ricordo più il tempo
che passò, ma fu la dolce squilla vesperale
a dirmi del tramonto. Ah!, che venticello!
Di canto i rivoli, di raganelle, e frullo d'ali di
colombacci di ritorno nei nidi in strombi di
muri sbrecciati. Di nuda lucentezza la prima
stella. D'innocui nembi il cielo vermiglio e di
spento turchino, d'acceso rossore e d'ombra
i colli panciuti. E di già tutt'intorno, prossima
era la sera, di solenne silenzio e di grazia. Io
già miravo la campagna di quieto respiro e di
spento giallume, di vita ora!, nel crepuscolo,
di bruno gli sterpi e le stoppie, le biche, e le
zolle di frantumata secchezza. E più lontano,
laggiù, d'altri colori. E già pensavo di tornare
alle mie stanze, varcare quella soglia di malo
vivere, pure d'incanto quando la notte porta
l'inquieto respiro del mare, e favoleggia di
viaggi su bastimenti, di vele gonfie di vento.
Sulla prora la donna dei sogni cieca d'amore.
Quand'ecco venne un vecchio, coi sandali ai
piedi, una pioggia di luna sui capelli bianchi,
la fronte rugosa per i tanti pensieri, e gl'occhi
stanchi e spenti di chi oramai conosce la vita.
"Non sono ingenuo, neanche piu fiducioso!".
Lo vidi andarsene a passi lenti con lo sguardo
a terra, perduto in mezzo al polverìo dei passi.
E camminando camminando giunsi su quella
soglia delle mie stanze, stanco di tanto errare
intorno a muri di catramata estesa solitudine.

VIncenzo Savoca
Ragusa

Una strada presa forse per sbaglio

La poesia comincia in un tempo indefinito: «in un tempo / che non so». Anche l’attesa non possiede un oggetto preciso, perché il protagonista confessa di non sapere bene chi o che cosa stia aspettando. Questa indeterminatezza colloca immediatamente il racconto fuori dalla cronaca, in uno spazio sospeso nel quale la strada può trasformarsi nell’allegoria dell’esistenza.

Il poeta si trova seduto all’ombra degli alberi, lungo una strada «inforcata forse / per sbaglio». La vita appare come un cammino imboccato senza avere realmente scelto la direzione. Non esiste una meta dichiarata e non viene indicato un progetto sicuro: il narratore ha lasciato le proprie stanze per fuggire dal silenzio, ma anche la campagna nella quale cerca rifugio è attraversata dalla malinconia.

Le stanze rappresentano un luogo di chiusura e isolamento, uno spazio senza rumori né voci dal quale il protagonista sente la necessità di allontanarsi. La fuga, tuttavia, non risolve il suo disagio: egli porta con sé i propri pensieri e la stanchezza di cercare «la ragione d’un sì languo vivere». Cambia il paesaggio, ma la domanda sul significato dell’esistenza continua ad accompagnarlo.

La campagna come organismo vivente

Savoca costruisce un paesaggio ricchissimo di percezioni. I colli sono “panciuti”, la terra possiede un “fiato di grano”, le fronde hanno una voce e il gregge si muove come un bruco nell’erba. La natura non viene osservata da lontano: respira, produce suoni, emana odori e partecipa alla meditazione del protagonista.

Il paesaggio sembra richiamare le campagne asciutte e delimitate dagli antichi muri di pietra tipiche del territorio ragusano. Sterpi, stoppie, muri sbilenchi, campanacci, greggi e colli gialli compongono un mondo arcaico nel quale il passaggio del tempo è ancora annunciato dalle campane, dalla posizione del sole e dai mutamenti della luce.

La poesia procede attraverso una continua sovrapposizione tra realtà esterna e condizione interiore. L’aridità dei campi richiama l’aridità dell’esistenza, mentre le voci degli animali e delle fronde contrastano con il silenzio umano. La natura continua a vivere e a parlare anche quando l’uomo non riesce più a trovare una risposta alle proprie domande.

Il bambino e la luce del mattino

Il primo personaggio che percorre la strada è un bambino con i sandali ai piedi e una “pioggia di sole” sui capelli d’oro. Il suo volto è chiaro, gli occhi hanno grandi pupille e in lui si manifesta una gioia di vivere ancora intatta. È la figura dell’infanzia, ma anche della fiducia originaria con la quale ogni persona comincia il proprio cammino.

«Lo so, sono ingenuo / e fiducioso!» dichiara il bambino. La sua frase contiene una consapevolezza sorprendente: egli riconosce la propria ingenuità, ma non la considera una colpa. Essere ingenuo significa non avere ancora conosciuto il tradimento, la delusione e il peso delle esperienze che modificheranno il suo sguardo.

Il narratore prova simpatia e meraviglia davanti a quel bambino «che tale più non è». Questa precisazione suggerisce che la figura infantile potrebbe essere un ricordo o una proiezione dello stesso protagonista. Il bambino è già destinato a crescere e forse, nel momento stesso in cui parla con tanta saggezza, appartiene a un tempo perduto.

L’uomo nel mezzogiorno della vita

Dopo il passaggio del bambino, la campana annuncia il mezzogiorno. Il giorno raggiunge il proprio punto più alto, proprio come l’uomo raggiunge l’età adulta. Il sole è forte, la campagna sembra addormentarsi e il silenzio diventa arido, interrotto soltanto dal frinire degli insetti e dallo strisciare dei serpenti.

L’uomo che arriva possiede alcuni elementi già appartenuti al bambino: porta gli stessi sandali, ha ancora i capelli d’oro e riceve sul capo la stessa pioggia di sole. Questi richiami permettono di riconoscere in lui la trasformazione del primo viandante. Il tempo è trascorso, ma l’identità profonda è rimasta.

Sono però cambiati il volto e lo sguardo. Gli occhi sono socchiusi e sulla fronte è comparsa «la ruga dei troppi pensieri». L’età adulta coincide con il peso della coscienza, delle responsabilità e del “male di vivere”. L’uomo ha perduto l’apertura innocente del bambino e sembra già pagare il prezzo delle proprie esperienze.

La sua dichiarazione rappresenta una posizione intermedia: «Non ingenuo, m’ancora / fiducioso!». L’ingenuità è scomparsa, ma la fiducia resiste. L’uomo conosce le difficoltà della vita, eppure continua a inseguire le chimere nascoste nel groviglio degli sterpi. Sa che i sogni possono ingannare, ma non riesce ancora a rinunciarvi completamente.

Il tramonto e il vecchio

Il tempo scorre senza che il protagonista riesca a misurarlo. È la squilla vesperale ad annunciare il tramonto e a introdurre l’ultima fase della giornata e dell’esistenza. La luce cambia, compare la prima stella, gli uccelli ritornano ai nidi e il paesaggio assume i colori del rosso, del turchino e dell’ombra.

Nel crepuscolo giunge il vecchio, ancora una volta con i sandali ai piedi. I capelli non sono più d’oro e su di essi non cade la luce del sole, ma una “pioggia di luna” che illumina il bianco della vecchiaia. La luna riflette una luce ricevuta: è meno intensa, più fredda e indiretta, come la memoria di una vita ormai trascorsa.

Il volto del vecchio porta i segni dei molti pensieri. Gli occhi sono «stanchi e spenti di chi oramai conosce la vita». La conoscenza non produce serenità: aver compreso la vita significa aver perduto sia l’ingenuità sia la fiducia. La sua frase conclude il percorso iniziato dal bambino: «Non sono ingenuo, neanche piu fiducioso!».

Il vecchio si allontana lentamente, con lo sguardo rivolto a terra, fino a confondersi nel «polverìo dei passi». Il suo cammino non conduce verso una meta visibile, ma verso una dissoluzione progressiva. La polvere richiama simbolicamente la materia alla quale ogni esistenza è destinata a ritornare.

Tre persone o un solo viandante?

Una delle interpretazioni più convincenti consiste nel considerare il bambino, l’uomo e il vecchio come tre età della stessa persona. Gli stessi sandali e la somiglianza dei capelli costituiscono gli indizi di questa continuità. Cambiano la luce, lo sguardo e il rapporto con la fiducia, ma il viandante rimane fondamentalmente lo stesso.

Il narratore potrebbe dunque osservare la propria vita attraversare la strada davanti a lui. Seduto sul ciglio del campo, incontra ciò che è stato, ciò che è diventato e ciò che sarà. La strada non è soltanto percorsa dai tre personaggi: rappresenta il tempo che li unisce e che conduce inevitabilmente dall’alba dell’infanzia alla sera della vecchiaia.

La progressione delle tre dichiarazioni è il centro filosofico del componimento: “ingenuo e fiducioso”, “non ingenuo ma ancora fiducioso”, “né ingenuo né fiducioso”. L’esperienza viene descritta come una lenta erosione. Crescere significa conoscere, ma conoscere sembra comportare la perdita graduale della capacità di affidarsi alla vita.

Le stanze, il mare e la donna dei sogni

Prima dell’arrivo del vecchio, il protagonista pensa di ritornare nelle proprie stanze. Quelle camere rappresentano il «malo vivere», ma conservano anche una capacità di incanto alimentata dalla notte e dal respiro del mare. È qui che il poeta immagina viaggi su bastimenti, vele gonfie di vento e una donna cieca d’amore sulla prora.

Il mare introduce una dimensione opposta alla campagna chiusa dagli antichi muri. È lo spazio del viaggio, dell’altrove e della possibilità, mentre le stanze e i campi delimitati rappresentano il confine. La donna dei sogni appare come una figura salvifica, ma la sua cecità suggerisce che anche l’amore appartenga forse al territorio dell’illusione.

Questi sogni impediscono alla poesia di essere interamente dominata dalla disperazione. Nonostante il male di vivere, il protagonista continua a immaginare partenze, vento e amore. La fantasia non elimina la solitudine, ma apre per qualche istante una finestra oltre i muri che circondano la sua esistenza.

Il ritorno e la solitudine “catramata”

Dopo aver assistito al passaggio del vecchio, il narratore si mette finalmente in cammino. L’osservatore diventa a sua volta viandante, come se avesse compreso che non è possibile restare per sempre immobili sul ciglio della vita. Il movimento, tuttavia, non conduce verso una liberazione: egli ritorna alla soglia delle proprie stanze.

L’ultima immagine è tra le più forti dell’intero testo: «muri di catramata estesa solitudine». Il catrame suggerisce qualcosa di nero, denso, appiccicoso e impermeabile. La solitudine non è soltanto uno spazio vuoto, ma una sostanza che ricopre i muri, impedisce il passaggio della luce e sembra trattenere il protagonista dentro le proprie stanze.

La conclusione riporta il lettore al punto di partenza. Il poeta era fuggito dalle camere silenziose e, dopo avere osservato l’intero percorso della vita, vi ritorna stanco. La strada ha prodotto una consapevolezza, non una soluzione. Il viaggio circolare rivela che la condizione dalla quale tentiamo di fuggire spesso continua a vivere dentro di noi.

Linguaggio, ritmo e costruzione poetica

La strada della vita è un componimento ampio, vicino per alcuni aspetti al poemetto narrativo e alla prosa lirica. I versi sono liberi, irregolari e attraversati da numerosi enjambement, che spezzano le frasi e costringono il lettore a procedere lentamente, come lungo una strada tortuosa.

Il linguaggio utilizza elisioni, inversioni sintattiche, vocaboli ricercati e immagini di forte densità sensoriale. Espressioni come “pioggia di sole”, “fiato di grano”, “bruco d’erba”, “pioggia di luna” e “catramata estesa solitudine” mostrano la capacità di Savoca di trasformare elementi naturali e materiali in stati dell’anima.

Importante è anche la componente sonora. Campanacci, belati, frinire, frulli d’ali, raganelle e campane accompagnano le diverse ore della giornata. Il paesaggio possiede una propria orchestra, mentre il silenzio ritorna nei momenti di maggiore consapevolezza. Natura e interiorità si alternano come due voci dello stesso racconto.

Conoscere significa perdere la fiducia?

La poesia sembra proporre una conclusione amara: il bambino crede perché non conosce, l’uomo conosce ma continua a sperare, il vecchio ha conosciuto pienamente la vita e non riesce più a fidarsi. L’esperienza appare quindi come una conquista dolorosa, capace di offrire consapevolezza ma anche di consumare la speranza.

Eppure la natura continua il proprio ciclo. Gli uccelli tornano ai nidi, compare la prima stella e la campagna respira nel crepuscolo. La fiducia dell’uomo può spegnersi, ma la vita intorno a lui continua a rinnovarsi. Proprio questa differenza rende ancora più intensa la solitudine del vecchio e del narratore.

La strada della vita è, in conclusione, una meditazione sul tempo, sulla perdita dell’innocenza e sul prezzo della conoscenza. Vincenzo Savoca conduce il lettore attraverso un paesaggio siciliano concreto e insieme simbolico, nel quale ogni ora corrisponde a un’età e ogni viandante porta lo stesso paio di sandali. La strada non promette felicità né salvezza: offre soltanto la possibilità di riconoscere, nei passi del bambino, dell’uomo e del vecchio, il percorso che appartiene a tutti noi.

GEO

Chi ha scritto “La strada della vita”?
La strada della vita è una poesia dell’autore ragusano Vincenzo Savoca, poeta contemporaneo legato ai temi della memoria, della natura, della solitudine e del trascorrere del tempo.

Qual è il significato della poesia?
La strada rappresenta il cammino dell’esistenza umana, percorso attraverso tre età: l’infanzia, la maturità e la vecchiaia. Il bambino, l’uomo e il vecchio possono essere interpretati come tre momenti della stessa persona.

Che cosa rappresentano i tre viandanti?
Il bambino è ingenuo e fiducioso; l’uomo ha perduto l’ingenuità ma conserva la speranza; il vecchio, dopo avere conosciuto la vita, non è più né ingenuo né fiducioso.

Perché la giornata simboleggia la vita?
Il bambino appare nella luce del mattino, l’uomo arriva a mezzogiorno e il vecchio al tramonto. Le ore del giorno corrispondono simbolicamente alle diverse stagioni dell’esistenza.

Quale ruolo ha il paesaggio siciliano?
Campi, colli gialli, muri antichi, sterpi, greggi e campanacci richiamano la campagna ragusana e trasformano la natura nello specchio della condizione interiore del protagonista.

Qual è il messaggio conclusivo?
La poesia riflette sul prezzo della conoscenza: crescendo acquistiamo consapevolezza, ma rischiamo di perdere progressivamente l’innocenza, la fiducia e la capacità di sperare.

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Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.

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