QUANDO IL MARE NOSTRUM DIVENTA UN MURO La metamorfosi del trauma e l'illusione della normalità sulle spiagge di Gaza- di Ada Rizzo
Abito in una città di mare. Per chi, come me, è cresciuta respirando l'aria salmastra, il mare è una costante della quotidianità: è l’orizzonte che apre i pensieri, è la brezza che rinfresca le stanze, è la libertà di decidere, in una giornata di caldo torrido, di fare un bagno e poi tornare a casa a farsi una doccia fresca, magari sotto la climatizzazione del proprio salotto. Il mare, da noi, accoglie e rigenera.
Ieri sera, però, questo elemento così familiare si è trasformato in un cortocircuito insopportabile. Ero sprofondata comodamente sul mio divano, al fresco, mentre il telegiornale mostrava le immagini dei bambini nelle tendopoli di Gaza, stremati, quasi al collasso sotto un sole arroventato. Poco dopo, su Facebook, ho letto una lucidissima e dolorosa riflessione di Roberto Rospigliosi sul "Dramma di Gaza", che ha dato una forma precisa al mio senso di impotenza e di colpa.
Rospigliosi scrive:
“Per noi il mare è libertà. A Gaza, anche un simple bagno è un atto di disperazione e resistenza. Oggi migliaia di palestinesi affollano le spiagge per sfuggire al caldo torbido delle tendopoli. Ma dietro queste immagini di apparente “normalità” si nasconde una realtà drammatica. [...] I bambini oggi nuotano in acque tossiche, rischiando gravi infezioni e malattie pur di lavarsi. Non è una scelta, è l’assenza totale di alternative e di acqua dolce.”
La metamorfosi inversa: l'elemento naturale come prigione
Queste parole mi hanno costretto a guardare il "mio" mare con occhi diversi e a riflettere su quella che, in termini letterari e filosofici, potremmo definire una metamorfosi inversa. Se nella grande letteratura la natura è lo spazio in cui l'essere umano si rifugia per trovare la pace o la comunione con il divino, qui assistiamo al processo opposto: l'elemento naturale viene violentato dalla mano umana e trasformato in un'arma, in un oggetto di tortura.
Il mare di Gaza, come ricorda Rospigliosi, non è mai stato solo acqua: per decenni è stato un confine militarizzato, un orizzonte sbarrato da motovedette, un "muro invalicabile". Oggi, con le infrastrutture idriche completamente distrutte dai bombardamenti, quel mare subisce un'ulteriore e spietata mutazione: diventa una distesa tossica in cui si riversano milioni di litri di acque fognarie non trattate e chi si immerge in quelle acque diventa un facile berrsaglio per i cecchini israeliani.
L'illusione ottica delle spiagge affollate che vediamo nei reportage non racconta la spensieratezza dell'estate, ma una resistenza disperata. I genitori sanno che quell'acqua è veleno per i loro figli, sanno che rischiano infezioni e malattie letali, eppure sono costretti a spingerli tra le onde perché l'alternativa è il collasso termico immediato all'interno di una tenda di plastica. La natura perde la sua funzione vitale e si fa tossica; l'uomo perde la sua dignità di cittadino e viene ridotto a un corpo che cerca solo di non bruciare.
L'incorporazione del trauma e il "senso di colpa" dell'osservatore
Da un punto di vista psicologico, questa dinamica si lega strettamente al concetto di trauma da accerchiamento e abbandono. Quando ogni risorsa vitale, persino l'acqua per lavarsi, viene contaminata o negata, il trauma smette di essere un evento temporaneo e diventa un ambiente permanente. La popolazione è costretta a "incorporare" il pericolo per poter sopravvivere un giorno in più.
Ma c'è un secondo trauma, ed è quello che proviamo noi, spettatori occidentali, protetti dal comfort delle nostre case climatizzate in queste calde giornate del 2026. È quel senso di colpa sottile e paralizzante che ci assale quando misuriamo la distanza tra il nostro privilegio (una doccia d'acqua dolce, un condizionatore, una spiaggia pulita) e l'inferno altrui. È la "lotteria geografica" della nascita che ci fa sentire impotenti.
Tuttavia, questo dolore e questa parziale vergogna che proviamo sul nostro divano non sono inutili. Sono l'ultimo baluardo della nostra empatia. Condividere queste riflessioni, denunciare la distruzione della normalità, rifiutarsi di voltarsi dall'altra parte è l'unico modo che ci resta per non anestetizzarci. Il mare della mia città continuerà a essere bellissimo, ma finché a chilometri di distanza un altro mare, il nostro stesso Mare Nostrum, sarà una trappola tossica per migliaia di bambini, il suo rumore non sarà più lo stesso. Avrà il suono di un monito eterno: restiamo umani.
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