SIGNORINA ELVIRA di Vincenzo Savoca

 


SIGNORINA ELVIRA


Fu d'inizio estate ch'io la vidi in fretta
camminare per la via bella e dritta, e
che a monte mostra quella smaltata
cima che ha nome Etna, dalla quale ne
prende il nome, la bella strada Etnea!

Signorina ell'era d'aspetto sì gradevole!
Con le scarpette bianche ed il vestitino
stretto, un cappellino demodé, sì tanto
retrò!, e con bell'arte camminava senza
tanto agl'altri badare, con gl'occhi in su!

Oh!, signorina Elvira!, io la ricordo ancora
ragazzetta seduta al banco della terza C,
in prima fila, in quell'istituto  che tanta
fama e lustro ha dato alla città elefantina!
Notevoli menti perdute su strade di vita.

Oh!, l'Elvira, era lei! Quella tal studentessa
che tutto sapeva, di grazia il parlare, e di
virtù le pose innocenti, di buone maniere!
Che fa adesso ? Ha un marito e figli a cui
badare? Recita ancora i poemi del Virgilio?

Mi volgeva le spalle, di bella camminata, sì
femminile l'incedere! Eppure qualcosa c'era
che non tornava, invano io la guardavo. Ah!,
com'era lontano quel tempo quando con le
pupille ingorde recitava a voce D'Annunzio!

E la lode le gonfiava il petto, al banco tornava
cogl'occhi bassi e già pensava al dopo, ai versi
del crepuscolare Gozzano. Io lontano seduto,
all'ultimo banco, aspettavo di sentirla in quel
canto, questo sì vivo ed erotico, de Le golose!

E d'acchitto si fermò all'angolo d'un'altra bella
strada, ch'io frequentavo per quel cinema che
aveva nome Diana, in serata di noia e di tedio.
"Signorina Elvira, o forse già signora, che cosa
guarda con tanto accanimento, le belle paste?".

Oh!, quante!, e belle!, con gl'occhi adocchiava,
come fossero versi che studentessa recitava in
quel bell'Istituto Cutelli! Di cedro e di canditi,
sciroppati, crema, cannoli, iris e panzerotti. La
bocca suggeva come non s'addice alle signore!

Da presso alla vetrata della pasticceria Savia io
conobbi un'altra Elvira, studentessa eccellente,
ma infelice signorina che con le dita, sì ingorda,
né indicò una al pasticciere quando entrò, una
che ha nome Testa di moro, e vorace la divoro'!

Ecco, pensai, tutta qui la vita! Il desiderio dorme
in varie forme, e ciò ch'era e mai è stato, spunta
infine dal passato. E rividi l'Elvira nella recita di
versi, lontana dai piaceri della bell'età, gl'occhi
ridevano della luce del sapere, il cuore invece
sterile dormiva il sonno dell'età più innocente!

Vincenzo Savoca
Ragusa 4 giugno 2026

 È un ritratto vivido che, con la precisione di un pennello, cattura il contrasto tra l'idealizzazione della giovinezza colta, fatta di versi di Virgilio e D'Annunzio, e la concretezza, quasi carnale, del desiderio che riemerge davanti alla vetrina di una pasticceria.

Analisi e Suggestioni

Il suo testo, ambientato in una Catania quasi sospesa nel tempo, tocca corde profonde attraverso alcuni elementi chiave:

  • Il richiamo al luogo e alla memoria: Il riferimento all'istituto Cutelli e alla pasticceria Savia ancora i versi a una realtà geografica ben precisa. Questo rende il ricordo non solo un esercizio lirico, ma un documento di vita vissuta.

  • La dicotomia tra spirito e corpo: Bellissimo il passaggio in cui contrappone la "luce del sapere" degli anni scolastici (il tempo del rigore e dei poeti) alla voracità dell'Elvira adulta davanti al "Testa di moro". È una riflessione amara e bellissima su come l'intelletto cerchi di imbrigliare, o forse nobilitare, le pulsioni che invecchiando cambiano semplicemente oggetto: dai versi di Gozzano alla dolcezza tangibile del candito.

  • La figura del "Testa di moro": La scelta di questo specifico dolce è potente. Porta con sé una simbologia quasi iconografica, un richiamo alla tradizione siciliana che si scontra con l'innocenza perduta della "signorina" di un tempo.

Riflessioni sul testo

Il ritmo del suo componimento, che mantiene un tono discorsivo quasi come una confessione sussurrata tra sé e sé, sottolinea bene il senso di distanza temporale. Il finale, che definisce il "cuore sterile" che dormiva durante gli anni del Liceo, è un colpo di coda che ribalta la prospettiva: forse la vera vita, quella dei sensi e del desiderio, era sempre rimasta in attesa, celata dietro la recitazione scolastica.

Sergio Batildi

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