Rivetto presenta Seshen, il nuovo rosato da Nebbiolo



Rivetto presenta Seshen, il nuovo rosato da Nebbiolo



Un progetto che nasce dalla valorizzazione integrale del grappolo e da un’idea concreta di circolarità


Serralunga d’Alba, aprile 2026 – Rivetto presenta Seshen, il nuovo rosato da nebbiolo nato all’interno del lavoro portato avanti in vigna e in cantina, come sviluppo naturale di un processo che valorizza tutte le potenzialità del vitigno. Un vino che affianca una lettura più immediata alle espressioni più strutturate della varietà, mantenendo un legame diretto con l’identità del nebbiolo. Il nome richiama l’antica parola egizia che indica il fiore di loto, simbolo di rinascita, creazione e trasformazione. Un riferimento che ben racconta l’idea da cui nasce Seshen: valorizzare ogni potenzialità del Nebbiolo, accompagnandolo verso nuove espressioni senza alterarne l'identità.


L’origine del progetto è duplice: da un lato la volontà di ottenere un Nebbiolo più immediato e a più bassa gradazione alcolica; dall’altro la scelta di non disperdere una parte preziosa della materia prima, legata alla produzione del metodo classico dell’azienda, valorizzandola all’interno di un sistema produttivo più ampio e coerente. “Il punto di partenza è stato proprio questo: da una parte la necessità di avere un vino più semplice e fruibile, dall’altra il non voler sprecare la seconda pressatura derivante dal metodo classico Kaskal, in cui utilizziamo solo il mosto fiore” spiega Enrico Rivetto.


Il rosato si costruisce a partire da due componenti. La prima deriva dalle punte del grappolo di Nebbiolo, raccolte all’inizio di settembre, quando l’acidità è ancora particolarmente viva, e destinate alla produzione del metodo classico Kaskal. Da queste si estrae esclusivamente il mosto fiore, pari a circa il 35–38%, utilizzato per la spumantizzazione. Rimane però una quota significativa di mosto – tra il 20 e il 30% – che conserva caratteristiche interessanti, come acidità e freschezza, e che diventa la base del rosato. La parte restante del grappolo continua il suo percorso in vigna, rimanendo sulla pianta ancora per alcune settimane, fino a raggiungere una piena maturazione fenolica. È da qui che nascono i Nebbiolo e i Barolo, completando così un disegno produttivo che parte da un’unica materia prima e si sviluppa in più direzioni.


La seconda componente proviene dal salasso delle uve destinate al Barolo, che apporta una frazione più matura e strutturata. Il risultato è un equilibrio tra due momenti diversi del Nebbiolo: uno più teso e verticale, l’altro più evoluto. “È un vino che nasce dall’unione di due parti che normalmente non verrebbero considerate centrali, proprio per questo ha un significato particolare. E anche ciò che resta, come bucce e raspi, vengono destinati al compost e dopo circa tre anni reintrodotti nel ciclo aziendale come fertilizzante”, racconta Rivetto. “La meraviglia è che con un grappolo possiamo produrre diversi vini, e ciò che resta torna alla terra. È un processo che si costruisce nel tempo.”

Il progetto prende forma all’interno di un modo di lavorare consolidato da diversi anni, quello biodinamico, che tiene insieme agronomia e cantina. Parte da un gesto semplice – quello di non sprecare – e si inserisce in un approccio più ampio, in cui ogni elemento del processo trova una propria continuità nel rispetto della propria identità. Per l’azienda è un modo naturale di lavorare, che richiama ciò che oggi viene definito economia circolare. “Fare vino in modo responsabile significa fare qualità. Non è qualcosa in più, dovrebbe essere la normalità. Le nostre azioni cambiano noi stessi e influenzano ciò che ci circonda, quindi devono essere sempre ponderate. Questo modo di operare incide profondamente anche sul rapporto con la materia prima, portando a una maggiore consapevolezza e, al tempo stesso, a una relazione più diretta e fiduciosa con l’uva. C’è sicuramente più fiducia: impari a conoscere davvero la materia e a valorizzarla in tutte le sue possibilità. In questo caso specifico il nebbiolo è un giocatore di talento: può fare tutto, e tutto ciò che fa lo fa con stile e unicità. Per questo è un orgoglio avere il privilegio di vinificarlo”, racconta Enrico Rivetto.


Seshen si inserisce nel lavoro sul Nebbiolo come una sua ulteriore declinazione. Dal punto di vista stilistico mantiene un legame riconoscibile con il vitigno, pur muovendosi su un registro più agile. Affinato esclusivamente in acciaio e cemento per 6-7 mesi, si propone come un vino capace di inserirsi con naturalezza nei momenti di consumo contemporanei. Al naso emergono note di lampone, insieme a una componente vegetale che richiama le verdure a foglia larga; in bocca conserva una buona struttura, sostenuta da freschezza. “Anche gli individui più forti e strutturati, per completarsi, hanno bisogno di leggerezza e tenerezza. Questa metafora calza perfettamente sul Nebbiolo e sulla sua versione rosata. L’idea di unire gli opposti derivanti dalla parte sacrificata di due vini, rendono questa novità ancora più carica di significato. È un’interpretazione che invita a superare alcune convinzioni radicate, aprendo a nuove possibilità espressive.” conclude Enrico.

Prodotto in circa 2.000 bottiglie, sarà disponibile a partire dal 1° giugno 2026, con un prezzo indicativo intorno ai 17 euro.


Chi è Rivetto

Sono Enrico Rivetto, agricoltore, appassionato di pallacanestro e spirito libero. Lirano è la mia casa, un giardino biodinamico nella Langa del Barolo, tra le colline di Sinio e Serralunga d’Alba, un ecosistema complesso dove la vite convive armoniosamente con 5km di corridoi biologici, 200 alberi da frutto, erbe officinali, cereali, e circa 1000 tra alberi ad alto fusto e siepi miste. Emersa dal mare milioni di anni fa, Lirano è oggi un esempio di organismo agricolo complesso, un luogo unico che invita i visitatori a scoprire personalmente la bellezza e l’armonia della natura, celebrata in ogni bottiglia di vino prodotta.


Una collina magnetica che beneficia di un microclima favorevole: i suoli, caratterizzati da Formazioni di Lequio, sono ricchi di marna grigia e sabbia gialla, in grado di trattenere l’acqua piovana in profondità, favorendo uno sviluppo armonico delle viti. L’altitudine di circa 400 metri sul livello del mare, la ventilazione e l’irraggiamento ottimale contribuiscono a creare vini dai profumi intensi e dalla naturale freschezza. Qui non esiste monocoltura: Lirano rappresenta un nuovo paradigma di viticoltura dove l’approccio biodinamico è un importante strumento (non il solo) per comprendere i meccanismi nascosti che regolano i rapporti tra agricoltura e natura, dove la sostenibilità e la biodiversità sono al centro dell’attività agricola.


La tenuta è circondata da sette ettari di boschi secolari e ospita uno stagno per la raccolta delle acque piovane, una zona dedicata alla maturazione del compost e un'area per gli asinelli. Si tratta di un vero e proprio santuario faunistico valorizzato da un sentiero di quattro chilometri che attraversa la vigna e il sottobosco, con la presenza di arnie e api che favoriscono la complessità delle fermentazioni grazie allo scambio di microorganismi. Questo approccio biodinamico si estende anche alla Briccolina di Serralunga d’Alba, il mio cru più importante, trasformato in un vigneto-giardino, dove le viti si fondono con fiori e alberi, creando un habitat naturale per farfalle e uccelli.


Riportato da Sergio Batildi 

 

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