Oltre lo spettacolo del male: cancellare il carnefice per fermare l'emulazione di Giuseppina De Biase
Il caso di cronaca nera della piccola Beatrice di Bordighera ci impone una riflessione sulla spettacolarizzazione del crimine, proponendo il "modello del silenzio" orientale per negare notorietà ai carnefici.
Il modello cinese utilizza l'anonimato forzato, sostituendo i nomi con "Moumou" e oscurando i volti, per spegnere l'effetto emulazione e l'allarmismo, focalizzando l'attenzione sulle responsabilità collettive e proteggendo la memoria delle vittime.
Il dramma della piccola Beatrice non è solo l’ennesima tragedia di cronaca nera è il riflesso spietato di un cortocircuito culturale profondo: la nostra società non sa più piangere i suoi morti, sa solo consumarli. L'orrore vissuto da una bambina di appena due anni diventa in poche ore un dibattito da salotto televisivo in cui i dettagli più crudi vengono spiegati con una curiosità morbosa che somiglia pericolosamente all'intrattenimento. Viviamo nell'epoca in cui il macabro va di moda, e le tragedie umane più devastanti vengono trasformate in salotti televisivi.
C’è un errore imperdonabile che commettiamo ogni volta che un’innocente viene strappata alla vita: regalare l’immortalità mediatica ai carnefici. Le cronache si riempiono di nomi, volti e ricostruzioni psicologiche di chi ha spento una vita. Si indaga sul passato dell’orco, si trasmettono le sue interviste, si trasforma un criminale nel protagonista assoluto del dibattito pubblico. Questo non è giornalismo: è la concessione di un palcoscenico a chi meriterebbe solo essere cancellato dalla faccia della terra.
Continuare a pronunciare il nome di chi uccide, analizzarne i moventi come se fossero materiale da fiction, significa fare il suo gioco.
Questo meccanismo distruttivo può essere evitato.
In Oriente, e in particolare nel sistema informativo cinese, esiste una barriera invalicabile tra la cronaca di un reato e la figura di chi lo commette. La legge e la consuetudine impongono il totale oscuramento dell'identità dei criminali attraverso protocolli rigidissimi. Il cognome del colpevole viene privato della sua unicità e seguito da un nome convenzionale "Moumou" che significa letteralmente "tal dei tali". Chi uccide perde immediatamente il proprio nome. I volti degli indagati vengono sistematicamente oscurati. Non esistono foto del passato o profili social dati in pasto al pubblico. La curiosità morbosa viene spenta sul nascere.
I regolamenti sui media vietano la diffusione di dettagli raccapriccianti, verbali segreti o ricostruzioni morbose che possano alimentare l'emulazione.
Non esistono salotti pomeridiani che discutono per settimane le sevizie subite da una vittima.
La tragedia viene trattata per ciò che è: un fatto grave che richiede l'intervento immediato e severo della giustizia, non un contenuto d'intrattenimento.
L'oscuramento totale dell'identità del criminale colpisce al cuore i due più grandi pericoli della cronaca nera spettacolarizzata: l'allarmismo sociale e l'effetto emulazione , il cosiddetto "copiare" il crimine. L'allarmismo non nasce dalla conoscenza del reato, ma dalla sua continua sovraesposizione emotiva. Trasformare un assassino in un personaggio pubblico crea l'illusione che il male sia ovunque, imprevedibile e onnipotente, generando una psicosi collettiva che paralizza i cittadini. Riducendo la notizia al puro fatto giuridico e privando il colpevole di ogni personalizzazione, la paura si sgonfia perché viene tolto il combustibile principale: lo spettacolo dell'orrore.
Allo stesso tempo, si spegne il rischio di emulazione. La psicologia descrive da tempo il contagio sociale: la tendenza di menti fragili, frustrate o violente a imitare i crimini che ricevono un'enorme copertura mediatica. Per molti individui narcisisti, vedere che un criminale ottiene l'attenzione di un'intera nazione rappresenta una forma di riscatto. Penseranno che compiendo lo stesso atto, finalmente tutti sapranno chi sono. Il modello dell'anonimato forzato distrugge questo circuito alla radice. Se sai che commettendo un crimine orribile il tuo nome verrà cancellato, il tuo volto oscurato e diventerai solo un anonimo "Tal dei tali" destinato al carcere, viene meno il guadagno della notorietà. Nessuno copia un crimine che garantisce solo l'oblio.
Togliere i riflettori dal carnefice permette di ricollocare l'attenzione pubblica sul vero nucleo della questione: le responsabilità della comunità che non ha saputo proteggere la vittima. Nel dramma di Beatrice, l'orrore non sta solo nella mano che ha colpito, ma nella catena di omissioni che ha permesso che ciò accadesse per mesi. Le fotografie scattate dalle sorelline nel disperato tentativo di denunciare le violenze dimostrano che i segnali c'erano, evidenti e ripetuti. L'omertà della cerchia familiare che è rimasta inerte e l’indifferenza della comunità che ha finto di non sentire sono il vero scandalo che deve fare notizia.
Chi toglie la vita a una bambina deve incontrare la condanna in un tribunale e il vuoto assoluto nella memoria del paese. La memoria della vittima si onora con il silenzio mediatico attorno a chi l'ha spenta, e con la voce più dura contro l'indifferenza del mondo circostante. È tempo di spegnere i riflettori sul male e di pretendere un giornalismo che restituisca dignità alle vittime, relegando i carnefici all'unico posto che meritano: marcire a vita in un carcere.
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