LA LEGGE ELETTORALE E I SUOI DINTORNI - Le radici della palude istituzionale italiana

 




di Giuseppe Lalli


Il travagliato percorso parlamentare della legge elettorale, al centro della cronaca politica di questi giorni,

riporta d’attualità il tema delle regole istituzionali. Data la loro fondamentale rilevanza, tali norme

dovrebbero essere sottratte allo scontro partitico, che nel nostro paese degenera spesso in una lacerante

conflittualità permanente.

Quante volte si è sentito dire che con la legge elettorale non si mangia? Eppure, in Italia, il sistema di voto

viene modificato con estrema frequenza, quasi ad ogni cambio di legislatura. In questa malaugurata

prassi si annida un’anomalia tutta italiana, che affonda le sue radici strutturali agli albori della stagione

repubblicana, come vedremo di seguito. A riprova che si tratta di un’anomalia, e prendendo come punto

di riferimento due tra le principali democrazie parlamentari europee, si può osservare come modelli

elettorali diversi garantiscano stabilità.

In Germania, un sistema proporzionale con significativi correttivi maggioritari è rimasto sostanzialmente

invariato dal dopoguerra, assicurando governi stabili, anche quando sono il frutto di un compromesso

(Große Koalition) tra i due schieramenti nessuno dei quali abbia ottenuto nel Parlamento (il Bundestag)

un numero sufficiente di seggi. Nel Regno Unito, pur in assenza di una Costituzione scritta, il sistema

maggioritario uninominale si conferma solido, sebbene penalizzi la terza forza politica, i Liberal

Democratici, cronicamente sottorappresentata.

Prima ancora di confrontarsi sui programmi, le forze politiche dovrebbero accordarsi sulle regole del

gioco. Se ciò non avviene, la causa risiede non solo nell’immaturità della classe dirigente nostrana, ma

soprattutto nella sistematica e reciproca delegittimazione tra i due opposti schieramenti. Si tratta di un

atteggiamento radicato in una memoria storica con cui i principali attori partitici non hanno mai fatto i

conti fino in fondo. Nel secondo dopoguerra, gli stessi intellettuali preferirono rimuovere il recente

passato del Paese o demonizzarlo, anziché promuovere un dibattito maturo in un clima di autentica

riconciliazione nazionale.

Ciò che è mancato in Italia è un’autentica cultura politica liberale e, per troppo tempo, lo scontro si è

concentrato sui sistemi anziché sui programmi, alimentando una sterile contrapposizione ideologica. Ne

è la prova il fatto che il linguaggio politico risulti ancora dominato da termini come “fascista” e

“comunista”, mentre in una democrazia liberale matura il confronto dovrebbe contrapporre

(liberal)conservatori e (liberal)progressisti.

L’immobilismo istituzionale affonda le sue radici nella storia del secondo dopoguerra, come si accennava.

La stessa Costituzione, nel suo spirito, inclina verso un sistema proporzionale puro: essa è figlia di una

stagione segnata dall’uscita dalla dittatura, quando il timore di derive autoritarie spinse ad evitare

incentivi istituzionali verso “l’uomo forte”. Si affermò così una cultura dell’emergenza, erede dello spirito

del Comitato di Liberazione Nazionale, che ha finito per cristallizzarsi ben oltre la sua stagione.

La ripulsa per ogni parvenza di presidenzialismo ha portato all’adozione di un ordinamento istituzionale

liberale e garantista, che ha però favorito, nei fatti, l’inerzia e il non governo, evocando spesso la pratica

del trasformismo. Da questa scelta è derivata la necessità di compromessi ideologici e perfino “semantici”

tra forze politiche antitetiche, tanto che Benedetto Croce (1866-1952) paragonò l’architettura

istituzionale uscita dall’accordo dei partiti nell’Assemblea Costituente a un “ircocervo”, animale

mitologico metà capra e metà cervo.

A ciò si aggiunse un sistema elettorale proporzionale concepito per rendere il Parlamento lo “specchio del

paese” – come amava ripetere un interessato Palmiro Togliatti (1893-1964), capo indiscusso del più

grosso partito comunista dell’Occidente –, ossia un censimento perfetto delle articolazioni ideologiche

nazionali.

Il risultato è stato una democrazia liberale incompiuta, con governi guidati da un partito, la Democrazia

Cristiana, di fatto “alternativo a sé stesso”. Un’egemonia che in ogni caso, pur con limiti e incertezze, ha

saputo guidare il Paese in maniera soddisfacente e all’altezza della sua tradizione migliore. Il prezzo

pagato è stato tuttavia l’immobilismo e una sistematica ingovernabilità: i governi della cosiddetta “Prima


Repubblica” duravano mediamente poco più di un anno, un periodo troppo breve per attuare qualsiasi

programma.

Di questa anomalia strutturale si avvide ben presto Alcide De Gasperi (1881-1954), che promosse,

senza successo, una legge elettorale con premio alla coalizione che avesse ottenuto la maggioranza

assoluta dei voti – ribattezzata demagogicamente “legge truffa” dalle opposizioni.

Come ci insegna Giovanni Sartori (1924-2017), alla cui lezione lo scrivente si è formato, una buona

legge elettorale deve bilanciare due esigenze: garantire ai cittadini di specchiarsi nel Parlamento

(rappresentanza) e permettere loro di scegliere in anticipo chi li governerà (governabilità). Per farlo, il

legame tra voti e seggi deve essere proporzionale, ma non così rigido da frammentare il quadro politico e

riconsegnare ai partiti il potere di fare accordi post-elettorali, scavalcando la volontà degli elettori.

Da ciò deriva l’esigenza di garantire alla coalizione vincente una maggioranza parlamentare solida e,

auspicabilmente, coesa. Non esiste un sistema elettorale ideale. Nella storia delle democrazie liberali lo si

è spesso considerato come la “pietra filosofale” in grado di risolvere i problemi di rappresentanza,

sebbene nessuna regola, anche perfetta, può assolvere al difficile compito di governare la complessità

sociale.

È necessario compiere una scelta chiara: tornare all’immobilismo della “Prima Repubblica” – pur con

tutto il rispetto per i suoi protagonisti e per il contesto storico che l’ha determinata – oppure abbracciare

la trasparenza di un sistema basato sull’alternanza, in cui gli elettori decidono di volta in volta chi debba

governare e chi debba fare opposizione. Senza contare che assegnare alle segreterie dei partiti il potere di

nominare, di fatto, i membri del Parlamento sortisce l’effetto di allontanare dalla politica un numero

crescente di cittadini. Questo distacco è aggravato dal fatto che i partiti odierni, a differenza di quelli del

secolo scorso radicati nel tessuto sociale, riscuotono presso l’opinione pubblica sempre meno credito.

La tesi secondo la quale, per stabilire chi debba governare e chi stare all’opposizione, occorrerebbe

passare a una repubblica presidenziale appare del tutto pretestuosa. Pur convenendo che il

presidenzialismo sarebbe la via maestra, in un Paese “conservatore” come l’Italia una riforma del genere

è impensabile. Gli elettori, infatti, non sono disposti a cambiare la Costituzione nemmeno per la riforma

minimale della separazione delle carriere dei magistrati, figuriamoci per passare a una Repubblica

presidenziale.

Basterebbe invece adottare una buona legge elettorale, come dimostrano i modelli richiamati di

Germania e Regno Unito. Ma a condizione di un pieno reciproco “riconoscimento” dei due schieramenti

in lizza, in un confronto sui programmi, facendola finita una buona volta con le accuse di “fascista” e

“comunista”, archeologia semantica che non giova più a nessuno.

Stupisce alquanto, ma a ben pensarci nemmeno troppo, l’atteggiamento di quei leader e partiti che fino a

poco tempo fa consideravano le liste bloccate dei candidati al parlamento un vulnus democratico e che

oggi, al contrario, accusano di lesa democrazia chiunque voglia metterci mano. Rassegniamoci: in Italia,

purtroppo, l’incoerenza non paga dazio.

Con la legge elettorale non si mangia? È una facile propaganda populista. In realtà, tutto ciò che rende

più trasparente la rappresentanza e agevola il processo decisionale, riduce il “costo” della politica e incide

favorevolmente sull’economia. Quindi propizia le condizioni per “mangiare” meglio.

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