Perché siamo così stanchi? Manuela Di Dalmazi

Non è sempre il lavoro, non è sempre l'età. A volte la vera stanchezza nasce dalla mancanza di significato.

«Sono stanco.»

È una delle frasi che ascolto più spesso.

La pronunciano gli adolescenti, gli adulti, gli anziani. La dicono persone che lavorano troppo e persone che sono appena andate in pensione. La dicono coloro che inseguono un sogno e coloro che quel sogno lo hanno già raggiunto.

Eppure non credo che tutta questa stanchezza abbia la stessa origine.

Ci sono stanchezze che si curano con una notte di sonno.

Altre no.

Negli anni, attraverso la poesia, il volontariato e l'incontro con tante persone, ho imparato ad ascoltare storie molto diverse. Ho incontrato ragazzi che sembravano avere il mondo in mano e non riuscivano a trovare un motivo per sorridere. Ho conosciuto genitori che continuavano a lottare per amore dei propri figli. Ho visto anziani portare nel cuore una nostalgia che nessuna medicina avrebbe potuto guarire.

Quasi tutti parlavano dei problemi.

Pochissimi parlavano del vuoto.

Eppure è proprio quel vuoto che spesso consuma le energie più profonde.

Viviamo in una società che ci chiede continuamente di fare.

Fare di più.

Correre di più.

Produrre di più.

Essere sempre efficienti, sempre presenti, sempre all'altezza.

Ma raramente qualcuno ci chiede se ciò che stiamo facendo ha ancora un significato per noi.

Abbiamo imparato a riempire le agende e svuotato i momenti di ascolto.

Sappiamo programmare ogni ora della giornata, ma fatichiamo a fermarci cinque minuti per chiederci chi stiamo diventando.

La poesia mi ha insegnato che non sempre ciò che pesa si vede.

Esistono persone che sorridono, lavorano, si prendono cura degli altri, rispettano ogni impegno e sembrano perfettamente in equilibrio.

Poi basta una domanda sincera e affiora un universo sommerso.

La paura di non essere abbastanza.

La sensazione di vivere in automatico.

Il desiderio di qualcosa che non ha ancora trovato un nome.

Lo psichiatra Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, sosteneva che l'essere umano può affrontare quasi ogni sofferenza se riesce a trovare un perché.

Forse aveva ragione.

Perché quando perdiamo il senso delle cose, anche i giorni più semplici diventano pesanti.

E quando invece ritroviamo una direzione, persino la fatica assume un volto diverso.

Forse la domanda più importante non è: «Quanto sono stanco?»

Forse dovremmo chiederci:

«Per cosa sto spendendo la mia vita?»

La risposta non eliminerà tutti i problemi.

Ma potrebbe restituirci qualcosa che molti stanno cercando senza saperlo:

un motivo per alzarsi al mattino con il cuore un po' più leggero.
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