Quando il calcio continua a fare domande di calcio: la storia di un’impresa senza tempo. Di Dorotj Biancanelli, Roma
“Tra le soddisfazioni più inaspettate che Quell'estate dell'82 mi sta regalando ci sono i confronti nati attorno alle sue pagine. Alcuni sono arrivati da professionisti che hanno vissuto il calcio ai massimi livelli, altri da giornalisti, osservatori e protagonisti di epoche diverse. Conversazioni diverse tra loro ma accomunate dalla stessa curiosità, andare oltre il risultato finale per capire cosa accadde davvero in quell'estate del 1982. Le domande che seguono non appartengono necessariamente a una singola persona sono la sintesi di riflessioni curiosità e richieste di approfondimento emerse lungo questo percorso e forse è proprio questo aspetto più sorprendente a oltre quarant'anni di distanza quella nazionale continua ancora a far discutere interrogare e appassionare chi il calcio lo conosce da vicino”. - Emanuele Maria Latorre
"LA
DECISIONE DEL SILENZIO STAMPA FU DAVVERO COSÌ CONDIVISA DA TUTTO IL
GRUPPO?"
Più di quanto
si pensi. Non fu soltanto una scelta tecnica o mediatica, ma un elemento di
compattezza interna. Dopo le prime tre partite e le pesanti critiche ricevute,
il gruppo si isolò dal rumore esterno rispondendo alle polemiche solo sul campo
di calcio: così una delle Nazionali più contestate del momento, divenne poche
settimane più tardi, la più amata della storia italiana.
"PAOLO ROSSI ERA DAVVERO COSÌ TRANQUILLO
NONOSTANTE LE CRITICHE?"
In realtà no.
Dai racconti emerge un uomo che sentiva perfettamente il peso delle
aspettative. La sua grandezza non fu ignorare la pressione, ma riuscire a
conviverci fino al momento della svolta.
"HAI
TROVATO CONFERME INDIPENDENTI SU QUELL'EPISODIO DI BEARZOT FINITO IN
PISCINA?"
Sì. Prima di
inserirlo nel libro ho cercato riscontri da più fonti. Quando si raccontano
episodi così particolari, il rischio è sempre quello di affidarsi a una memoria
isolata. In questo caso, fortunatamente, le testimonianze convergevano e per
fortuna andò tutto bene, perché per qualche istante la situazione fu meno
divertente di quanto possa sembrare oggi. Ma al di là dell'episodio in sé,
trovo significativo ciò che racconta: il calcio non produce soltanto risultati
sportivi, crea anche legami, fiducia e senso di appartenenza. Una squadra non
prende e lancia in piscina un allenatore che teme o sente distante. Ecco perché
quel gesto racconta meglio di molte parole il rapporto speciale tra Bearzot e i
suoi giocatori.
"IL RAPPORTO TRA ZOFF, SCIREA E BEARZOT ERA
DAVVERO COSÌ FORTE?"
Assolutamente
sì, più si approfondisce la storia di quella nazionale, più emerge una sintonia
umana e professionale fuori dal comune. Erano personalità diverse, ma unite da
una fiducia reciproca quasi totale. Nel calcio si può rispettare un allenatore
per il suo ruolo, ma lo si segue fino in fondo soltanto quando nasce un legame
umano autentico. È ciò che accadde tra Bearzot e i suoi giocatori, e che in
figure come Scirea e Zoff trovò due interpreti straordinari.
"L'ATMOSFERA
DESCRITTA PRIMA DELLA PARTITA CON IL BRASILE CORRISPONDE A CIÒ CHE RACCONTANO I
PROTAGONISTI?"
Sì, e c'è
anche un dettaglio che nel libro ho raccontato: mentre i brasiliani scendevano
dal pullman, cantando e scherzando, alcuni azzurri interpretarono
quell'atteggiamento come un eccesso di sicurezza. Diciamo che negli spogliatoi
partirono commenti poco eleganti, ma molto motivanti. Del resto, il Brasile era
considerato da molti la squadra più forte del Mondiale e per qualcuno era
addirittura la favorita. Quei sorrisi furono letti dagli azzurri come un
segnale di sottovalutazione e contribuirono ad alimentare un orgoglio che si
sarebbe rivelato decisivo.
"QUANTO
TEMPO HAI IMPIEGATO PER VERIFICARE TUTTI I DETTAGLI STORICI?"
Molto più
tempo di quanto abbia richiesto la scrittura vera e propria. La fase di ricerca
è stata probabilmente il lavoro più impegnativo: quasi due anni tra libri,
giornali dell'epoca, video, documentari, interviste e testimonianze dirette.
"QUAL È
L'EPISODIO CHE HAI CONTROLLATO PIÙ VOLTE PRIMA DI PUBBLICARLO?"
La celebre
partita di scopone. Alcuni ricordavano una mano, altri ne ricordavano una
leggermente diversa. A quel punto ho incrociato testimonianze, rivisto i
racconti disponibili e perfino simulato la distribuzione delle carte
discutendone con alcuni azzurri. Alla fine, sono riuscito a ricostruire la mano
che fece infuriare il Presidente Pertini.
"CHI È
STATO IL PRIMO PROTAGONISTA CHE HAI INTERVISTATO?"
Tutto è
iniziato da Jacopo Volpi. Guardando un vecchio filmato della partenza per la
Spagna lo riconobbi giovanissimo tra i giornalisti presenti. Da lì iniziò una
piccola caccia al tesoro. Telefonate, ricerche, contatti... diciamo che per
qualche settimana avrò sfiorato il reato di stalking giornalistico. Alla fine,
trovai il suo indirizzo e-mail e lui, con grande disponibilità, accettò di
raccontarmi la sua esperienza.
"E POI
COME HAI FATTO A RAGGIUNGERE TUTTI GLI ALTRI?"
Qui entrano in
gioco esperienza, fortuna e qualche buon consiglio ricevuto lungo il percorso.
Lo stesso Jacopo Volpi mi indicò alcune strade da seguire.
Poi arrivò
Fulvio Collovati: una persona straordinariamente disponibile, gentile e
generosa nel condividere ricordi e dettagli. E poi Michele Plastino. Un
incontro che, per motivi diversi, porto particolarmente nel cuore.
"SCRIVERAI ANCHE UN LIBRO SUL MONDIALE
2006?"
Al momento non
lo so. Libri come questo nascono da incontri, intuizioni e coincidenze
difficili da programmare. Però una cosa posso dirla: se un giorno dovessi
affrontare quella storia, i primi numeri che cercherei in rubrica sarebbero
quelli di tre protagonisti speciali: Fabio Caressa, Fabio Cannavaro e Giuseppe
Bergomi. Del resto, per chi ha vissuto quell'estate, è impossibile non sentire
ancora quell'eco inconfondibile: "Cannavaro... poi ancora insiste
Podolski... Cannavaro... Cannavaro..."
E, per un
attimo, tornare a Berlino.
Le riflessioni raccolte
da Emanuele Maria Latorre dimostrano come, dietro una coppa alzata al cielo,
esistano ancora oggi dettagli, emozioni e rapporti umani capaci di parlarci ai
giorni nostri. Ed è probabilmente questo il segno più evidente che una storia
estiva è riuscita a diventare qualcosa di più di una semplice vittoria
sportiva.
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