EDITORIALE LUGLIO 2026 - L'Occidente allo specchio

 



Vent'anni senza Oriana Fallaci. Le idee sopravvivono

agli anniversari. Le civiltà, invece, sopravvivono


soltanto se ricordano chi sono.


Civis Romanus sum.

Tre parole che un tempo bastavano a definire un'appartenenza. Oggi

dovrebbero bastare almeno a ricordarci che ogni civiltà sopravvive

finché conserva coscienza di sé.


Civis Romanus sum. Non era una semplice formula. Era un

passaporto morale, prima ancora che giuridico. Bastavano tre parole

per evocare una civiltà, un diritto, una cultura, un modo di concepire

il mondo. Un cittadino romano non portava soltanto un nome:

portava un'eredità.


Forse oggi, nell'epoca delle identità liquide, dei confini elastici e delle

mode globali che cambiano più rapidamente delle stagioni, quella

locuzione latina potrebbe sembrare un reperto da museo. Eppure è

proprio nei musei che si custodiscono le cose preziose, non quelle

inutili.

Vent'anni fa scompariva Oriana Fallaci. Il tempo ha compiuto il suo

mestiere: ha consumato le polemiche, ma non ha cancellato le

domande che ella pose con ostinazione. Anzi, molte di esse sembrano

essersi accomodate in prima fila nel teatro del XXI secolo.

"L'Occidente non dimentichi chi è."

Non era un invito alla nostalgia, bensì alla memoria. Due concetti che

spesso vengono confusi. La nostalgia guarda indietro con malinconia;

la memoria guarda avanti con consapevolezza.

Viviamo in un tempo nel quale tutto scorre, come ricordava Eraclito.

Panta rei. Cambiano gli equilibri geopolitici, le economie, le

tecnologie, perfino il modo di parlare. Ma esistono realtà che non


possono essere trattate come applicazioni da aggiornare ogni sei

mesi: la storia, la cultura, l'identità di un popolo.

L'Europa non nasce da un regolamento comunitario né da una

direttiva scritta in burocratese. Nasce molto prima.

Nasce ad Atene, dove si impara che la libertà richiede cittadini e non

sudditi.

Nasce a Roma, dove il diritto diventa il linguaggio della convivenza

civile.

Nasce a Gerusalemme, dove la dignità della persona assume un

valore universale.

Il resto è amministrazione.

Già Erodoto raccontava che gli Ateniesi decisero di opporsi

all'invasione persiana non soltanto per ragioni militari, ma perché si

riconoscevano appartenenti allo to ellenikòn: comunanza di sangue,

lingua, santuari, riti e costumi. Una definizione che oggi farebbe

probabilmente convocare un convegno internazionale per discuterne

la "problematicità". Gli antichi, invece, combattevano. Non perché

odiassero gli altri, ma perché amavano sé stessi.

Ed è qui che il dibattito contemporaneo inciampa spesso nella stessa

pietra. Difendere un'identità non significa disprezzarne altre.

Custodire la propria casa non equivale a incendiare quella del vicino.

Esiste una differenza sostanziale fra apertura e dissoluzione.

L'Occidente è diventato grande proprio perché ha saputo dialogare,

assimilare, innovare. Ma ogni dialogo presuppone due interlocutori

riconoscibili. Se uno dei due rinuncia a essere sé stesso, il dialogo

cessa e resta soltanto un lungo monologo della confusione.

Oggi il rischio più sottile non è tanto un'invasione di eserciti quanto

quella delle idee che suggeriscono che tutte le culture siano identiche,

tutte le tradizioni intercambiabili, tutti i valori equivalenti.

Se tutto vale allo stesso modo, alla fine non vale più nulla. La

globalizzazione ha portato opportunità straordinarie. Ha avvicinato

continenti, economie e persone. Ma quando pretende di trasformare il

mondo in un gigantesco centro commerciale dove perfino le identità

diventano prodotti standardizzati, allora smette di essere uno

strumento e diventa un fine. E le civiltà che smettono di distinguersi

finiscono inevitabilmente per confondersi.


Persino la mitologia greca raccontava questa differenza attraverso il

contrasto fra Polluce e il barbaro Amico: l'uno rappresentazione della

misura, dell'armonia e dell'eleganza; l'altro simbolo della forza priva

di cultura. Non era una questione etnica, ma una metafora della

civiltà.

Naturalmente nessuno auspica scontri fra popoli o presunte gerarchie

culturali. Sarebbe una caricatura della storia e un tradimento

dell'intelligenza.

Esiste però un principio che rimane attuale quanto il celebre Nosce te

ipsum: chi dimentica la propria identità diventa facilmente ciò che

altri decidono per lui.

Per questo l'Europa dovrebbe recuperare il coraggio della propria

autocoscienza. Non per erigere muri contro il mondo, ma per

costruire fondamenta sotto la propria casa. Anche perché le case

senza fondamenta non hanno bisogno di essere conquistate: basta

aspettare che crollino da sole.

In fondo aveva ragione anche l'antico stratega cinese quando

osservava che "l'invincibilità sta nella difesa". La difesa non è paura.

È conoscenza di sé. È la serenità di chi sa cosa custodisce.

E forse il miglior omaggio che possiamo rendere a Oriana Fallaci,

vent'anni dopo, non consiste nel trasformarla in un'icona da celebrare

una volta l'anno. Le idee, come le civiltà, non vivono di

commemorazioni ma di confronto.

Montanelli amava ricordare che «un popolo che perde la memoria

perde anche il futuro». È una frase che oggi suona meno come una

citazione e più come un promemoria. Perché il problema

dell'Occidente non è sapere dove sta andando. È ricordarsi, prima di

partire, da dove viene.


Giuseppe Arnò

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