Recensione di Raffaele Piazza
Pietro Nigro è nato ad Avola (SR) nel 1939; il suo primo libro di liriche, Il deserto e il
cactus, è stato pubblicato da Miano Editore nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per
la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Il poeta è stato un caro amico di Guido
Miano fondatore dell’omonima Casa Editrice.
Il volume che prendiamo in considerazione in questa sede, nel suo essere composito e
articolato, nel trattare argomenti eterogenei, si può considerare un unicum nel panorama
italiano e si può sicuramente definire un’opera sui generis.
E si può aggiungere che il lavoro in toto può essere letto come un originale ipertesto
perché ogni singola parte, pur essendo diversa da quelle che la seguono, è in continuum
con le altre e costituisce l’espressione di una linea di codice che s’interseca e interagisce
con le altre.
Intelligente e centrata la prefazione di Michele Miano nel cogliere con acribia le
caratteristiche salienti dell’opera. Afferma il prefatore che il lavoro s’inserisce in quella
linea della scrittura contemporanea che unisce la concentrazione del pensiero alla
leggerezza del frammento.
È un libro che lavora sulla soglia: tra diario e meditazione, tra osservazione e intuizione,
tra poesia e micro-saggio. In questo spazio intermedio, Nigro costruisce una voce
riconoscibile, capace di trasformare l’immediatezza in forma.
Nella sezione Dialogo tra Pietro Nigro e l’intelligenza artificiale il tema centrale è quello
dell’identificazione e della definizione di Akhenaton, faraone dell’antico Egitto famoso per
avere introdotto un monoteismo centrato sul culto di Aton, il disco solare al posto del
tradizionale politeismo egiziano. Tale monoteismo ha portato a speculazioni tra possibili
parallelismi con il monoteismo ebraico. Importante in questo dialogo la domanda rivolta da
Nigro all’I.A. relativa all’origine ebraica di Akhenaton in quanto nipote di Giuseppe figlio di
Giacobbe.
In questa parte del volume il lettore tra l’altro non può non essere affascinato dal
fenomeno dell’I.A. stessa che apre al sapere umano spazi e risultati che fino a poco tempo
fa potevano essere visti e considerati meramente come fantascientifici e che invece ora
sono diventati rivoluzionaria e avveniristica realtà, sia per il campo della cultura in
generale che per quello delle arti.
Attraverso l’eclettica materia delle varie sezioni degli scritti dai quali è costituito il
volume proprio nelle notazioni improvvisate nella loro acutezza e lungimiranza viene fuori
la visione del mondo di Pietro Nigro, poeta, intellettuale e uomo nel porsi dinanzi al
fenomeno della vita stessa. Il primo dato che emerge nel sondare la sensibilità dell’Autore
è quello della ferma convinzione del potere salvifico della poesia di fronte alle vicissitudini
e agli accadimenti dell’esistenza.
Se connaturato alla vita sotto specie umana è il male di vivere di montaliana memoria,
tuttavia anche di fronte al dolore più forte come la perdita della persona amata, si può
trovare speranza proprio attraverso la pratica della parola non solo poetica ma anche
intellettualistica, nell’interrogarsi sul mistero della vita il cui primo senso è quello della
continuazione.
E non a caso viene citato Leopardi non solo per ricordare il suo pessimismo cosmico,
ma anche la tensione verso una possibile gioia, una redenzione, un riscatto anche tramite
il riconoscimento in vita da parte dei critici del valore di quanto si scrive.
Rispetto a quanto suddetto la lettura globale degli scritti di Nigro e su Nigro può
ricordare, può rievocare, può essere intesa e definita, proprio per utilizzare una similitudine
con Leopardi come uno Zibaldone postmoderno che nelle sue definizioni tocca anche temi
politici e sociologici attraverso disquisizioni tra il bene e il male, la gioia e il dolore, i mass
media e le nuove frontiere della tecnologia.
Allora di fronte alle domande fondanti si risponde come nella raccolta di poesie del
2025, Verso il nuovo mondo, valutando la possibilità di un viaggio verso un nuovo mondo
per rincontrarsi con chi si è amato. E il poeta interrogandosi proprio sull’infinito non nega la
speranza metafisica di un altro mondo, un mondo nuovo dove un giorno rivedere
l’amatissima moglie, conscio che la natura pur essendo matrigna non può essere così
ingiusta da porre fine al pensiero umano se l’anima è pensiero così si arriva alla salvezza
della sicurezza che saremo sempre noi stessi.
Si riporta la poesia del Nostro Quanto t’amo dirti vorrei: «Quanto t’amo dirti vorrei/ con
parole dolci come soffi di brezza/ ai crepuscolari ulivi/ in uno sfondo rosato di cielo e di
mare./ Quanto t’amo dirti vorrei/ con la voce della mia terra/ arsa di sole,/ dal sapore di
lava/ e passioni mai sopite assolate di giallo/ della sabbia del Sud./ Irrefrenabile scorgi nei
miei occhi/ ed io nei tuoi/ questo senso di mutuo perderci/ io e te in noi/ nell’attesa di una
notte propizia/ in cui si scontrino i nostri due sogni».
In questo componimento il poeta rivolgendosi con urgenza ad un tu, che
presumibilmente è l’amata, le rivela icasticamente il suo incondizionato sentimento
amoroso sensuale nell’essere rafforzato dal sapore della lava e da passioni mai sopite e
mistico quando è detto un virtuale scontro di sogni, che sottende anche un desiderato
incontro di anime oltre il tempo e lo spazio.
Raffaele Piazza
PIETRO NIGRO, Notazioni estemporanee e varietà, vol. IX, prefazione di Michele Miano,
Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-89-9,
mianoposta@gmail.com.
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