“Il destino dell’asino dello zio Mammadhasan” di Bahtiyar Hidayet: quando la guerra distrugge uomini, animali e coscienza

 

Anziano contadino accarezza e lava il proprio asino nelle acque di un fiume al tramonto, con colline, un villaggio e un vecchio vagone ferroviario sullo sfondo.
Un gesto di cura tra un uomo e il suo asino richiama l’innocenza perduta e il desiderio di spegnere, con l’acqua del fiume, tutti i fuochi della guerra.

“Il destino dell’asino dello zio Mammadhasan” è una poesia narrativa contro la guerra, costruita attraverso una vicenda apparentemente semplice: il legame affettuoso tra un uomo, la sua famiglia e un animale. Bahtiyar Hidayet non descrive battaglie, strategie o confini. Racconta invece ciò che la guerra produce nelle vite comuni: lutto, esilio, fame, sfruttamento e perdita della dignità.

Pier Carlo Lava - Alessandria Post - italianewspost.com

IL DESTINO DELL’ASINO DELLO ZIO MAMMADHASAN

Allora, in quei bei giorni,
Lo zio Mammadhasan era felice, la sua famiglia era felice e anche il suo asino era felice.
D’estate, lo zio Mammadhasan lavorava in un campo dei pionieri.
Tutti i bambini dei pionieri conoscevano il suo asino.
Anche l’asino li conosceva.
Potrebbe persino distinguere i bambini pionieri della città da quelli del villaggio.

Si prese molta cura dell’asino.
Lo lavò nel fiume,
bruciava garma per scacciare le mosche.
I bambini dei pionieri arrivarono persino a litigare tra loro
per avere la possibilità di lavare l’asino.

Ci aveva convinto che
quando l’asino venne lavato, piovve.
Ma questa volta non ha piovuto.
Piovevano proiettili.

Il fuoco della guerra divampò.
La guerra ebbe inizio.
Il fuoco della guerra ha scacciato l’equità, la misericordia e la coscienza
come mosche.

I due figli dello zio Mammadhasan sono diventati martiri.
Si stabilì in un villaggio remoto come rifugiato.
E gli hanno rubato l’asino.
Questa perdita ha bruciato lo zio Mammadhasan
tanto quanto il dolore per i suoi figli.

In quegli anni, nella zona non era disponibile il gas naturale.
Tutti trasportavano legna da ardere con gli asini.
Il prezzo di un asino era aumentato;
il valore di un essere umano era diminuito.

L’asino dello zio Mammadhasan
era stato venduto ai commercianti di legna da ardere.
Ogni giorno era sottoposto a un carico pesante.
Non c’era nessuno che conoscesse la sua sofferenza.
E un giorno morì sotto il suo peso.
Non hanno lasciato in pace nemmeno il cadavere.
Lo diedero a una fabbrica di salsicce.

Questi furono gli ultimi giorni dello zio Mammadhasan.
Stava mangiando salsicce economiche.
Il vagone ferroviario in cui viveva
era fonte di cattivo odore.
Ha mangiato la salsiccia
al tavolo dove uccideva le mosche con uno scacciamosche.
Neanche il caldo gli dava pace.
Non uccideva più le mosche.
Si sventolò con lo scacciamosche
per rinfrescarsi.

È stato un vero tormento infernale.
La pulizia di quell’asino
non esiste più in questo mondo.
Vorrei poter fare il bagno a quell’asino
di nuovo nel fiume.
E con l’acqua
con cui ho lavato quell’asino,
vorrei poter spegnere
tutti i fuochi della guerra.

Bahtiyar Hidayet - Azerbaijan

L’inizio è dominato da una felicità elementare e condivisa: “Lo zio Mammadhasan era felice, la sua famiglia era felice e anche il suo asino era felice”. La ripetizione crea un senso di armonia quasi infantile. Non esiste ancora una separazione tra la serenità dell’uomo, quella della famiglia e il benessere dell’animale. Tutti appartengono allo stesso piccolo mondo, regolato dalla cura e dalla consuetudine.

Lo zio Mammadhasan lavora in un campo dei pionieri, espressione che richiama l’organizzazione giovanile dell’epoca sovietica. I bambini conoscono l’asino e l’asino, con un tratto affettuosamente umanizzato, sa persino distinguere quelli provenienti dalla città da quelli del villaggio. L’animale diventa una presenza familiare e quasi comunitaria, non uno strumento privo di sensibilità.

Il rapporto con l’asino è raccontato attraverso gesti concreti: lavarlo nel fiume, proteggerlo dalle mosche e permettere ai bambini di prendersene cura. Non servono dichiarazioni sentimentali. L’amore si manifesta nell’attenzione quotidiana, nella pulizia, nella protezione e nel tempo dedicato a un essere più debole.

Particolarmente suggestiva è la credenza secondo cui lavando l’asino sarebbe arrivata la pioggia. La scena conserva qualcosa di fiabesco e rituale: l’acqua del fiume lava l’animale e richiama altra acqua dal cielo. È un mondo nel quale la natura, gli esseri umani e gli animali sembrano ancora comunicare tra loro.

La poesia cambia improvvisamente direzione con tre versi durissimi: “Ma questa volta non ha piovuto. / Piovevano proiettili.” Il passaggio dalla pioggia benefica alla pioggia delle armi rappresenta il punto di rottura. Ciò che dovrebbe fecondare la terra viene sostituito da ciò che uccide, distrugge e costringe alla fuga.

Il poeta non si limita a dire che la guerra comincia. Scrive che il suo fuoco scaccia “l’equità, la misericordia e la coscienza” come se fossero mosche. L’immagine riprende il gesto iniziale dello zio Mammadhasan, che bruciava il “garma” per allontanare gli insetti. Questa volta, però, a essere cacciate sono le qualità morali che rendono umana una società.

La guerra non distrugge soltanto le case e le persone. Elimina progressivamente i criteri con i quali distinguiamo il bene dal male. Quando misericordia e coscienza vengono allontanate, la sofferenza degli altri non produce più compassione e ogni forma di sfruttamento diventa possibile.

Lo zio Mammadhasan perde entrambi i figli, definiti “martiri”, e diventa un rifugiato. Il poeta non fornisce particolari sulla loro morte, perché l’attenzione non è rivolta all’eroismo militare ma alla devastazione subita dal padre. Allo sradicamento e al lutto si aggiunge il furto dell’asino, l’ultimo legame con la vita precedente.

La frase secondo cui la perdita dell’animale lo avrebbe bruciato “tanto quanto il dolore per i suoi figli” può apparire provocatoria. Non significa che l’uomo attribuisca lo stesso valore ai figli e all’asino. L’animale rappresenta tutto ciò che resta della casa, della famiglia e del tempo della pace. Perdere l’asino significa perdere definitivamente la memoria concreta di quel mondo scomparso.

Il verso più politico e incisivo dell’intera poesia è probabilmente: “Il prezzo di un asino era aumentato; / il valore di un essere umano era diminuito.” Con pochissime parole Hidayet descrive la deformazione economica e morale prodotta dal conflitto. Gli animali da lavoro diventano più costosi perché necessari al trasporto della legna, mentre la vita umana viene svalutata dalla morte quotidiana e dall’indifferenza.

Non è l’asino, naturalmente, a essere colpevole dell’aumento del proprio prezzo. La denuncia riguarda una società in cui tutto viene trasformato in merce, mentre le persone diventano sostituibili. Il poeta contrappone volutamente prezzo e valore: il primo è determinato dal bisogno economico, il secondo dovrebbe appartenere alla sfera della dignità.

Dopo il furto, l’asino viene venduto ai commercianti di legna e sottoposto ogni giorno a carichi sempre più pesanti. Nessuno conosce la sua sofferenza e nessuno lo protegge. L’animale, che un tempo veniva lavato e conteso affettuosamente dai bambini, diventa soltanto una forza da sfruttare fino all’esaurimento.

La sua morte “sotto il suo peso” possiede un significato letterale e simbolico. L’asino muore schiacciato dal carico materiale, ma anche dal peso della guerra, della povertà e dell’avidità. La stessa sorte riguarda, in forme differenti, gli esseri umani costretti a sostenere dolori e privazioni superiori alle proprie forze.

Il destino dell’animale non termina con la morte. Il cadavere viene consegnato a una fabbrica di salsicce, dettaglio volutamente crudele e grottesco. Neppure il corpo riceve rispetto: ogni parte deve essere utilizzata, venduta e consumata. È il punto estremo della trasformazione dell’essere vivente in oggetto.

La scena successiva conduce la poesia verso un’ironia tragica quasi insostenibile. Negli ultimi giorni della sua vita, lo zio Mammadhasan mangia salsicce economiche nel vagone ferroviario dove vive. Il testo non afferma direttamente che quelle salsicce siano state prodotte con il suo asino, ma costruisce questa possibilità come un’ombra terribile.

L’uomo potrebbe dunque consumare, senza saperlo, l’ultimo resto dell’animale che aveva amato e curato. La guerra ha spezzato ogni relazione: ciò che prima era compagno diventa merce, ciò che era memoria diventa cibo anonimo, ciò che veniva protetto finisce ingerito nella miseria.

Anche il vagone ferroviario è un’immagine importante. Non è una casa, ma un luogo di transito trasformato in dimora permanente. Lo zio Mammadhasan, rifugiato e ormai privato di tutto, vive in uno spazio che dovrebbe servire per andare altrove. La sua esistenza resta sospesa, senza un vero arrivo e senza la possibilità di tornare.

Le mosche, presenti fin dall’inizio, percorrono l’intera poesia come un motivo ricorrente. Nei giorni felici lo zio Mammadhasan accendeva qualcosa per allontanarle dall’asino; nel vagone le uccide con uno scacciamosche, ma infine non riesce più neppure a combatterle. Lo stesso oggetto viene utilizzato per farsi aria e trovare un minimo sollievo dal caldo.

Questo rovesciamento mostra la completa perdita di forza del protagonista. Non è più l’uomo che protegge l’animale e tiene lontani gli insetti. È un essere stremato che usa lo scacciamosche soltanto per sopravvivere a un’altra giornata. La guerra ha ridotto la sua vita a gesti minimi e disperati.

Il poeta definisce questi ultimi giorni “un vero tormento infernale”, ma la parola “inferno” non indica un luogo ultraterreno. L’inferno è stato costruito sulla terra dagli uomini: è la guerra, il rifugio maleodorante, il caldo, il lutto e la degradazione di ogni rapporto.

La conclusione ritorna al fiume e alla pulizia dell’asino. “La pulizia di quell’asino / non esiste più in questo mondo” non descrive soltanto il corpo lavato dell’animale. Quella pulizia rappresentava innocenza, cura, ordine morale e rispetto per la vita. È questa purezza a essere scomparsa.

Il desiderio finale è impossibile ma profondamente umano: lavare nuovamente l’asino e utilizzare quell’acqua per spegnere tutti i fuochi della guerra. L’acqua assume un valore salvifico. Prima puliva l’animale e richiamava la pioggia; ora dovrebbe cancellare l’odio, spegnere le armi e restituire al mondo la coscienza perduta.

Il poeta non invoca un esercito più potente o una vendetta. Contrappone al fuoco della guerra l’acqua della cura. È una scelta morale precisa: la violenza non viene sconfitta con altra violenza, ma recuperando il rispetto per gli esseri viventi e la capacità di riconoscere la loro sofferenza.

Lo stile della poesia è volutamente narrativo, vicino al racconto orale. I versi sono semplici, irregolari e privi di ricercatezze decorative, ma proprio questa semplicità rende più forte la vicenda. Sembra di ascoltare qualcuno che ricorda un uomo realmente conosciuto e che, attraverso la sua storia, racconta la tragedia di un intero popolo.

Nel testo convivono fiaba, memoria, denuncia sociale e poesia civile. L’asino possiede qualcosa dei personaggi delle favole, ma la sua storia non conduce a una morale rassicurante. Non c’è giustizia finale, né risarcimento. L’animale muore sfruttato e l’uomo termina i propri giorni nella miseria.

Questa assenza di consolazione impedisce al lettore di considerare la poesia un semplice racconto commovente. Hidayet accusa un mondo nel quale la guerra rende normale ciò che dovrebbe essere intollerabile: la morte dei figli, la fuga dalle proprie terre, il furto, la fame e lo sfruttamento fino alla distruzione.

L’asino diventa così un simbolo delle vittime prive di voce: animali, civili, poveri, profughi e persone costrette a portare pesi scelti da altri. La sua sofferenza non è minore perché appartiene a un animale; è parte della stessa perdita di compassione che permette anche la svalutazione della vita umana.

“Il destino dell’asino dello zio Mammadhasan” è dunque una potente poesia contro la disumanizzazione. La sua forza nasce dal modo in cui collega una piccola storia privata alle grandi tragedie della storia. Non parla della guerra dall’alto, ma dal basso: dal fiume, da un asino, da un padre, da un vagone ferroviario e da una salsiccia economica.

Alla fine rimane il desiderio di tornare ai giorni in cui un uomo poteva lavare il proprio asino e alcuni bambini potevano contendersi quel gesto di cura. Non è semplice nostalgia. È la ricerca di un mondo nel quale il valore della vita non venga stabilito dal mercato, dalle armi o dall’utilità economica.

La poesia lascia al lettore un’immagine limpida e dolorosa: l’acqua del fiume contro il fuoco della guerra. Una quantità d’acqua troppo piccola per spegnere davvero un conflitto, ma forse sufficiente a ricordarci che ogni pace comincia da un gesto di cura, dalla compassione e dal rifiuto di considerare sacrificabile la vita degli altri.

GEO

“Il destino dell’asino dello zio Mammadhasan” di Bahtiyar Hidayet è una poesia narrativa e civile che racconta come la guerra distrugga affetti, dignità, memoria e compassione. Attraverso il rapporto tra un uomo e il suo asino, il poeta descrive la perdita dei figli, l’esilio, lo sfruttamento dell’animale e la svalutazione della vita umana. L’acqua del fiume, un tempo simbolo di cura e innocenza, diventa nel finale il desiderio impossibile di spegnere tutti i fuochi della guerra.

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Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.

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