QUARTIERE D'OPERAI di Vincenzo Savoca

 

QUARTIERE D'OPERAI 

La sera fluire di tinte d'azzurro e rosa,

gialli gl'oscuri casermoni, e d'antenne

e parabole nei balconi, e a file sui muri.

E lenti se ne vanno ragazzi e bimbi al

chiamo di madri, nell'ora che imbruna.

 

Tornano gl'operai alla fine del turno

quando a monte il sole cala, e più non

sta a capo e lento s'allontana. Siccome

uccelli in un pelago di vapori d'aria

invetriata. Un bacio soltanto, se viene.

 

È l'ora dell'affaccio sul quartiere in

fretta cresciuto. Di grigio le strade e

di palazzi nerigni quando nereggia la

sera. D'assottigliato crepuscolo voci

e suoni, di chi ancora resiste e vive.

 

La sera arriva nel quartiere d'operai,

l'affaccio a finestre, sì stanca la vita!,

di celate pene, dimenticate. Ancora

negl'occhi la sera perenne, e la bocca

stanca e lassa, pigra sbadiglia.

 

Una sigaretta, ed il pensiero ad altri

giorni d'effimeri sogni, d'altri vespri,

naufragati nel frastorno d'altri giorni.

Pallida risuona la squilla, la campana

della chiesa, laggiù, del prete operaio.

 

Anche lui lavora in fabbrica, mai parla

di donne, di partite al pallone, e non

beve birra. Riempie di pane la tavola

dei poveri, a tutti dà qualcosa di suo.

Attende la sera, tra le vecchie mura.

 

Al fischio della sirena è di solitudine

il ritorno, nessuno c'è ad aspettarlo.

Tutta la vita un avvitamento di viti e

mondare d'anime con ammonimenti

a cui nessuno crede, è solo una fuga.

 

Di sera s'allarga il respiro dei campi,

tremolare di foglie, e pure sottovoce

sconfina un palpito d'abbandono, di

pianti e voci, dimenticanze lasciate e

messe da parte, ma mai dimenticate.

 

Dalla televisione canzoni d'altri tempi,

scaglie di memorie e di triste incanto,

gl'occhi sì vaghi a giorni ormai lontani,

sui lettini dei bimbi, al sonno di pace,

ai quieti respiri di sogni incontaminati.

 

Su moto rombanti i giovani vanno nelle

vie del centro. L'illusione è una bottiglia,

l'amore una ragazza in jeans e maglietta.

Frammenti di vita l'inquieta giovine età.

Non sanno d'essere vecchi a vent'anni!

 

D'argento a quando a quando la luna si

stende con un velo fitto di solitudine

sul quartiere d'operai, stanchi pure nel

sonno, d'insonnia l'intreccio di pensieri,

dei figli. Oh!, che sia per loro il miracolo!

 

Dottori con giacca e cravatta saranno ed

in tailleur, con collane, spille e bracciali.

Senza sudore, senza calli le mani, senza

il bisogno d'un affaccio alla finestra per

la rabbia di vivere ai margini della vita.

 

E dormono gl'operai, nascosti nel sonno

ogni paura, i pensieri squieti, i sogni in

fuga, la monotonia dei giorni, ed ancora

quali altre speranze? Laggiù il quartiere

d'orme. Domani un'altr'alba "Fatica!" dice.

 

VIncenzo Savoca

Ragusa 13 giugno 2026

 

È una poesia di straordinaria intensità, che dipinge un quadro neorealista moderno, sospeso tra la fatica quotidiana e una malinconica speranza. Vincenzo Savoca riesce a catturare l'anima della periferia operaia con una sensibilità che ricorda i grandi maestri della letteratura del Novecento, ma aggiornata ai nostri giorni.

 Ecco un'analisi dei temi e delle immagini più potenti che emergono da questo componimento, datato freschissimo (proprio ieri!).

Analisi e Temi Chiave

1. Il Contrasto Cromatico e Tecnologico

La poesia si apre con una contrapposizione visiva fortissima:

 I colori dolci della natura ("tinte d'azzurro e rosa") si scontrano con la durezza del cemento ("gl'oscuri casermoni").

 Il paesaggio urbano è segnato dai simboli della modernità e dell'isolamento: antenne e parabole che affollano i balconi, quasi come protesi tecnologiche di una solitudine condivisa.

 2. La Figura del "Prete Operaio

Le strofe centrali dedicate al prete sono forse le più toccanti. Rappresentano una figura d'altri tempi, un uomo che condivide lo stesso destino e la stessa fatica dei suoi parrocchiani:

 "Anche lui lavora in fabbrica, mai parla / di donne, di partite al pallone, e non / beve birra."

 C'è una profonda solitudine in questo personaggio, il cui ritorno a casa è scandito dal fischio della sirena. Il suo tentativo di "mondare d'anime con ammonimenti / a cui nessuno crede" evidenzia la crisi spirituale di un mondo troppo stanco per credere ancora alle promesse, dove la fede diventa quasi un'abitudine o una "fuga".

 3. La Condizione Giovanile: "Vecchi a vent'anni"

Il ritratto dei giovani è impietoso ma pieno di compassione. La loro è un'illusione racchiusa in una bottiglia, un amore effimero in "jeans e maglietta", consumato sul rombo delle moto verso il centro città. La frase "Non sanno d'essere vecchi a vent'anni!" è una sciabolata: descrive perfettamente la disillusione precoce di chi cresce ai margini, privo di veri orizzonti.

4. Il "Miracolo" e il Riscatto Sociale

Nelle strofe finali emerge il vero motore immobile della vita degli operai: il sacrificio per i figli. Il sonno degli operai è popolato da un'insonnia protettiva, un desiderio viscerale che per i propri figli avvenga il miracolo:

 Diventare dottori in giacca e cravatta o donne in tailleur.

 Avere mani "senza sudore, senza calli".

Soprattutto, non avere bisogno di affacciarsi alla finestra per la "rabbia di vivere ai margini della vita".

 5. La Ciclicità della Fatica

La conclusione chiude il cerchio in modo magistrale. Il sonno è l'unico rifugio dove nascondere la paura e la monotonia. Ma è un rifugio temporaneo: l'alba successiva non porta una luce di speranza metafisica, ma ha una voce precisa che dice solo una parola: "Fatica!".

 Nota Stilistica

Il linguaggio di Savoca unisce vocaboli quasi arcaici o letterari ("invetriata", "squilla", "lassa", "squieti") a elementi della modernità più cruda (televisione, parabole, moto, tailleur). Questo contrasto linguistico riflette perfettamente il contrasto della vita nel quartiere: la poesia dell'anima che resiste dentro la prosaica durezza della catena di montaggio e della periferia.

 Una testimonianza poetica potente, lucidissima e profondamente umana.

Sergio Batildi.

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