Estati allegre” di Francesca Giordano: quando il canto delle cicale diventa poesia e memoria dell’estate.

Estati allegre

Estati allegre.
Il frinire delle cicale
chiome verdi selva
come spartiti irrequieti
i canti propagano acuti.
Raggi di sole
stillati
offuscano lo sguardo incantato.
Stridono
come la luce che stilla
dai raggi tremuli del cielo nitido.
Acuiscono i canti,
i canti propagano
il silenzio non trova asilo
il frinire ridesta
le cicale
il canto
incessante
estati allegre, frivole,
frivole cicale.

Autrice Francesca Giordano

L’estate assoluta.

Nella costellazione della poesia contemporanea, l’estate ha spesso rappresentato non già la stagione della spensieratezza, bensì il momento del massimo scontro tra la pienezza della natura e l’inquietudine dell’uomo. La lirica Estati allegre dell’autrice si inserisce con eleganza in questo solco, regalandoci un quadro vibrante dove il dato naturalistico si fa sinestesia e ritmo ossessivo.

Fin dai primi versi, la poesia si struttura attorno a una dualità sensoriale potentissima: l’udito e la vista. Il «frinire delle cicale» diventa uno «spartito irrequieto» un’immagine potente che trasforma il paesaggio visivo le «chiome verdi selva” in una partitura musicale espansa.

Giordano gioca magistralmente con la ripetizione e l’eco «i canti propagano acuti» , «acuiscono i canti» mimando la natura stessa dell’interloquire delle cicale, che non conosce sosta. La luce non è semplicemente illuminazione, ma sostanza quasi liquida «raggi di sole / stillati» e, paradossalmente, accecante, capace di offuscare lo «sguardo incantato»

Per cogliere la dottrina sottesa a questi versi, è impossibile non tessere un filo rosso con i grandi moderni del secolo scorso.Eugenio Montale e il correlativo oggettivo: Il frinire della Giordano risuona inevitabilmente tra i muri scalcinati degli Ossi di seppia.Pensiamo a Meriggiare pallido e assorto , dove i versi montaliani recitano: «tra i pruni ei sterpi / schiocchi di merli, frusci di serpi» Ma se in Montale il meriggio è specchio di una «divina Indifferenza» e di una paralisi esistenziale, in Giordano il movimento è contrario: il frinire «ridesta» , il silenzio «non trova asilo» È un’estate che recupera spazio, che bombarda i sensi.
Albert Camus e l’estate “invincibile”: Questa luce che «stride» e che «offusca lo sguardo» evoca le atmosfere accecanti di Nozze a Tipasa o de Lo Straniero di Camus. L’estate della scrittrice non è un idillio pastorale; è una forza primordiale, quasi violenta nella sua bellezza, dove la luce «stilla dai raggi tremuli del cielo nitido» con una vibrazione che ferisce e incanta al tempo stesso.
D’Annunzio e la metamorfosi: La fusione tra le cicale, lo spartito e la selva richiama, seppur con una grazia più asciutta e moderna, la celeberrima Pioggia nel pineto. Laddove D’Annunzio cercava la sinfonia della pioggia, Giordano cerca la sinfonia della calura, orchestrata da quelle «frivole cicale» che chiudono il componimento.

Il paradosso della “frivolezza”

Il finale della lirica compie una virata interessantissima. L’aggettivo «frivole» accostato alle cicale e alle estati, non deve trarre in inganno. Come ci insegnava Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane, la leggerezza (o in questo caso, la frivolezza) non è superficialità, ma il modo in qual si vola sopra le cose senza macigni sul cuore.

In un mondo contemporaneo spesso soffocato dal rumore antropico e dall’ansia della storia, il canto «incessante» delle cicale della Giordano diventa un inno alla resistenza della natura. Il silenzio non trova asilo non perché vi sia caos, ma perché c’è vita assoluta.

Estati allegre si rivela così un testo prezioso: una partitura di parole capaci di restituirci la vertigine fisica e metafisica della stagione più calda, ricordandoci che, sotto il sole nitido, l’esistenza continua a cantare.

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