STRAZIATO CARCERE ETERNO una poesia di Vicenzo Savoca

 


STRAZIATO CARCERE ETERNO


Cos'è questo tempo che ci
s'ostina chiamare futuro?
Sì informe!, non ancora 
scritto! Nulla ne sappiamo,
d'accecata e chiusa meta.

Sogno ch'agita il vivere, è
bussare di giorni presenti
su porte chiuse. Tormento
spiare l'ombre con straziati
lumi: l'attimo è già passato!

Fluttuare di bolle in cieli
sconosciuti, e l'alba già si
posa su macerie passate.
Rinvenuta ombra questo
futuro, svelato e morto!

Pausa tra quel ch'eravamo
e quel ch'ancora siamo, è
questo il presente, ma già
passato, e non ancora futuro!

E mi spaura guardare le stelle,
quest'infinito d'ignoto destino.
Era ieri l'oggi e già è domani. Il
tempo non conta i giorni. Ed io
non ho voglia di sgranare l'ore.

Fermo su soglie d'ombra, un
dito di luce aspetto, che sia
futuro, passato, poco importa!
Che m'apra la porta di questo
nostro straziato carcere eterno!

Vincenzo Savoca
Ragusa 1 giugno 2026

I versi di Vincenzo Savoca si inseriscono in una profonda tradizione lirica e filosofica che vede nel tempo non un flusso lineare e rassicurante, ma una prigione esistenziale. La poesia, esprime un forte senso di vertigine e smarrimento di fronte all'inafferrabilità del presente e all'incognita del futuro.

1. L'illusione del tempo e il "Carcere Eterno"

Il titolo introduce immediatamente la metafora centrale: la condizione umana è un ergastolo in cui l'uomo è condannato a vivere in balia del tempo.

  • Il Futuro: Viene descritto come qualcosa di "informe", una "chiusa meta" di cui non sappiamo nulla. C'è un paradosso potente nella terza strofa ("Rinvenuta ombra questo / futuro, svelato e morto!"): nel momento stesso in cui il futuro si manifesta, smette di essere tale e si consuma, rivelandosi già privo di vita.

  • Il Presente: Non ha consistenza propria. È definito come una semplice "Pausa tra quel ch'eravamo / e quel ch'ancora siamo". È un limbo scivoloso: nell'istante in cui proviamo a definirlo, è "già passato, e non ancora futuro!".

2. L'angoscia cosmica e il rifiuto della misura

Nella quinta strofa emerge un sentimento che ricorda il romanticismo più cupo o il pessimismo cosmico leopardiano:

"E mi spaura guardare le stelle, / quest'infinito d'ignoto destino."

Davanti all'immensità dell'universo e al mistero del domani, l'autore prova spavento. Questo rifiuto si traduce nell'interruzione del calcolo del tempo: "Ed io / non ho voglia di sgranare l'ore". Il verbo "sgranare" evoca il gesto monotono e ripetitivo del rosario, qui applicato ai minuti che passano, vissuti come una condanna ripetitiva.

3. La speranza finale: Il "Dito di Luce"

Nonostante il tono cupo, la chiusa della poesia si apre a una drammatica richiesta di liberazione. Il poeta si trova "fermo su soglie d'ombra", una condizione di stasi e penombra, in attesa di un "dito di luce". Non importa più se questa luce porterà futuro o passato; l'unica cosa che conta è che l'interruttore della consapevolezza o della fine si attivi per "aprire la porta" e spezzare le catene di questo presente eterno e doloroso.

Stile e Scelte Lessicali

  • Lessico tragico e solenne: Parole come straziato, tormento, macerie, ombra, spaura creano un'atmosfera opprimente e drammatica.

  • Uso dei punti esclamativi: Sottolineano l'urgenza emotiva e il grido d'aiuto del poeta di fronte all'inesorabilità del tempo.

  • La frammentazione: La struttura sintattica specchia l'andamento del tempo descritto: spezzata, instabile, costantemente in bilico tra ciò che è stato e ciò che sarà.

Una lirica intensa, che fotografa perfettamente l'ansia esistenziale dell'uomo contemporaneo di fronte al divenire.

Sergio Batildi


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