Per anni, la vita lo ha spinto nelle direzioni più disparate, nel ruolo pragmatico e rigoroso del manager
d’azienda. Eppure, in qualunque luogo si trovasse, Alfio Rossi portava con sé un’abitudine: quella di
affidare i propri pensieri, le intuizioni e i sogni ai pezzi di carta più fragili e improvvisati. Tovaglioli, margini
bianchi di giornali, foglietti destinati a perdersi nel vento; micro-memorie che oggi, salvate dall’oblio,
trovano una voce solida e matura in “D/esistenze”, la nuova opera che arricchisce la collana “I
Diamanti della Poesia” dell’Aletti Editore, disponibile anche nella versione e-book. «Desistenze -
spiega l’autore, che vive ad Alatri (Frosinone) - sono il fardello dei fallimenti, delle rinunce,
volontariamente perpetrate o subite dalla sorte. Ma anche quelle cesure e censure che operiamo a danno
della nostra anima, dei nostri io repressi. Esiste poi una desistenza, frutto di consapevolezza, di misterico
discernimento, capace di restituirci l’incanto semplice del fluire, di cui siamo parte inconsapevole; una
desistenza che ci agguanti il bavero dell’anima e ci scuota al risveglio di altre possibili esistenze».
Un diario di frammenti salvati dal frastuono quotidiano per riscoprire il silenzio e la meraviglia, e
per guardarsi dentro senza indulgenza. Come lo definisce, nella Prefazione, il professor Hafez
Haidar, accademico e pluricandidato al Premio Nobel, «un interessante ed originale viaggio nei perigliosi
sentieri dell’esistenza, alla ricerca della bellezza delle quattro stagioni della vita e del fascino di Madre
Natura e alla scoperta dei segreti e dei misteri della mente e del cuore». Scrivere questo libro è stato, per il
poeta, «l’atto tardivo e indifferibile di dare finalmente ad alcuni “io sciamanici” che hanno continuato a
reclamare ascolto sotto la superficie di una vita densa di impegni». In queste pagine si avverte anche una
lucida e accorata critica alla contemporaneità. In un’epoca in cui tutto sembra anestetizzato e ridotto a
modelli preconfezionati, l’autore diffida delle facili ricette di “risveglio”, contestando un mercato culturale
che rischia di omologare e addomesticare l’arte. Invece, la vera poesia è tutt’altra cosa: è una creatura che
nasce dal silenzio sacro, dall’inquietudine di ciò che è quasi impossibile da dire, e che ha bisogno
di solitudine per trasformarsi in una lingua nuova. «La poesia può insufflare nuovo spirito vitale, a patto
che non sia offerta come l’ennesimo prodotto, indistinguibile dalla slavina di prodotti che ci travolge da
ogni parte».
L’opera - esposta anche al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, negli spazi Aletti
Editore - è un invito a fermarsi, a squarciare la ragnatela dell’ovvio per tornare a meravigliarsi di fronte ai
bagliori, a volte dolorosi e a volte seducenti, della vita. «Quando si ascolta l’eloquio del silenzio - confessa
l’autore -tutto diventa sublimemente chiaro e disarmato e allora basta trovare un foglio bianco,
condiscendente, che accolga e lasci sublimare pensieri trasgressivi, inquieti, guizzanti, spudorati;
inselvatichiti dal lungo esilio a cui li abbiamo relegati». Con una scrittura intensa, Alfio Rossi ci offre
“l’unghia affilata della sua poesia” per liberarci dal frastuono e ritrovare la nostra parte più vera: «Occorre
nutrire, con accanimento, il germe onesto della follia che è in noi ed osare fissarne lo sguardo, se si vuole
davvero intuire quanto è smisurato l’oltre ed il possibile».
Federica Grisolia
Vincenzo La Camera (Addetto Stampa Aletti Editore)

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