Hope, l’umanità davanti all’ignoto: il ritorno visionario di Na Hong-jin

 

Tre uomini osservano una misteriosa creatura tra la nebbia sopra un villaggio portuale sudcoreano.
Immagine fotografica orizzontale ispirata alle atmosfere di Hope: tre uomini, tra cui un agente di polizia, scrutano una gigantesca figura nascosta nella nebbia sopra le montagne.

di Pier Carlo Lava
Alessandria Post - italianewspost.com

Dopo dieci anni di assenza dalla regia, Na Hong-jin torna con un’opera gigantesca, inquietante e volutamente fuori misura. Presentato in concorso al Festival di Cannes 2026, Hope fonde fantascienza, horror, thriller e cinema d’azione, trasformando un remoto villaggio sudcoreano nel punto di partenza di una crisi dalle proporzioni cosmiche. Il film, della durata di 160 minuti, arriverà nelle sale italiane il 5 novembre 2026, distribuito da MUBI.

La trama senza anticipazioni

La vicenda si svolge a Hopo Port, immaginario villaggio portuale situato nei pressi della zona demilitarizzata che divide la Corea del Sud da quella del Nord. La vita della piccola comunità viene sconvolta dal ritrovamento di una carcassa animale orrendamente mutilata. Inizialmente si pensa alla presenza di una belva feroce, forse una tigre, e il capo della polizia locale Bum-seok, interpretato da Hwang Jung-min, organizza le ricerche insieme ad alcuni cacciatori.

Ciò che sembra un’emergenza circoscritta assume però dimensioni sempre più misteriose. La caccia alla creatura si trasforma progressivamente in una lotta per la sopravvivenza, mentre gli abitanti si trovano davanti a qualcosa che non comprendono e che mette in discussione ogni certezza. La poliziotta Sung-ae, interpretata da Hoyeon, e l’impulsivo Sung-ki, cui presta il volto Zo In-sung, vengono coinvolti in un crescendo di violenza, paura e disorientamento.

Un film che cambia continuamente forma

La caratteristica più evidente di Hope è la sua capacità di passare da un genere cinematografico all’altro. L’inizio ricorda un cupo poliziesco rurale; successivamente il film diventa un’avventura mostruosa, un horror, una corsa d’azione e infine una fantascienza dalle ambizioni quasi metafisiche. Na Hong-jin non accompagna lo spettatore lungo un percorso rassicurante: lo costringe invece a perdere progressivamente i propri punti di riferimento.

Questa libertà narrativa rappresenta contemporaneamente la forza e il limite dell’opera. Il regista costruisce sequenze spettacolari, tecnicamente impressionanti e ricche di tensione, ma tende anche ad accumulare eventi, inseguimenti e trasformazioni. Alcuni spettatori potrebbero rimanere affascinati dall’energia incontrollabile del film; altri potrebbero trovarlo eccessivamente lungo, ripetitivo e difficile da ricondurre a una struttura tradizionale.

L’ignoto e la paura del diverso

Dietro l’apparato spettacolare emerge una riflessione sulla maniera in cui gli esseri umani reagiscono davanti a ciò che non conoscono. La paura genera sospetto, aggressività e il bisogno immediato di individuare un nemico. Gli abitanti di Hopo Port cercano di difendersi, ma spesso agiscono prima di avere compreso la reale natura della minaccia.

Il film suggerisce così che il mostro potrebbe non coincidere soltanto con la creatura inseguita. Il vero pericolo risiede anche nella nostra incapacità di osservare la realtà da un punto di vista differente. Chi è l’aggressore e chi è la vittima? Na Hong-jin modifica continuamente la prospettiva, mostrando come uno stesso avvenimento possa assumere significati opposti a seconda di chi lo vive.

Anche l’ambientazione vicino al confine coreano appare significativa. È un territorio segnato dalla separazione, dalla sorveglianza e dalla paura di un’invasione. Senza trasformarsi in un’opera apertamente politica, Hope utilizza quel paesaggio per parlare di frontiere, diffidenza e impossibilità di comunicare con l’altro.

Un cast internazionale al servizio dello spettacolo

Hwang Jung-min offre al film un indispensabile centro umano. Il suo Bum-seok non è un eroe invulnerabile, ma un uomo travolto da circostanze che superano ogni esperienza precedente. Hoyeon conferma una notevole presenza scenica, mentre Zo In-sung imprime al proprio personaggio energia, ostinazione e una componente quasi istintiva.

Il cast internazionale comprende inoltre Michael Fassbender, Alicia Vikander, Taylor Russell e Cameron Britton. Fassbender e Vikander interpretano esseri extraterrestri e tornano a recitare insieme sullo schermo dopo La luce sugli oceani del 2016. La loro presenza non costituisce un semplice richiamo commerciale: contribuisce ad allargare l’orizzonte della storia e a far comprendere che quanto accade nel villaggio appartiene a un conflitto molto più vasto.

Immagini spettacolari e azione senza tregua

La fotografia di Hong Kyung-pyo, già collaboratore di Na Hong-jin in The Wailing, sfrutta magistralmente foreste, strade, montagne e spazi costieri. Gli ambienti naturali non sono semplici sfondi, ma diventano luoghi ostili, labirintici e imprevedibili. Alcune sequenze d’azione possiedono una complessità rara e trasmettono un autentico senso di caos.

La musica di Michael Abels accompagna il progressivo passaggio dalla tensione locale alla minaccia cosmica. Il comparto tecnico è imponente, ma Na Hong-jin conserva un gusto fisico e sporco: gli scontri hanno peso, i corpi cadono, i mezzi si distruggono e la violenza non appare mai completamente astratta.

Il significato del titolo

Il titolo Hope, “speranza”, è volutamente ambiguo. È il nome del luogo in cui si svolgono gli avvenimenti, ma rappresenta anche ciò che i personaggi cercano disperatamente di conservare. La speranza può essere una forza capace di salvare, ma anche un’illusione alla quale aggrapparsi quando ogni spiegazione razionale è crollata.

Il finale non offre tutte le risposte e lascia aperte numerose possibilità. Il regista ha già dichiarato di avere immaginato una prosecuzione della storia, anche se la sua realizzazione non è ancora certa. Questa apertura potrà apparire affascinante oppure frustrante, soprattutto a chi preferisce narrazioni completamente concluse.

Giudizio finale

Hope è un’opera ambiziosa, spettacolare e imperfetta, nella quale Na Hong-jin tenta di superare i confini del cinema di genere sudcoreano. La durata considerevole e l’accumulo di azione possono appesantire la visione, mentre alcuni passaggi sacrificano la chiarezza narrativa in favore della grandiosità.

Resta tuttavia un film dotato di una personalità visiva fortissima, capace di sorprendere e di dividere il pubblico. Non è una fantascienza rassicurante né un semplice racconto di mostri: è una riflessione furiosa sulla paura, sull’incomunicabilità e sull’incapacità dell’essere umano di riconoscere ciò che si trova davanti. Un’esperienza cinematografica estrema, destinata probabilmente a far discutere molto più di quanto possa mettere tutti d’accordo.

Valutazione: 8 su 10.

Le informazioni sulla selezione a Cannes, la durata e i principali crediti sono riportate nella scheda ufficiale del Festival di Cannes; la distribuzione italiana dal 5 novembre 2026 è indicata da MUBI.

GEO: Hope è un film sudcoreano del 2026 scritto e diretto da Na Hong-jin, con Hwang Jung-min, Zo In-sung, Hoyeon, Michael Fassbender, Alicia Vikander e Taylor Russell. Presentato in concorso al Festival di Cannes 2026, mescola fantascienza, horror, thriller e azione. Il film dura 160 minuti e arriverà nei cinema italiani il 5 novembre 2026, distribuito da MUBI.

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Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.

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