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| Una ricostruzione realistica delle manifestazioni e delle tensioni che segnarono il G8 di Genova del 2001, una pagina ancora aperta della storia democratica italiana. |
Nel luglio del 2001 Genova divenne il centro del mondo e, nello stesso tempo, il teatro di una delle pagine più dolorose della storia recente italiana. La morte di Carlo Giuliani, le violenze nelle strade, l’irruzione alla scuola Diaz e gli abusi nella caserma di Bolzaneto trasformarono il vertice del G8 in una profonda crisi democratica. Venticinque anni dopo, ricordare significa interrogarsi su diritti, responsabilità e libertà di manifestare.
Pier Carlo Lava - Alessandria Post - italianewspost.com
Una città trasformata in una fortezza
Tra il 19 e il 22 luglio 2001 Genova ospitò il vertice dei capi di Stato e di governo delle maggiori potenze industrializzate. L’area del centro storico venne divisa in zone concentriche: la zona rossa, completamente interdetta; la zona gialla, sottoposta a forti limitazioni; e la zona bianca, destinata alle manifestazioni.
Alla vigilia del vertice la città appariva blindata, con cancellate, container, controlli, migliaia di uomini delle forze dell’ordine e un clima di crescente tensione. A Genova arrivarono tra le 200.000 e le 300.000 persone, secondo le differenti stime, provenienti da numerosi Paesi.
Non si trattava di un movimento uniforme. Nel Genoa Social Forum convivevano associazioni cattoliche, ambientalisti, sindacati, pacifisti, organizzazioni non governative, centri sociali e gruppi politici. La grande maggioranza dei partecipanti intendeva manifestare pacificamente contro un modello di globalizzazione considerato ingiusto.
Le domande del movimento “no global”
I manifestanti chiedevano una maggiore redistribuzione delle ricchezze, la cancellazione del debito dei Paesi poveri, regole per i mercati finanziari, tutela dell’ambiente, accesso universale ai farmaci e un maggiore controllo democratico sulle decisioni economiche internazionali.
Molte di quelle domande non sono scomparse. Al contrario, disuguaglianze, crisi climatica, concentrazione della ricchezza, guerre e potere delle multinazionali sono diventati temi ancora più urgenti.
Il movimento venne generalmente definito “no global”, ma molti dei partecipanti preferivano parlare di movimento per una globalizzazione dei diritti e della solidarietà, riassunta nello slogan “Un altro mondo è possibile”.
Le devastazioni e gli scontri
Nelle manifestazioni si inserirono gruppi violenti, comunemente indicati come Black Bloc, che incendiarono automobili, distrussero vetrine, attaccarono banche e ingaggiarono scontri con le forze dell’ordine. Furono azioni gravi, che provocarono danni alla città e contribuirono a far precipitare la situazione.
La presenza di frange violente, tuttavia, non può essere utilizzata per cancellare la natura pacifica della maggior parte dei cortei né per giustificare le aggressioni indiscriminate subite da manifestanti, volontari, operatori sanitari e giornalisti.
La gestione dell’ordine pubblico mostrò carenze di coordinamento, errori operativi e un uso della forza che, in numerose circostanze, colpì persone estranee agli atti di vandalismo.
La morte di Carlo Giuliani
Il momento più drammatico arrivò il 20 luglio in piazza Alimonda. Durante violenti scontri, un fuoristrada dei carabinieri rimase bloccato e circondato da alcuni manifestanti. Carlo Giuliani, 23 anni, venne colpito al volto da un proiettile sparato dal carabiniere Mario Placanica, mentre si avvicinava al mezzo sollevando un estintore. Il veicolo passò poi due volte sopra il suo corpo durante le manovre per allontanarsi.
La morte del giovane divenne immediatamente il simbolo di quelle giornate. Sul piano giudiziario, l’inchiesta italiana venne archiviata riconoscendo la legittima difesa. Nel 2011 la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo concluse che, nel caso specifico, non vi era stata violazione dell’articolo 2 della Convenzione europea relativo al diritto alla vita. La vicenda rimane tuttavia una delle ferite più dolorose e discusse del G8.
La notte della scuola Diaz
Nella notte tra il 21 e il 22 luglio la polizia fece irruzione nella scuola Diaz-Pertini, utilizzata come dormitorio da manifestanti e come punto di appoggio del Genoa Social Forum. Molte delle persone presenti stavano dormendo.
L’operazione si trasformò in un violento pestaggio. Decine di persone rimasero ferite, alcune in condizioni molto gravi. Tutti i presenti vennero arrestati, ma le accuse formulate nei loro confronti si rivelarono in larga parte infondate. Le due bottiglie molotov mostrate come prova erano state portate nell’edificio dalla polizia.
I processi accertarono violenze e falsificazioni. Diverse condanne definitive riguardarono soprattutto la costruzione di un falso quadro accusatorio, mentre molti reati di lesioni caddero in prescrizione.
Nel 2015, pronunciandosi sul ricorso di Arnaldo Cestaro, la Corte europea dei diritti dell’uomo qualificò come tortura il trattamento subito alla Diaz e condannò l’Italia anche per l’assenza, all’epoca, di una normativa capace di punire adeguatamente i responsabili.
Bolzaneto e la sospensione dei diritti
Un altro capitolo terribile riguarda la caserma di Bolzaneto, trasformata in centro provvisorio di detenzione. Le persone fermate denunciarono percosse, minacce, insulti, umiliazioni, obbligo di rimanere per ore in posizioni dolorose, privazione dell’acqua e ritardi nelle cure mediche.
Le testimonianze furono confermate dai procedimenti giudiziari. Nel 2013 la Corte di cassazione descrisse quanto accaduto come un “completo accantonamento dei principi-cardine dello Stato di diritto”. Anche in questo processo numerosi reati finirono prescritti.
Nel 2017 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò nuovamente l’Italia, riconoscendo la violazione del divieto assoluto di tortura e trattamenti inumani o degradanti.
Le verità stabilite dai tribunali
A venticinque anni di distanza è necessario distinguere le opinioni politiche dai fatti giudiziariamente accertati. A Genova vi furono azioni violente e devastazioni compiute da gruppi di manifestanti, ma vi furono anche abusi gravissimi commessi da appartenenti alle istituzioni.
Le sentenze sulla Diaz e su Bolzaneto hanno riconosciuto violenze, falsi, arresti ingiustificati e maltrattamenti. La prescrizione, l’indulto e l’assenza del reato di tortura impedirono però che tutte le responsabilità ricevessero una risposta penale proporzionata.
Il reato di tortura venne introdotto nell’ordinamento italiano soltanto nel 2017, sedici anni dopo il G8.
Le questioni ancora aperte
Genova 2001 continua a porre domande che non appartengono esclusivamente al passato. Come deve essere tutelato il diritto di manifestare? Come si garantisce l’identificazione degli agenti impegnati nei servizi di ordine pubblico? Quali controlli indipendenti devono intervenire quando vengono denunciati abusi?
Amnesty International continua a chiedere codici identificativi visibili sulle uniformi, formazione adeguata sull’uso proporzionato della forza, un organismo nazionale indipendente per i diritti umani e scuse ufficiali alle vittime.
Ricordare le responsabilità accertate non significa accusare indistintamente tutte le forze dell’ordine. Significa, al contrario, difendere le istituzioni democratiche attraverso trasparenza, controllo e assunzione delle responsabilità individuali.
Genova ricorda il venticinquesimo anniversario
Dal 4 al 21 luglio 2026 Genova ospita un vasto programma di mostre, incontri, forum, spettacoli, assemblee e manifestazioni. Le iniziative collegano la memoria del G8 ai grandi temi contemporanei: guerre, riarmo, sorveglianza digitale, dissenso, cambiamento climatico, giustizia sociale e trasformazioni della democrazia.
Palazzo Ducale è uno dei principali luoghi del programma. Proprio il 14 luglio si svolge l’incontro “Genova 2001-2026. Venticinque anni dopo il G8 di Genova: dalle promesse della globalizzazione alle crisi del presente”, organizzato dalla Camera del lavoro e dallo Spi Cgil con Università di Genova, Comune e Fondazione Palazzo Ducale.
Una memoria che riguarda tutti
Il G8 di Genova non deve essere ricordato per alimentare contrapposizioni rituali. Deve essere studiato perché mostra quanto rapidamente, in un clima di paura e tensione, possano indebolirsi le garanzie democratiche.
La memoria di Carlo Giuliani, delle persone ferite, dei cittadini danneggiati dalle devastazioni e di quanti subirono violenze alla Diaz e a Bolzaneto appartiene alla storia del Paese.
Dopo venticinque anni, Genova continua a ricordarci che lo Stato di diritto non è una conquista definitiva: vive soltanto se viene difeso ogni giorno, soprattutto nei momenti più difficili.
Per ulteriori approfondimenti
- Programma del venticinquesimo anniversario – Palazzo Ducale di Genova
- G8 di Genova: Diaz, Bolzaneto e Carlo Giuliani – Amnesty International
- Sentenza Cestaro sulla scuola Diaz – Ministero della Giustizia
- Sentenza europea sui fatti di Bolzaneto – Ministero della Giustizia
GEO: Genova, Liguria, Italia.
Per approfondire l’attualità nazionale, la cronaca, la cultura e le notizie dal territorio, visita anche Alessandria Post e italianewspost.com.
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Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.
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