OLTRE IL LEGAME DI SANGUE : Quando e perché si perde la responsabilità genitoriale - Di Barbara Fabbroni - Pubblicato da Elena Piccinini
Mettere al mondo un figlio non significa automaticamente diventare genitori. Può sembrare una frase dura, ma racchiude una verità profonda che la psicologia, prima ancora del diritto, conosce molto bene: la genitorialità non nasce con il parto, ma si costruisce ogni giorno attraverso la cura, la presenza, la protezione e la capacità di rispondere ai bisogni emotivi e materiali di un bambino.
Per molti anni abbiamo parlato di "potestà genitoriale", un'espressione che evocava l'idea di un potere esercitato sui figli. Oggi si utilizza "responsabilità genitoriale", e non si tratta di una semplice modifica linguistica. È un cambiamento culturale importante, perché sposta l'attenzione dai diritti degli adulti ai bisogni dei minori. Non si è genitori perché si genera un figlio, ma perché ci si assume il compito di accompagnarlo nella crescita, di proteggerlo, educarlo e sostenerlo fino a quando sarà in grado di camminare autonomamente nel mondo.
La responsabilità genitoriale è, prima di tutto, una relazione di fiducia. Un bambino cresce bene quando sa che esiste qualcuno capace di contenerne le paure, accogliere le emozioni, garantire sicurezza e stabilità. Quando questo patto di cura viene meno, le conseguenze possono essere profonde e lasciare segni che accompagnano la persona per tutta la vita.
Ma cosa accade quando chi dovrebbe proteggere diventa fonte di sofferenza?
È in questi casi che interviene la legge. Non per punire il genitore, ma per proteggere il figlio. Questo è un aspetto fondamentale da comprendere. Ogni decisione adottata dai tribunali minorili non dovrebbe mai avere come obiettivo la sanzione dell'adulto, bensì la tutela del superiore interesse del minore, principio che rappresenta il cuore di ogni intervento giudiziario in materia familiare.
La decadenza dalla responsabilità genitoriale rappresenta una delle misure più severe previste dal nostro ordinamento. È una scelta estrema, a cui si arriva solo quando tutte le valutazioni compiute dagli esperti e dai giudici evidenziano una situazione di grave pregiudizio per il bambino.
Dietro questi provvedimenti troviamo spesso storie dolorose. Storie di violenza fisica o psicologica, di abusi, di umiliazioni ripetute. Ma anche forme di trascuratezza meno visibili e per questo talvolta più difficili da riconoscere. Esistono infatti bambini che non vengono picchiati ma vengono ignorati, lasciati soli nei loro bisogni affettivi, privati dell'attenzione necessaria per crescere in modo sano.
L'abbandono emotivo può essere devastante quanto una violenza esplicita.
Ci sono genitori che scompaiono dalla vita dei figli, che non contribuiscono al loro mantenimento, che rinunciano a essere un punto di riferimento. Ci sono situazioni in cui vengono negati diritti fondamentali come l'accesso alle cure mediche o all'istruzione. E ci sono contesti familiari caratterizzati da dipendenze gravi, comportamenti criminali, violenze domestiche o condizioni di forte degrado che espongono quotidianamente i minori a rischi incompatibili con una crescita equilibrata.
Dal punto di vista psicologico, il bambino che vive in un ambiente disfunzionale sviluppa spesso una percezione alterata della normalità. Impara a convivere con la paura, con l'incertezza, con l'imprevedibilità. E proprio per questo la protezione diventa un dovere collettivo. Quando la famiglia non riesce più a garantire sicurezza, la società deve intervenire.
Eppure, anche nei provvedimenti più dolorosi, il diritto lascia spazio alla speranza.
La storia umana ci insegna che le persone possono cambiare. Possono prendere consapevolezza delle proprie fragilità, affrontare percorsi terapeutici, liberarsi da dipendenze, imparare nuove modalità relazionali e assumersi finalmente la responsabilità delle proprie azioni.
Per questo la legge italiana prevede la possibilità di un reintegro della responsabilità genitoriale. Non basta dichiarare di essere cambiati: occorre dimostrarlo attraverso comportamenti concreti e duraturi nel tempo. È necessario provare di poter offrire al minore un ambiente stabile, sicuro e rispettoso dei suoi bisogni.
In fondo, il vero obiettivo non è mai separare un figlio da un genitore. L'obiettivo è garantire che ogni bambino possa crescere in un luogo in cui sentirsi amato, protetto e riconosciuto.
Perché la genitorialità autentica non si misura con il DNA, ma con la capacità di esserci. Ogni giorno. Nei momenti facili e in quelli difficili. Nella presenza costante che aiuta un bambino a costruire fiducia nel mondo e in sè stesso.
Ed è proprio quando questa presenza viene meno che la legge interviene, ricordandoci una verità tanto semplice quanto fondamentale: il diritto più importante non è quello di essere genitori, ma quello di ogni bambino di crescere al sicuro. (Barbara Fabbroni)
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