Bramo: L'Ontologia del Desiderio tra Carne e Natura nella Lirica di Francesca Giordano.
Bramo
Le tue labbra segnate
ho osato nel passato
ove
c'era un sorriso
che ora non c'è
Bramo
poggia
tremanti le tue labbra
sui miei capelli olenti
come fili d' erba verdi argenteo
che ammantano su pietre "segnate"
nascosto il muso rosato
la rugiada satura
come gocce umide sul mio corpo
Tiepido
Zefico
Flutta
Spira
nel vuoto
fili di capelli olenti
fili d' erba verdi argenteo
Bramo.
La poesia "Bramo", di Francesca Giordano, si offre al lettore come una partitura sensoriale complessa, dove l'anelito amoroso non è mera espressione lirica, ma si fa esperienza ontologica, radicandosi profondamente nella materia stessa dell'esistere. Fin dall'incipit, la parola "Bramo" si pone come asse portante del testo, un verbum dicendi che non solo enuncia, ma fa essere il desiderio, incorniciando la composizione in una struttura circolare che ne amplifica la risonanza ossessiva.
Il testo si dipana attraverso una densa rete di immagini sinestetiche, dove il confine tra il corpo umano e l'elemento naturale si dissolve. I "capelli olenti", descritti come "fili d'erba verdi argenteo", non sono semplici metafore, ma testimoniano una fusione panica, un'identificazione dell'io lirico con la terra, in una eco che richiama la tradizione simbolista e dannunziana (impossibile non pensare, seppur con diversa modulazione, a "La Pioggia nel Pineto").
Giordano lavora con sapienza sull'opposizione temporale e materica. Da un lato, il ricordo di un passato "osato", di un "sorriso" che ora è assente, crea una malinconia potente, un vuoto che cerca disperatamente di essere colmato. Dall'altro, la richiesta di un contatto fisico specifico – "poggia tremanti le tue labbra sui miei capelli" – che è al contempo intimo e sacrale.
Particolarmente felice è l'immagine delle "pietre 'segnate'", coperte dall'erba-capelli. Le pietre, simbolo di stabilità e durezza, sono incise dalla memoria, dall'esperienza, forse dal dolore del tempo. L'erba che le ammanta diventa quindi metafora della vita e del desiderio che tentano di lenire, di consolare il peso del passato, in un gesto di pietas estetica.
La sensualità della lirica è tattile, quasi epidermica. La "rugiada satura", le "gocce umide" sul corpo "Tiepido", trasmettono una freschezza vitale che si contrappone all'assenza, mentre l'odore intenso dei capelli olenti aggancia il desiderio a una dimensione istintuale. Il "muso rosato" nascosto, un termine metonimico dal sapore quasi ferino, accentua questa dimensione di fragilità indifesa e, al contempo, di assoluta verità corporea.
L'elemento etereo si insinua con l'invocazione a "Zefico" (Zeffiro), il vento tiepido. I verbi di movimento "Flutta" e "Spira", inseriti in un contesto di "vuoto", introducono il tema dell'effimero, dell'illusione. Il desiderio si eleva, diventa un soffio nel vuoto, una sospensione tra realtà e sogno, rivelando la natura transitoria dell'esperienza umana, anche quando è vissuta con la massima intensità.
Stilisticamente, Giordano fa un uso sapiente della rottura del verso e dell'enjambement, creando una narrazione interrotta, un'emozione frammentata che riflette la difficoltà dell'emozione di trovare completezza nella forma. La ripetizione della parola "Bramo" in apertura e chiusura agisce come un sigillo, ribadendo che il desiderio, nella sua essenza, è un ciclo continuo, un fuoco che si alimenta della sua stessa mancanza.
"Bramo" è una lirica potente e matura, che riesce a trasfigurare il desiderio amoroso in una riflessione più ampia sulla memoria, sulla natura e sulla fragilità dell'esistere. Francesca Giordano ci consegna un testo denso di risonanze letterarie, ma sostenuto da una voce lirica autentica e personale, capace di toccare le corde più profonde dell'anima.
Invito alla lettura: italianewspost.com

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