Nella luce incerta del mattino, il poeta crede di rivedere la giovane amata, sospesa tra sogno e ricordo.
All’alba, in una stanza ancora chiusa, un giovane poeta sogna di rivedere la donna che ha amato. È viva soltanto nell’apparenza del sogno: presto rivela di essere morta e di appartenere ormai a un tempo irraggiungibile. In Il sogno, uno dei primi idilli di Giacomo Leopardi, la vicenda intima diventa una riflessione potente sul dolore, sull’amore non corrisposto e sulla domanda che nessuno riesce davvero a sciogliere: che cosa significa perdere per sempre una persona?
Pier Carlo Lava - Alessandria Post - italianewspost.com
Il testo della poesia
Il sogno fu composto tra il 1820 e il 1821, pubblicato inizialmente nel 1825 e poi incluso nei Canti. È formato da cento endecasillabi sciolti: un racconto poetico continuo, privo di strofe, nel quale realtà e visione si fondono lentamente.
Era il mattino, e tra le chiuse impostePer lo balcone insinuava il soleNella mia cieca stanza il primo albore;Quando in sul tempo che più leve il sonnoE più soave le pupille adombra,Stettemi allato e riguardommi in visoIl simulacro di colei che amorePrima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.Morta non mi parea, ma trista, e qualeDegl’infelici è la sembianza. Al capoAppressommi la destra, e sospirando,Vivi, mi disse, e ricordanza alcunaSerbi di noi? Donde, risposi, e comeVieni, o cara beltà? Quanto, deh quantoDi te mi dolse e duol: nè mi credeaChe risaper tu lo dovessi; e questoFacea più sconsolato il dolor mio.Ma sei tu per lasciarmi un’altra volta?Io n’ho gran tema. Or dimmi, e che t’avvenne?Sei tu quella di prima? E che ti struggeInternamente? Obblivione ingombraI tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno;Disse colei. Son morta, e mi vedestiL’ultima volta, or son più lune. ImmensaDoglia m’oppresse a queste voci il petto.Ella seguì: nel fior degli anni estinta,Quand’è il viver più dolce, e pria che il coreCerto si renda com’è tutta indarnoL’umana speme. A desiar coleiChe d’ogni affanno il tragge, ha poco andareL’egro mortal; ma sconsolata arrivaLa morte ai giovanetti, e duro è il fatoDi quella speme che sotterra è spenta.Vano è saper quel che natura ascondeAgl’inesperti della vita, e moltoAll’immatura sapienza il ciecoDolor prevale. Oh sfortunata, oh cara,Taci, taci, diss’io, che tu mi schiantiCon questi detti il cor. Dunque sei morta,O mia diletta, ed io son vivo, ed eraPur fisso in ciel che quei sudori estremiCotesta cara e tenerella salmaProvar dovesse, a me restasse interaQuesta misera spoglia? Oh quante volteIn ripensar che più non vivi, e maiNon avverrà ch’io ti ritrovi al mondo,Creder nol posso. Ahi ahi, che cosa è questaChe morte s’addimanda? Oggi per provaIntenderlo potessi, e il capo inermeAgli atroci del fato odii sottrarre.Giovane son, ma si consuma e perdeLa giovanezza mia come vecchiezza;La qual pavento, e pur m’è lunge assai.Ma poco da vecchiezza si discordaIl fior dell’età mia. Nascemmo al pianto,Disse, ambedue; felicità non riseAl viver nostro; e dilettossi il cieloDe’ nostri affanni. Or se di pianto il ciglio,Soggiunsi, e di pallor velato il visoPer la tua dipartita, e se d’angosciaPorto gravido il cor; dimmi: d’amoreFavilla alcuna, o di pietà, giammaiVerso il misero amante il cor t’assalseMentre vivesti? Io disperando alloraE sperando traea le notti e i giorni;Oggi nel vano dubitar si stancaLa mente mia. Che se una volta solaDolor ti strinse di mia negra vita,Non mel celar, ti prego, e mi soccorraLa rimembranza or che il futuro è toltoAi nostri giorni. E quella: ti conforta,O sventurato. Io di pietade avaraNon ti fui mentre vissi, ed or non sono,Che fui misera anch’io. Non far querelaDi questa infelicissima fanciulla.Per le sventure nostre, e per l’amoreChe mi strugge, esclamai; per lo dilettoNome di giovanezza e la perdutaSpeme dei nostri dì, concedi, o cara,Che la tua destra io tocchi. Ed ella, in attoSoave e tristo, la porgeva. Or mentreDi baci la ricopro, e d’affannosaDolcezza palpitando all’anelanteSeno la stringo, di sudore il voltoFerveva e il petto, nelle fauci stavaLa voce, al guardo traballava il giorno.Quando colei teneramente affissiGli occhi negli occhi miei, già scordi, o caro,Disse, che di beltà son fatta ignuda?E tu d’amore, o sfortunato, indarnoTi scaldi e fremi. Or finalmente addio.Nostre misere menti e nostre salmeSon disgiunte in eterno. A me non viviE mai più non vivrai: già ruppe il fatoLa fe che mi giurasti. Allor d’angosciaGridar volendo, e spasimando, e pregneDi sconsolato pianto le pupille,Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhiPur mi restava, e nell’incerto raggioDel Sol vederla io mi credeva ancora.
Un dialogo impossibile, e per questo umano
Il centro della poesia è il colloquio fra il poeta e il “simulacro” della giovane. Leopardi non descrive una presenza mostruosa o soprannaturale: la donna appare triste, dolce, vicina, come accade nelle esperienze del ricordo più intenso. Ma proprio quella vicinanza rende insopportabile la sua rivelazione: «Son morta».
Il poeta non si limita a piangere la perdita. Le rivolge una domanda più segreta: vuole sapere se lei abbia mai provato per lui amore o almeno pietà. È il bisogno, tardivo e disperato, di ricevere una risposta che quando l’altra persona era in vita non è arrivata.
La morte dei giovani e la speranza interrotta
La giovane parla della morte “nel fior degli anni”, quando vivere sembra ancora una promessa. Qui Leopardi tocca uno dei suoi temi più dolorosi: non è soltanto la vita a finire, ma anche il futuro che sembrava possibile. La morte prematura non spegne soltanto un’esistenza; seppellisce attese, desideri, immagini di felicità che non avranno mai modo di verificarsi.
Non occorre identificare con certezza la donna con una figura biografica precisa. Il suo volto resta volutamente universale: può essere l’amore perduto, l’amica scomparsa, la persona che non ha fatto in tempo a conoscere la felicità.
Il risveglio non cancella la visione
Il finale è straordinario per misura e intensità. Il poeta si sveglia, ma la figura della donna gli resta “negli occhi”; nell’incerta luce del mattino crede ancora di vederla. Il sogno termina, il dolore no. La poesia lascia così il lettore nella sospensione tra realtà e desiderio, nel punto in cui la mente sa che qualcuno non tornerà, ma il cuore continua a cercarlo.
Per approfondire, il testo integrale è consultabile sul sito di Casa Leopardi; utile anche lo studio di Luigi Blasucci, Il sogno di Giacomo Leopardi, che ricostruisce storia, fonti e struttura del componimento.
GEO: Italia, Marche, Recanati.
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Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.
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