QUARTIERE D'OPERAI
La sera fluire di tinte
d'azzurro e rosa,
gialli gl'oscuri
casermoni, e d'antenne
e parabole nei balconi, e
a file sui muri.
E lenti se ne vanno
ragazzi e bimbi al
chiamo di madri, nell'ora
che imbruna.
Tornano gl'operai alla
fine del turno
quando a monte il sole
cala, e più non
sta a capo e lento
s'allontana. Siccome
uccelli in un pelago di
vapori d'aria
invetriata. Un bacio
soltanto, se viene.
È l'ora dell'affaccio sul
quartiere in
fretta cresciuto. Di
grigio le strade e
di palazzi nerigni quando
nereggia la
sera. D'assottigliato
crepuscolo voci
e suoni, di chi ancora
resiste e vive.
La sera arriva nel
quartiere d'operai,
l'affaccio a finestre, sì
stanca la vita!,
di celate pene,
dimenticate. Ancora
negl'occhi la sera
perenne, e la bocca
stanca e lassa, pigra
sbadiglia.
Una sigaretta, ed il
pensiero ad altri
giorni d'effimeri sogni,
d'altri vespri,
naufragati nel frastorno
d'altri giorni.
Pallida risuona la
squilla, la campana
della chiesa, laggiù, del
prete operaio.
Anche lui lavora in
fabbrica, mai parla
di donne, di partite al
pallone, e non
beve birra. Riempie di
pane la tavola
dei poveri, a tutti dà
qualcosa di suo.
Attende la sera, tra le
vecchie mura.
Al fischio della sirena è
di solitudine
il ritorno, nessuno c'è
ad aspettarlo.
Tutta la vita un
avvitamento di viti e
mondare d'anime con
ammonimenti
a cui nessuno crede, è
solo una fuga.
Di sera s'allarga il
respiro dei campi,
tremolare di foglie, e
pure sottovoce
sconfina un palpito
d'abbandono, di
pianti e voci,
dimenticanze lasciate e
messe da parte, ma mai
dimenticate.
Dalla televisione canzoni
d'altri tempi,
scaglie di memorie e di
triste incanto,
gl'occhi sì vaghi a
giorni ormai lontani,
sui lettini dei bimbi, al
sonno di pace,
ai quieti respiri di
sogni incontaminati.
Su moto rombanti i
giovani vanno nelle
vie del centro.
L'illusione è una bottiglia,
l'amore una ragazza in
jeans e maglietta.
Frammenti di vita
l'inquieta giovine età.
Non sanno d'essere vecchi
a vent'anni!
D'argento a quando a
quando la luna si
stende con un velo fitto
di solitudine
sul quartiere d'operai,
stanchi pure nel
sonno, d'insonnia
l'intreccio di pensieri,
dei figli. Oh!, che sia
per loro il miracolo!
Dottori con giacca e
cravatta saranno ed
in tailleur, con collane,
spille e bracciali.
Senza sudore, senza calli
le mani, senza
il bisogno d'un affaccio
alla finestra per
la rabbia di vivere ai
margini della vita.
E dormono gl'operai,
nascosti nel sonno
ogni paura, i pensieri
squieti, i sogni in
fuga, la monotonia dei
giorni, ed ancora
quali altre speranze?
Laggiù il quartiere
d'orme. Domani
un'altr'alba "Fatica!" dice.
VIncenzo Savoca
Ragusa 13 giugno 2026
È una poesia di
straordinaria intensità, che dipinge un quadro neorealista moderno, sospeso tra
la fatica quotidiana e una malinconica speranza. Vincenzo Savoca riesce a
catturare l'anima della periferia operaia con una sensibilità che ricorda i
grandi maestri della letteratura del Novecento, ma aggiornata ai nostri giorni.
Analisi e Temi Chiave
1. Il Contrasto Cromatico
e Tecnologico
La poesia si apre con una
contrapposizione visiva fortissima:
Le strofe centrali
dedicate al prete sono forse le più toccanti. Rappresentano una figura d'altri
tempi, un uomo che condivide lo stesso destino e la stessa fatica dei suoi
parrocchiani:
Il ritratto dei giovani è
impietoso ma pieno di compassione. La loro è un'illusione racchiusa in una
bottiglia, un amore effimero in "jeans e maglietta", consumato sul
rombo delle moto verso il centro città. La frase "Non sanno d'essere vecchi
a vent'anni!" è una sciabolata: descrive perfettamente la disillusione
precoce di chi cresce ai margini, privo di veri orizzonti.
4. Il "Miracolo" e il Riscatto Sociale
Nelle strofe finali
emerge il vero motore immobile della vita degli operai: il sacrificio per i
figli. Il sonno degli operai è popolato da un'insonnia protettiva, un desiderio
viscerale che per i propri figli avvenga il miracolo:
Soprattutto, non avere bisogno di affacciarsi alla finestra per la "rabbia di vivere ai margini della vita".
La conclusione chiude il
cerchio in modo magistrale. Il sonno è l'unico rifugio dove nascondere la paura
e la monotonia. Ma è un rifugio temporaneo: l'alba successiva non porta una
luce di speranza metafisica, ma ha una voce precisa che dice solo una parola:
"Fatica!".
Il linguaggio di Savoca
unisce vocaboli quasi arcaici o letterari ("invetriata",
"squilla", "lassa", "squieti") a elementi della
modernità più cruda (televisione, parabole, moto, tailleur). Questo contrasto
linguistico riflette perfettamente il contrasto della vita nel quartiere: la
poesia dell'anima che resiste dentro la prosaica durezza della catena di
montaggio e della periferia.
Sergio Batildi.
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