Anziani e bambini sotto lo stesso tetto: il progetto ABI di Piacenza che riunisce le generazioni

Bambini e donne anziane riuniti intorno a un tavolo mentre disegnano e svolgono insieme attività creative in un centro intergenerazionale.
Il progetto ABI di Piacenza riunisce nello stesso centro un nido d’infanzia, una casa di riposo e un centro diurno, favorendo relazioni e attività condivise tra anziani e bambini.

A Piacenza esiste una struttura nella quale anziani e bambini condividono spazi, attività e momenti della giornata, senza perdere la specificità dei servizi destinati alle diverse età. È il Centro intergenerazionale ABI – Anziani e Bambini Insieme, nato da un progetto della cooperativa sociale Unicoop e diventato un’esperienza osservata anche dal mondo della ricerca. Non si tratta semplicemente di collocare un asilo accanto a una casa di riposo, ma di costruire relazioni continuative tra persone che si trovano agli estremi della vita.

Pier Carlo Lava

Tre servizi distinti, una sola comunità

Il Centro ABI si trova nel cuore di Piacenza e riunisce nello stesso edificio una casa di riposo con 54 posti per anziani autosufficienti o parzialmente autosufficienti, un centro diurno accreditato con 25 posti per persone anziane non autosufficienti e un nido d’infanzia privato convenzionato con il Comune, capace di accogliere fino a 43 bambini dai tre mesi ai tre anni. I tre servizi conservano organizzazione, personale e finalità specifiche, ma sono collegati da un progetto educativo e sociale comune. I dati sulla struttura sono riportati dalla Cooperativa Unicoop di Piacenza.

L’idea prese forma nel 2005, quando Unicoop, già impegnata nei servizi per l’infanzia e per la terza età, iniziò a studiare alcune esperienze intergenerazionali avviate all’estero. Il progetto venne poi realizzato nel 2009, anche grazie al sostegno del Comune e della Provincia di Piacenza, della Camera di Commercio, della Fondazione di Piacenza e Vigevano e di Crédit Agricole. La ristrutturazione di un edificio destinato agli anziani permise contemporaneamente di salvaguardare un servizio esistente, aprire un nuovo nido nel centro cittadino e realizzare un centro diurno.

La caratteristica più importante di ABI è che l’incontro non viene imposto. Anziani e bambini possono partecipare alle attività secondo le proprie condizioni, inclinazioni e disponibilità. Gli incontri programmati avvengono generalmente in piccoli gruppi e comprendono laboratori di pittura, lettura, cucina e fotografia, percorsi motori, giochi, passeggiate e attività nell’orto-giardino. Accanto agli appuntamenti organizzati ci sono i momenti spontanei: un saluto attraverso una parete vetrata, un pranzo condiviso, una festa, una merenda o semplicemente la possibilità di osservare i bambini mentre giocano.

Che cosa ricevono gli anziani e che cosa imparano i bambini

Per una persona anziana che vive in una struttura, la presenza quotidiana dei piccoli può rappresentare uno stimolo emotivo e relazionale. Le attività interrompono la monotonia, risvegliano ricordi, favoriscono il movimento e restituiscono la possibilità di assumere un ruolo attivo. L’anziano non è considerato soltanto una persona da assistere, ma qualcuno capace di ascoltare, raccontare, insegnare, giocare e offrire affetto. Anche chi non partecipa direttamente può trarre piacere dall’osservazione degli incontri.

Per i bambini il rapporto con gli ospiti della casa di riposo diventa una forma concreta di educazione alla diversità e alla fragilità. La carrozzina, il deambulatore, la lentezza dei movimenti o la difficoltà nel parlare non sono più elementi sconosciuti dei quali avere paura. Entrano nella quotidianità e vengono compresi con naturalezza. I bambini imparano a rispettare tempi diversi dai propri, ad attendere, ad aiutare e a comunicare anche attraverso un gesto o uno sguardo.

Il progetto non vuole sostituire i rapporti familiari né trasformare automaticamente ogni anziano in un “nonno acquisito”. Il suo valore consiste piuttosto nel creare occasioni autentiche di relazione, particolarmente importanti in una società nella quale aumentano le persone anziane sole, diminuiscono le nascite e molte famiglie vivono lontano dai nonni. In questo contesto i luoghi frequentati dalle diverse generazioni sono spesso rigidamente separati: da una parte i servizi educativi, dall’altra quelli assistenziali.

La ricerca sui risultati e i limiti da considerare

L’esperienza piacentina è stata analizzata in un rapporto promosso dalla Fondazione Agnelli e realizzato con l’Università Roma Tre. La ricerca sul campo, condotta tra novembre 2023 e maggio 2024, ha compreso 11 giornate di osservazione, 13 interviste e cinque focus group, oltre all’esame delle attività e delle valutazioni effettuate dagli operatori.

Dall’analisi emergono, per i bambini, una maggiore familiarità con la vecchiaia e la disabilità e il possibile superamento di stereotipi e pregiudizi. Per gli anziani vengono segnalate ricadute positive sull’umore, sulla serenità e sulla percezione del proprio ruolo. Anche educatrici e operatori sociosanitari possono arricchire le proprie competenze attraverso il confronto tra professionalità differenti.

È tuttavia corretto precisare che si tratta di uno studio qualitativo riferito a un singolo caso. Le osservazioni raccolte sono significative, ma non consentono di attribuire automaticamente al progetto ogni miglioramento riscontrato né di misurare con certezza gli effetti clinici o quelli di lunghissimo periodo. Lo stesso rapporto segnala, per esempio, che non sono stati raccolti dati specifici sull’isolamento e sulla solitudine percepiti dagli anziani. Il valore della ricerca consiste soprattutto nella ricostruzione accurata del funzionamento del modello e nell’individuazione delle condizioni necessarie per riproporlo altrove.

Un modello che potrebbe essere replicato anche in altre città

L’esperienza di Piacenza dimostra che non basta mettere un nido e una struttura per anziani nello stesso edificio. Perché il progetto funzioni servono spazi progettati correttamente, personale preparato, obiettivi condivisi, attività flessibili e un monitoraggio costante. Devono essere rispettati i ritmi dei bambini e le condizioni fisiche ed emotive degli anziani, lasciando a ciascuno la libertà di partecipare oppure di ritirarsi.

La possibile replicazione richiede inoltre un’attenta analisi dei bisogni del territorio e la collaborazione tra enti pubblici, cooperative, famiglie e realtà sociali. Non tutte le città hanno necessariamente bisogno di una struttura identica a quella piacentina: in alcuni casi potrebbe essere sufficiente integrare un nido con un centro diurno, in altri affiancare una casa di riposo a un servizio per l’infanzia. Ciò che deve rimanere centrale è la continuità della relazione, evitando che l’incontro tra generazioni si riduca a qualche festa occasionale.

ABI propone una visione del welfare nella quale cura ed educazione possono sostenersi reciprocamente. I bambini non sono soltanto destinatari di attenzioni e gli anziani non sono soltanto persone fragili da assistere. Entrambi possono offrire qualcosa all’altro: curiosità, memoria, lentezza, spontaneità, esperienza e capacità di meravigliarsi. In una società che tende a dividere le persone per età, il progetto di Piacenza ricorda che una comunità diventa più forte quando permette alle generazioni di incontrarsi davvero.

GEO: Piacenza, Emilia-Romagna, Italia.

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Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.

 

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