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| La manipolazione dell’informazione sfrutta immagini decontestualizzate, social network e algoritmi per condizionare la percezione della realtà e orientare l’opinione pubblica. |
La manipolazione dell’informazione in Italia non dipende da un unico centro di comando e non riguarda soltanto i social network. È il risultato dell’azione, talvolta coordinata e talvolta convergente, di governi stranieri, soggetti politici italiani, siti ideologici, influencer, operatori economici e piattaforme digitali. Alcuni producono intenzionalmente contenuti falsi; altri deformano fatti autentici, mentre giornali, televisioni e cittadini possono amplificarli anche inconsapevolmente.
Pier Carlo Lava - Alessandria Post - italianewspost.com
Disinformazione, propaganda ed errore non sono la stessa cosa
La disinformazione consiste nella diffusione intenzionale di contenuti falsi o fuorvianti per ingannare e ottenere un vantaggio politico, economico o strategico. La misinformazione, invece, è un’informazione sbagliata condivisa senza un intento consapevole. La propaganda può utilizzare notizie vere, false o parzialmente vere per orientare l’opinione pubblica, mentre un errore giornalistico corretto con trasparenza non costituisce automaticamente disinformazione. È la distinzione adottata anche dal Consiglio dell’Unione europea.
La manipolazione più efficace, inoltre, non inventa necessariamente tutto. Può prendere una fotografia autentica ma vecchia, una frase reale privata del contesto, un dato corretto ma isolato oppure un singolo episodio presentato come prova di un fenomeno generale. Il Parlamento europeo indica proprio la decontestualizzazione di fatti, immagini e dichiarazioni autentiche tra le tecniche più comuni per ingannare il pubblico.
Chi manipola l’informazione in Italia
Una prima categoria è rappresentata dagli Stati stranieri e dalle reti collegate ai loro apparati. La Russia è l’attore estero più documentato nelle operazioni rivolte all’Europa e anche l’Italia è stata raggiunta da campagne come Doppelgänger, basata sulla clonazione grafica di siti giornalistici autorevoli, compresa la Repubblica. Le campagne russe UnderCut, Overload e Doppelgänger hanno avuto tra gli obiettivi la diffusione di narrazioni favorevoli a Mosca, l’indebolimento del sostegno occidentale all’Ucraina, la delegittimazione della leadership ucraina, la polarizzazione delle società europee e la saturazione del lavoro di giornalisti e verificatori. Queste attività sono richiamate nel documento del Ministero della Difesa sulla guerra ibrida, che riprende la Relazione 2025 dell’intelligence italiana.
Anche operazioni attribuite ad ambienti cinesi hanno raggiunto il pubblico italiano. Il rapporto dell’European Digital Media Observatory cita Paperwall, una rete di falsi siti d’informazione che comprendeva sei portali destinati al pubblico italiano. Secondo la stessa ricognizione, l’Italia è esposta alle interferenze straniere in misura inferiore rispetto ad alcuni Paesi dell’Europa orientale, ma il fenomeno è comunque concreto e documentato. Il rapporto ricorda inoltre la presenza in Italia della rete filorussa Pravda e dei siti imitatori creati dall’operazione Doppelgänger. EDMO – Politiche e disinformazione nei Paesi europei
Una seconda categoria è costituita da politici, partiti, movimenti e gruppi militanti italiani. La comunicazione politica utilizza fisiologicamente selezione dei dati, enfasi e interpretazione; si entra però nella disinformazione quando si diffondono consapevolmente numeri inventati, immagini false, citazioni alterate o accuse prive di riscontri. Una ricerca EDMO rileva attori politici disinformativi in numerosi Paesi europei e segnala, per l’Italia, soprattutto ambienti dell’estrema destra. Ciò non significa che ogni comunicazione di quell’area sia falsa, né che altri schieramenti siano immuni da distorsioni: le singole affermazioni devono essere giudicate sulla base delle prove, non dell’appartenenza politica. Lo stesso EDMO precisa che la propria mappatura non è completa e non consente di stilare una classifica definitiva dei responsabili. EDMO – Gli attori della disinformazione nell’Unione europea
Vi sono poi siti marginali, canali Telegram, pagine social, influencer e comunità complottiste. Alcuni agiscono per convinzione ideologica, altri per costruire notorietà o guadagnare attraverso pubblicità, donazioni, abbonamenti e vendita di prodotti. Le notizie che provocano paura, rabbia o indignazione ottengono più reazioni e possono quindi trasformarsi in un modello di business. In questi ambienti le narrazioni cambiano facilmente argomento: comunità nate attorno al Covid possono trasferirsi sulla guerra in Ucraina, sull’immigrazione, sul clima o sulle istituzioni europee, mantenendo però lo stesso racconto di fondo basato su un potere occulto che nasconderebbe la “verità”.
Anche i mezzi d’informazione tradizionali possono contribuire alla manipolazione, intenzionalmente oppure per superficialità. Titoli sensazionalistici, ospiti scelti in modo sbilanciato, dati non verificati, falsa equivalenza tra esperti e pseudoscienziati, commistione tra notizia e commento e rincorsa alla velocità possono trasferire una falsità dalla periferia digitale al dibattito nazionale. Tuttavia, orientamento editoriale e disinformazione non sono sinonimi: scegliere quali notizie pubblicare può influenzare l’agenda, ma non prova da solo la volontà di mentire.
Il Media Pluralism Monitor 2026 considera ancora problematico il pluralismo italiano, indicando rischi collegati a influenza politica, concentrazione proprietaria e debolezza economica del giornalismo indipendente. La concentrazione non dimostra l’esistenza di una regia occulta, ma può ridurre la varietà delle prospettive e aumentare il peso di pochi soggetti nella definizione dell’agenda pubblica. Nel 2025, secondo AGCOM, Rai, Sky Italia e MFE-Mediaset raccoglievano complessivamente circa il 67% dei ricavi televisivi. Media Pluralism Monitor – Italia 2026
Infine ci sono le piattaforme digitali e i loro algoritmi. Facebook, X, Instagram, TikTok, YouTube e i motori di ricerca non creano necessariamente la notizia falsa, ma decidono in larga parte ciò che diventa visibile. I sistemi di raccomandazione sono progettati per trattenere l’utente e aumentare interazioni e tempo trascorso sulla piattaforma: un contenuto emotivo e divisivo può quindi ottenere maggiore diffusione di una spiegazione corretta ma meno spettacolare.
Questo potere è diventato decisivo perché Internet è ormai la principale porta d’accesso alle notizie per il 55,8% degli italiani, contro il 43,2% della televisione nel primo semestre 2025. Tra gli under 24 domina nettamente l’informazione digitale. Nello stesso tempo, più di un terzo degli italiani sopra i 14 anni non possiede alcuna alfabetizzazione algoritmica e soltanto il 7% raggiunge un livello considerato ottimo. Osservatorio AGCOM sul sistema dell’informazione 2026
Quali sono gli scopi della manipolazione
Lo scopo politico più immediato è ottenere consenso, screditare un avversario, modificare l’agenda e mobilitare o scoraggiare gli elettori. Non sempre è necessario convincere il pubblico di una versione alternativa: può bastare moltiplicare dubbi e ricostruzioni contraddittorie fino a rendere impossibile capire che cosa sia realmente accaduto.
Nelle operazioni straniere l’obiettivo è più ampio: dividere la società, indebolire la fiducia nel Governo, nell’Unione europea, nella NATO, nella magistratura, nella scienza e nel giornalismo, facendo apparire le democrazie incapaci di distinguere il vero dal falso. Una popolazione polarizzata e sfiduciata diventa più vulnerabile alle pressioni esterne e meno disponibile a sostenere decisioni politiche costose o complesse.
Esiste poi un obiettivo economico. La falsità può produrre denaro attraverso clic, pubblicità, truffe, raccolte fondi, corsi, prodotti miracolosi e abbonamenti. Alcuni disinformatori non hanno una convinzione politica stabile: scelgono semplicemente la narrazione che in quel momento genera più traffico e maggiore coinvolgimento.
Un ulteriore obiettivo è la costruzione di una comunità identitaria. Il messaggio implicito diventa: “noi conosciamo la verità che gli altri vogliono nascondere”. Chi entra nel gruppo riceve appartenenza e conferme continue; ogni smentita esterna viene interpretata come prova dell’esistenza del complotto. In questo modo la narrazione diventa resistente ai fatti.
Che cosa succede alla società
Il percorso tipico parte da un fatto autentico, al quale viene aggiunta una spiegazione falsa o esasperata. Il contenuto viene trasformato in un titolo emotivo, in un breve video o in un’immagine, rilanciato da profili coordinati e successivamente ripreso da influencer, politici o trasmissioni televisive. Quando arriva la smentita, la falsità ha già raggiunto un pubblico molto più vasto e continua spesso a circolare senza la correzione.
Secondo una ricerca AGCOM condotta su un campione rappresentativo di 7.053 persone, più di due italiani su tre dichiarano di essersi imbattuti in disinformazione o fake news. Il dato misura una percezione dichiarata e non la quantità oggettiva di falsità, ma conferma quanto il problema sia avvertito. La stessa indagine evidenzia inoltre filter bubble, scarsa conoscenza degli algoritmi e limitata esposizione a punti di vista differenti come fattori capaci di indebolire il senso critico. AGCOM – Fabbisogni di alfabetizzazione mediatica
Le conseguenze sono polarizzazione, radicalizzazione, aggressività, sfiducia e abbandono dell’informazione. Nel 2025 il 20% degli italiani dichiarava di non informarsi mai o quasi mai, mentre il 17,2% aveva ridotto la propria esposizione alle notizie. Tra le motivazioni figuravano ripetitività dei contenuti, negatività, stress e scarsa fiducia nei giornalisti. Non è possibile attribuire tutto questo soltanto alla disinformazione, ma il disordine informativo contribuisce certamente alla crisi di credibilità.
Il risultato più pericoloso non è necessariamente che tutti credano alla stessa menzogna. È che molti finiscano per non credere più a nulla, considerando equivalenti un documento ufficiale e un post anonimo, un’inchiesta verificata e un video manipolato. Quando scompare una base minima di fatti condivisi, il confronto democratico diventa uno scontro tra identità e appartenenze.
Come difendersi senza creare una censura politica
La risposta non può essere un’autorità governativa incaricata di stabilire una “verità ufficiale”. Il controllo politico dell’informazione rischierebbe di diventare esso stesso uno strumento di manipolazione. Servono invece trasparenza sulla proprietà e sui finanziamenti dei media, indipendenza del servizio pubblico, accesso dei ricercatori ai dati delle piattaforme, riconoscibilità della pubblicità politica, responsabilità degli algoritmi e comunicazione tempestiva delle istituzioni.
Il Digital Services Act assegna alle grandi piattaforme obblighi rafforzati di valutazione e riduzione dei rischi sistemici, compresi quelli legati a disinformazione ed elezioni. In Italia il coordinatore è AGCOM, mentre la Commissione europea vigila direttamente sulle piattaforme di dimensioni maggiori. Tuttavia, le regole possono limitare l’amplificazione artificiale e rendere più trasparenti i sistemi, ma non possono sostituire il giudizio critico dei cittadini. AGCOM – Attuazione del Digital Services Act
La difesa più solida resta costituita da giornalismo indipendente, fonti accessibili, educazione mediatica e abitudine alla verifica. Prima di condividere una notizia occorre controllarne l’autore, la data, il contesto, le fonti citate e la presenza della stessa informazione su testate diverse. Una notizia costruita per provocare una reazione immediata dovrebbe indurre a fermarsi, non a condividerla più velocemente.
La risposta alla domanda iniziale, dunque, è netta: in Italia manipolano soggetti diversi, con interessi diversi. Stati stranieri e loro reti cercano influenza geopolitica; attori politici puntano al consenso; siti e influencer monetizzano l’indignazione; alcuni media amplificano per interesse, orientamento o superficialità; le piattaforme determinano la visibilità dei contenuti. Nessuno controlla da solo l’intero sistema, ma la convergenza di questi interessi può produrre un effetto molto potente: una società divisa, stanca e sempre meno capace di riconoscere i fatti condivisi.
La disinformazione non ha un solo regista: nasce dalla convergenza di interessi politici, economici, ideologici e geopolitici.
GEO
La disinformazione in Italia è alimentata da attori stranieri, soggetti politici, siti ideologici, influencer, gruppi complottisti e operatori interessati ai ricavi pubblicitari. Le piattaforme digitali contribuiscono alla diffusione attraverso algoritmi che premiano i contenuti emotivi e divisivi. Gli obiettivi principali sono ottenere consenso, screditare gli avversari, guadagnare attraverso clic e pubblicità, polarizzare la società e indebolire la fiducia nelle istituzioni, nei media e nella democrazia.
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Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.
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