Caldo estremo e siccità, l’Italia entra nella fase più critica: 15 città da bollino rosso e Piemonte in emergenza idrica

Fiume con livello dell’acqua molto basso, terreno arido e campi in sofferenza sotto il sole intenso, mentre un agricoltore osserva gli effetti della siccità.
La riduzione delle piogge e le temperature elevate stanno mettendo in difficoltà fiumi, agricoltura e riserve idriche, aumentando la pressione sui territori piemontesi.

L’Italia è investita dalla terza ondata di calore dell’estate 2026, nonostante la stagione sia ancora lontana dalla sua conclusione. Temperature vicine o superiori ai 40 gradi, notti durante le quali l’aria non riesce a raffreddarsi, terreni sempre più asciutti e corsi d’acqua con portate fortemente ridotte stanno componendo un quadro che non riguarda più soltanto il disagio provocato dall’afa.

Mercoledì 15 luglio sono sette le città contrassegnate dal bollino rosso del Ministero della Salute. Giovedì 16 luglio diventeranno quindici, mentre in Piemonte la scarsità di precipitazioni ha spinto la Regione a riunire il Tavolo per l’emergenza idrica e a cercare nuove disponibilità d’acqua oltre i propri confini.

Il Piemonte, contrariamente a quanto inizialmente ipotizzato, non ha chiesto aiuto alla Liguria. I contatti sono stati avviati con la Valle d’Aosta e con il Canton Ticino, in Svizzera, soprattutto per sostenere l’irrigazione e proteggere i raccolti.

Pier Carlo Lava – Alessandria Post – italianewspost.com

Sette città da bollino rosso, giovedì saranno quindici

Per mercoledì 15 luglio il livello massimo di allerta per il caldo riguarda Bologna, Brescia, Firenze, Frosinone, Perugia, Roma e Torino.

Giovedì 16 luglio alle sette città si aggiungeranno Cagliari, Campobasso, Genova, Latina, Palermo, Pescara, Rieti e Viterbo, portando a quindici il numero complessivo dei centri urbani con bollino rosso.

Il livello 3 non indica semplicemente una giornata molto calda. Segnala condizioni di emergenza con possibili conseguenze negative sulla salute non soltanto degli anziani, dei bambini e delle persone affette da patologie croniche, ma anche di soggetti giovani e apparentemente sani, soprattutto quando il caldo persiste per diversi giorni e le temperature notturne rimangono elevate. Il Ministero della Salute elabora quotidianamente le previsioni per 27 città italiane.

La fase più intensa dell’ondata è prevista tra giovedì 16 e venerdì 17 luglio. In alcune zone interne della Sardegna sono stati prospettati valori estremi, mentre gran parte del Centro-Sud dovrà affrontare temperature massime comprese fra 35 e 40 gradi, aggravate dall’umidità.

È la terza ondata di calore quando non siamo ancora a metà estate

La nuova fase di caldo anomalo viene indicata come la terza ondata di calore della stagione 2026. Il dato è significativo perché arriva a metà luglio, quando restano ancora molte settimane potenzialmente critiche.

Le ondate non devono essere valutate soltanto attraverso la temperatura massima raggiunta durante il pomeriggio. Conta soprattutto la loro durata e la mancanza di sollievo durante la notte.

Quando le temperature minime non scendono sotto i 20 gradi si parla comunemente di notti tropicali. In queste condizioni il corpo umano fatica a disperdere il calore accumulato durante il giorno, il sonno peggiora e aumenta lo stress per il sistema cardiovascolare.

A Roma sono state registrate 26 notti tropicali consecutive a partire dal 17 giugno. Nei primi dodici giorni di luglio, dieci giornate hanno raggiunto o superato i 35 gradi. Le precipitazioni sono risultate quasi assenti, con appena 1,8 millimetri caduti nei primi dodici giorni del mese.

Caldo e siccità si alimentano reciprocamente

Caldo estremo e siccità sono fenomeni distinti, ma possono rafforzarsi a vicenda. La scarsità di pioggia riduce l’umidità del terreno e la disponibilità d’acqua per la vegetazione. Il suolo asciutto perde una parte della sua capacità di raffreddare l’ambiente attraverso l’evaporazione.

A sua volta, il caldo intenso accelera l’evaporazione da terreni, fiumi, laghi e invasi. Le coltivazioni richiedono più acqua proprio nel momento in cui la risorsa diventa più scarsa.

I temporali improvvisi non sempre risolvono il problema. Una precipitazione molto intensa e concentrata può scorrere rapidamente sulla superficie senza penetrare in profondità nel terreno. Può provocare allagamenti e danni locali, lasciando tuttavia quasi inalterata la disponibilità idrica complessiva.

Per ricostituire falde, invasi e portate fluviali servono precipitazioni diffuse, regolari e prolungate, non soltanto violenti rovesci estivi.

Piemonte, deficit delle piogge e fiumi in forte sofferenza

La Regione Piemonte aveva già riaperto il proprio Osservatorio sull’emergenza idrica il 23 giugno, dopo che Arpa aveva segnalato una situazione di netto deficit.

Nel mese precedente le precipitazioni medie erano risultate inferiori del 44% rispetto alla media climatica 1991-2020, con scarti vicini al 50% nelle zone settentrionali e orientali. Le risorse superficiali conservate sotto forma di neve, negli invasi e nel Lago Maggiore erano inferiori del 31% rispetto alla norma.

Anche le portate dei fiumi risultavano fortemente ridotte. Il Sesia a Palestro aveva registrato un valore medio inferiore del 67% alla norma; Tanaro, Varaita e Toce presentavano deficit attorno al 50%, mentre il Po, all’uscita dal bacino piemontese, mostrava una portata inferiore del 46% alla media mensile storica.

La situazione è ulteriormente peggiorata nelle settimane successive. Alla metà di luglio, le precipitazioni di giugno sul bacino del Po presentavano un deficit del 36%, mentre le risorse idriche superficiali risultavano ridotte del 37% rispetto alla media del periodo.

Nella prima decade di luglio molte sezioni idrometriche mostravano deficit superiori al 40%. Il Po a Isola Sant’Antonio, nell’Alessandrino, ha registrato una portata media inferiore del 75% rispetto al valore storico.

Tanaro, Scrivia e Po tra i bacini maggiormente colpiti

Le condizioni più difficili riguardano diversi bacini a sud del Po. Le analisi diffuse nel mese di luglio hanno indicato una situazione di siccità severa nel bacino del Tanaro, dello Scrivia e nel tratto del Po a monte della confluenza con la Dora Baltea.

Per la provincia di Alessandria il problema assume quindi un’importanza diretta. La riduzione delle portate interessa l’agricoltura, gli ecosistemi fluviali, la disponibilità per le attività produttive e, nei casi più delicati, anche l’approvvigionamento potabile delle località servite da sorgenti o piccoli acquedotti.

I grandi centri urbani dispongono generalmente di sistemi più articolati e collegamenti tra fonti differenti. I piccoli Comuni montani, le frazioni e le abitazioni isolate risultano spesso più vulnerabili, perché dipendono da sorgenti locali che possono ridursi rapidamente.

Un centinaio di Comuni ha già adottato ordinanze sull’acqua

Il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio ha riferito che circa cento Comuni hanno già emanato ordinanze per regolamentare l’utilizzo dell’acqua.

Le misure riguardano soprattutto il divieto o la limitazione degli usi non indispensabili: irrigazione di prati e giardini, lavaggio delle automobili, riempimento delle piscine e utilizzo dell’acqua potabile per attività che potrebbero essere rimandate.

In alcune frazioni e località montane è già stato necessario ricorrere alle autobotti per garantire la disponibilità minima alle famiglie. La Regione ha dichiarato di essere pronta a valutare la richiesta dello stato di emergenza qualora le condizioni meteorologiche non dovessero migliorare.

Il Piemonte chiede più acqua a Valle d’Aosta e Canton Ticino

Il Piemonte sta lavorando con la Regione Valle d’Aosta e con il Canton Ticino per verificare la possibilità di aumentare la quantità d’acqua immessa nel territorio piemontese.

La richiesta riguarda in particolare l’uso agricolo. Il problema più urgente è infatti salvaguardare le colture durante una fase decisiva della stagione, quando mais, riso, ortaggi, frutta e vigneti hanno bisogno di disponibilità idrica regolare.

Non si tratta quindi, almeno sulla base delle dichiarazioni diffuse, di un trasferimento generalizzato destinato agli acquedotti piemontesi, ma di una collaborazione per aumentare le risorse disponibili per l’irrigazione.

La Liguria non risulta coinvolta in questa specifica richiesta. La confusione può derivare dalla vicinanza geografica o dal fatto che diverse Regioni del Nord-Ovest condividono problemi climatici e sistemi idrici interconnessi, ma le interlocuzioni confermate riguardano Valle d’Aosta e Canton Ticino.

L’agricoltura è il settore più esposto nell’immediato

Una carenza idrica durante la fase di crescita o maturazione può ridurre quantità e qualità dei raccolti. Le aziende devono scegliere quali colture irrigare, aumentare i costi energetici per il pompaggio e affrontare turnazioni più severe nei consorzi irrigui.

Il danno non si ferma ai campi. Una minore produzione può incidere sulle aziende di trasformazione, sugli allevamenti, sull’occupazione stagionale e sui prezzi pagati dai consumatori.

Alcune colture possono sopportare brevi periodi di carenza. Altre, soprattutto nelle fasi più delicate, rischiano perdite difficilmente recuperabili anche qualora la pioggia tornasse nelle settimane successive.

Il settore agricolo chiede quindi una gestione coordinata di invasi, canali, prelievi e infrastrutture irrigue, sottolineando che la siccità non può più essere affrontata soltanto come un’emergenza occasionale.

Risparmiare acqua è necessario, ma non è sufficiente

La riduzione dei consumi domestici è importante. Chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti, preferire la doccia al bagno, riparare le perdite, utilizzare lavatrici e lavastoviglie a pieno carico e irrigare nelle ore più fresche permette di limitare gli sprechi.

Questi comportamenti, tuttavia, non possono sostituire gli interventi strutturali.

Una parte dell’acqua immessa negli acquedotti italiani viene ancora dispersa a causa di reti vecchie, rotture e manutenzione insufficiente. Servono interventi sulle condotte, sistemi di controllo delle perdite, maggiore capacità di accumulo e riutilizzo delle acque depurate per usi agricoli e industriali.

Occorre inoltre rivedere il modo in cui le città gestiscono il suolo. Un territorio completamente asfaltato o cementificato impedisce all’acqua piovana di penetrare nel terreno, aumentando il rischio di allagamenti e riducendo la ricarica delle falde.

Il caldo rappresenta anche un’emergenza sanitaria

L’ondata di calore non produce soltanto sete e stanchezza. Può causare disidratazione, crampi, abbassamenti di pressione, aggravamento delle malattie cardiache e respiratorie, colpo di calore e perdita di coscienza.

Sono maggiormente esposti gli anziani che vivono soli, i bambini piccoli, le donne in gravidanza, le persone con diabete, malattie cardiache, renali o respiratorie e chi assume farmaci che modificano la pressione, la sudorazione o l’equilibrio dei liquidi.

Anche i lavoratori all’aperto, gli addetti ai cantieri, all’agricoltura, alla logistica e alle consegne affrontano rischi elevati. Il pericolo aumenta nelle ore centrali, negli ambienti poco ventilati e quando si svolgono attività fisiche intense.

Il bollino rosso deve quindi essere considerato una segnalazione sanitaria, non soltanto meteorologica.

Come proteggersi durante le giornate più calde

Durante le ore comprese tra le 11 e le 18 è consigliabile limitare l’esposizione diretta al sole e rinviare le attività fisiche più impegnative.

Bisogna bere con regolarità, anche prima di avvertire sete, evitando un consumo eccessivo di alcol. Gli ambienti devono essere arieggiati nelle ore più fresche e protetti dal sole durante il giorno mediante tapparelle, tende o persiane.

Particolare attenzione deve essere riservata alle persone anziane che vivono sole. Una telefonata o una visita quotidiana può permettere di riconoscere rapidamente confusione, debolezza, difficoltà respiratorie o altri segnali di malessere.

Non si devono mai lasciare bambini, anziani o animali in un’automobile parcheggiata, neppure per pochi minuti. La temperatura interna può aumentare molto rapidamente.

Non è più sufficiente parlare di emergenza stagionale

La successione di tre ondate di calore prima della metà dell’estate, il deficit pluviometrico, la riduzione delle portate fluviali e il ricorso alle autobotti mostrano che il problema non può essere affrontato soltanto attraverso provvedimenti temporanei.

Servono una programmazione pluriennale delle risorse idriche, la manutenzione delle reti, il recupero delle acque, la protezione delle falde, nuovi sistemi di accumulo dove compatibili con il territorio e una gestione agricola più efficiente.

Anche le città devono adattarsi: più alberi, aree verdi, superfici permeabili, fontane funzionanti, spazi freschi accessibili alla popolazione e piani specifici per gli anziani e le persone fragili.

Il Piemonte sta affrontando una situazione particolarmente difficile, ma il problema riguarda gran parte del Paese. L’aumento da sette a quindici città con bollino rosso in appena ventiquattr’ore è il segnale di una crisi che coinvolge contemporaneamente salute, ambiente, agricoltura e disponibilità d’acqua.

Il caldo passerà, ma senza interventi strutturali la prossima emergenza rischia di arrivare ancora prima e di trovare territori, fiumi e comunità sempre più vulnerabili.

GEO: Piemonte, Torino, Alessandria, Valle d’Aosta, Canton Ticino, Italia

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Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.

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