Caso Mario Roggero: comprendere il trauma non significa trasformare la fuga dei rapinatori in legittima difesa
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Una gioielleria e un tribunale rappresentano simbolicamente i due poli del caso Roggero: il trauma della rapina e il successivo giudizio della magistratura.
Il caso di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione, ha diviso profondamente l’opinione pubblica. Da una parte vi sono coloro che lo considerano una vittima abbandonata dallo Stato; dall’altra quanti ritengono che la sentenza abbia applicato correttamente una distinzione essenziale: difendersi durante un’aggressione non equivale a inseguire e colpire chi sta ormai fuggendo. La Cassazione ha confermato la pena stabilita in appello per il duplice omicidio e il tentato omicidio commessi dopo la rapina del 28 aprile 2021.
Editoriale di Pier Carlo Lava - Direttore di Alessandria Post e Italia News Post
Prima di formulare qualsiasi giudizio, occorre riconoscere la gravità di ciò che Roggero e la sua famiglia subirono all’interno della gioielleria. Durante la rapina, i familiari furono minacciati e sottoposti a una situazione di estrema paura. Nessuno dovrebbe minimizzare il trauma provocato dall’irruzione di persone armate o apparentemente armate in un’attività commerciale, né la sensazione di impotenza e rabbia che può seguirne.
Questa comprensione umana, tuttavia, non può sostituire la ricostruzione giudiziaria dei fatti. Secondo quanto stabilito dai giudici di merito e confermato definitivamente, quando Roggero sparò i rapinatori avevano già lasciato il negozio e stavano tentando di allontanarsi. Proprio per questo è stata esclusa la legittima difesa: mancava il pericolo attuale richiesto dall’articolo 52 del Codice penale.
La linea che separa la difesa dalla reazione
La legittima difesa non richiede alla vittima di restare immobile mentre viene aggredita. La legge riconosce il diritto di reagire per proteggere la propria vita, quella dei familiari e i propri beni, purché esista una minaccia concreta e attuale e la reazione sia necessaria rispetto al pericolo.
Il punto decisivo del caso Roggero non è dunque stabilire se la rapina fosse grave: lo era senza alcun dubbio. La questione è determinare se, nel momento in cui vennero esplosi i colpi all’esterno della gioielleria, l’aggressione fosse ancora in corso oppure fosse ormai terminata.
I giudici hanno scelto la seconda interpretazione sulla base delle immagini e degli altri elementi acquisiti nel processo. Hanno ritenuto che si fosse passati dalla necessità di respingere un’offesa a una reazione contro persone in fuga, due delle quali morirono e una terza rimase ferita.
È su questa linea che deve concentrarsi il dibattito. La legittima difesa protegge dal pericolo; non conferisce il potere di punire il colpevole dopo che il pericolo è cessato. L’accertamento dei reati, la cattura dei responsabili e l’applicazione della pena appartengono allo Stato, non al cittadino che ha appena subito l’aggressione.
Non siamo davanti a un processo contro chi si difende
Una parte del dibattito pubblico presenta il caso come se Roggero fosse stato condannato semplicemente per essersi difeso dentro la propria gioielleria. Questa rappresentazione non coincide con quanto accertato nelle sentenze. La condanna riguarda ciò che avvenne dopo l’uscita dei rapinatori, quando furono inseguiti e raggiunti dai colpi.
La distinzione non è un cavillo inventato dai magistrati. È il confine che impedisce alla legittima difesa di trasformarsi in giustizia privata o vendetta personale. Se bastasse aver subito una rapina per poter usare successivamente una forza letale contro chi fugge, lo Stato rinuncerebbe di fatto al proprio compito e affiderebbe alla rabbia del momento la decisione sulla vita o sulla morte di una persona.
Questo principio deve valere anche quando i soggetti colpiti avevano appena commesso un reato grave. Un rapinatore deve essere arrestato, processato e condannato, ma non perde automaticamente il diritto alla vita e alle garanzie dell’ordinamento.
Affermarlo non significa mostrare maggiore attenzione verso chi delinque che verso chi subisce il reato. Significa difendere una società nella quale la colpa viene accertata da un tribunale e la pena non viene decisa con un’arma in strada.
Una pena molto pesante sul piano umano
Quattordici anni e nove mesi rappresentano una pena durissima, soprattutto per una persona che ha oggi 72 anni. È ragionevole osservare che una detenzione di questa durata potrebbe occupare una parte consistente della vita che gli rimane. Roggero si è costituito nel carcere di Bollate dopo l’ordine di esecuzione della pena.
Questa considerazione umana non deve essere censurata. È legittimo interrogarsi sulla funzione concreta della pena, sulle condizioni personali del condannato e sulla possibilità che l’età renda la detenzione particolarmente gravosa.
Non sarebbe però corretto sostenere che i giudici abbiano scelto il massimo della severità consentita. In primo grado Roggero era stato condannato a 17 anni, mentre la Corte d’Assise d’Appello di Torino ha ridotto la pena a 14 anni e 9 mesi. Le motivazioni dell’appello documentano il riconoscimento delle attenuanti e la rideterminazione degli aumenti collegati ai diversi reati.
La pena finale può apparire comunque molto alta a una parte dell’opinione pubblica, ma non risulta costruita ignorando il contesto della rapina o applicando automaticamente la sanzione più elevata possibile. Il trauma subito, la situazione personale e gli elementi favorevoli sono entrati nella valutazione giudiziaria senza cancellare la responsabilità per le conseguenze degli spari.
I giudici hanno applicato le leggi esistenti
È possibile criticare una legge, proporne una modifica o discutere l’equilibrio tra difesa della vittima e tutela di chi delinque. Non è invece corretto attribuire automaticamente ai magistrati la responsabilità politica delle norme che sono tenuti ad applicare.
Nel caso Roggero si sono pronunciati una Corte d’Assise, una Corte d’Assise d’Appello e infine la Corte di Cassazione. I tre livelli del giudizio hanno escluso che la condotta potesse essere ricondotta alla legittima difesa, pur riducendo la pena tra primo e secondo grado.
Dire che le sentenze sono state emesse applicando la legge non significa sostenere che la giustizia sia infallibile o che ogni decisione debba essere sottratta alla discussione. Le sentenze possono essere analizzate e criticate, ma la critica dovrebbe confrontarsi con i fatti accertati e con le motivazioni, non limitarsi ad accusare i giudici di proteggere i delinquenti.
La magistratura non ha affermato che Roggero avrebbe dovuto accettare passivamente la rapina. Ha stabilito che la reazione armata proseguì quando il pericolo attuale non era più presente. È una distinzione sostanziale e non semplicemente terminologica.
Il paragone con gli Stati Uniti è fuorviante
Nel dibattito viene spesso evocato il modello degli Stati Uniti, come se in quel Paese fosse sempre consentito sparare contro chi entra in una proprietà o fugge dopo un reato. In realtà, anche la legislazione statunitense varia da Stato a Stato e non autorizza indistintamente qualunque uso della forza.
Ma soprattutto l’Italia ha scelto un proprio modello costituzionale e giuridico. La difesa dei cittadini deve essere garantita dallo Stato, mentre l’uso privato della forza letale rimane circoscritto alle situazioni nelle quali è realmente necessario per fronteggiare un pericolo.
Possiamo discutere se le forze dell’ordine dispongano di mezzi sufficienti, se le pene per le rapine siano adeguate e se commercianti e famiglie ricevano abbastanza protezione. Sono domande fondamentali, ma non devono essere confuse con il riconoscimento di un diritto generalizzato a inseguire e uccidere chi scappa.
Una società sicura non è quella nella quale ogni cittadino diventa giudice ed esecutore della pena. È quella nella quale le rapine vengono prevenute, i responsabili sono individuati rapidamente e le vittime vengono protette e sostenute.
Le responsabilità dei rapinatori non devono essere cancellate
La ricerca di equilibrio non può condurre all’estremo opposto. Le persone entrate nella gioielleria furono responsabili di un’azione criminale grave, che provocò paura, umiliazione e un trauma profondo nella famiglia Roggero.
Non devono essere trasformate retroattivamente in figure estranee alla violenza che diede origine all’intera vicenda. Senza quella rapina, con ogni probabilità, nulla di ciò che seguì sarebbe accaduto. Questa responsabilità causale e morale deve essere riconosciuta con chiarezza.
Ma il fatto che una persona abbia commesso un delitto non rende legittima qualsiasi azione successiva contro di lei. L’ordinamento distingue le responsabilità proprio perché non esiste una colpa capace di assorbire automaticamente tutte le altre.
I rapinatori rispondevano della rapina. Roggero è stato chiamato a rispondere dei colpi esplosi durante la fuga. Tenere insieme le due responsabilità non significa equipararle, ma evitare una narrazione nella quale una parte diventa completamente innocente e l’altra perde ogni diritto.
La grazia è un’altra questione
La richiesta di grazia è entrata nel dibattito politico dopo la condanna definitiva. È importante ricordare che la grazia non cancella la sentenza e non trasforma una condotta illecita in legittima difesa. È un provvedimento individuale di clemenza, attribuito dalla Costituzione al Presidente della Repubblica, valutato alla luce di circostanze umanitarie, personali e istituzionali.
Sostenere la grazia per Roggero può essere una posizione politicamente e umanamente legittima. Si può ritenere che l’età, il trauma subito e la durata della pena meritino una valutazione di clemenza, senza negare la responsabilità accertata dai tribunali.
Allo stesso modo, è legittimo ritenere che una grazia troppo rapida rischierebbe di trasmettere il messaggio che uccidere persone in fuga sia sostanzialmente accettabile quando si è stati vittime di un reato.
Le due posizioni devono potersi confrontare senza insulti e senza attribuirsi reciprocamente intenzioni disumane. Chi sostiene la grazia non è necessariamente favorevole alla giustizia privata; chi la considera inopportuna non è necessariamente indifferente verso le vittime delle rapine.
Va inoltre osservato che, secondo quanto riferito da RaiNews, dal Ministero della Giustizia è arrivata una smentita circa l’avvio formale di un iter per la grazia nei giorni immediatamente successivi alla sentenza.
La politica deve evitare semplificazioni
Il caso Roggero è diventato rapidamente terreno di scontro politico. Dichiarazioni, visite in carcere e proposte pubbliche hanno accentuato una contrapposizione nella quale ogni sfumatura rischia di scomparire.
La politica ha il diritto e il dovere di discutere le leggi sulla sicurezza. Deve però evitare di trasformare una tragedia complessa in uno slogan nel quale esistono soltanto un eroe e alcuni nemici privi di umanità.
Promettere che chiunque reagisca dopo una rapina non debba affrontare conseguenze penali può generare aspettative incompatibili con l’ordinamento. Allo stesso modo, ignorare la paura dei commercianti, il ripetersi delle rapine e la percezione di insicurezza alimenta sfiducia verso le istituzioni.
La risposta più seria consiste nel rafforzare prevenzione, investigazione, assistenza alle vittime, certezza della pena e protezione delle attività più esposte, senza indebolire il principio secondo cui la forza letale costituisce l’ultima risorsa davanti a un pericolo attuale.
La sofferenza delle famiglie
In questa vicenda esistono più famiglie segnate per sempre. La famiglia Roggero ha subito una rapina violenta e ora affronta la detenzione di un uomo anziano. Le famiglie delle due persone uccise hanno perso dei congiunti, pur sapendo che essi avevano partecipato a un grave reato.
Riconoscere il dolore dei familiari dei rapinatori non significa assolvere questi ultimi. Allo stesso modo, riconoscere il trauma di Roggero non equivale ad affermare che gli spari fossero giuridicamente legittimi.
Il linguaggio pubblico dovrebbe rispettare questa complessità. Parole offensive, celebrazioni della morte o inviti alla violenza non aiutano né le vittime né la società. Alimentano soltanto una divisione nella quale la sofferenza viene utilizzata per colpire la parte avversaria.
Difendere le vittime senza rinunciare allo Stato di diritto
Una posizione equilibrata può apparire meno immediata di uno slogan, ma è la sola capace di tenere insieme sicurezza e giustizia.
Possiamo affermare contemporaneamente che:
la rapina subita da Roggero fu grave e traumatica;
lo Stato deve proteggere maggiormente commercianti e cittadini;
i responsabili delle rapine devono essere individuati e puniti;
quattordici anni e nove mesi sono una pena umanamente molto pesante per un settantaduenne;
la possibilità della grazia può essere discussa senza scandalo;
sparare contro persone in fuga, in assenza di un pericolo attuale, non può essere presentato come legittima difesa.
Non c’è contraddizione tra queste affermazioni. La vera contraddizione sarebbe chiedere allo Stato di garantire sicurezza e, nello stesso tempo, negargli il monopolio della giustizia e della pena.
La posizione di Alessandria Post e Italia News Post
La nostra posizione è improntata a prudenza, rispetto e obiettività. Non intendiamo demonizzare Mario Roggero, né ignorare la violenza della rapina subita. Comprendiamo la paura e il trauma di chi vede minacciata la propria famiglia e la propria attività.
Riteniamo però altrettanto necessario affermare che la comprensione umana non può trasformarsi nell’approvazione della giustizia privata. Quando l’aggressione termina e il pericolo cessa, cambia anche il quadro giuridico della reazione.
I giudici hanno applicato le norme esistenti, riconosciuto attenuanti e ridotto la condanna rispetto al primo grado. La pena definitiva rimane molto dura, ma non può essere raccontata come una punizione inflitta per il semplice fatto di essersi difeso dentro il negozio.
Si può chiedere clemenza. Si può sostenere che la detenzione di un uomo di 72 anni debba essere valutata anche sotto il profilo umano. Si possono proporre modifiche alle leggi. Ma tutto questo deve avvenire senza alterare i fatti accertati, senza insultare la magistratura e senza sostenere che chi delinque possa essere ucciso mentre fugge.
La sicurezza dei cittadini è un diritto. Anche lo Stato di diritto lo è. Difendere l’uno sacrificando l’altro non renderebbe l’Italia più giusta né più sicura.
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