È uscito il libro:
OBLIO E APPRODI di FRANCESCO SALVADOR
con prefazioni di Enzo Concardi,
Floriano Romboli, Gabriella Veschi
Pubblicata l’antologia poetica dal titolo “Oblio e approdi” di Francesco Salvador, con
prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi, nella prestigiosa collana
“Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio”, Guido Miano Editore, Milano 2026.
Capitolo 1 – La presenza del dolore
L’universale tematica del dolore appartiene da sempre alle letterature di tutto il mondo,
sviscerata nelle diverse sue caratteristiche e trattata secondo i punti di vista di ogni autore.
Anche le esperienze personali vissute incidono ovviamente sull’intensità e sulla forza
espressiva che i testi assumono nella loro estensione e profondità. Un’altra differenziazione
nasce dal tipo di messaggio che la narrazione poetica intende veicolare al lettore, al di là
della natura stessa della sofferenza e della sua ideologia. “La presenza del dolore” è un
dato di fatto della condizione umana e quindi il tipo di approccio ad essa segna la cifra della
sua comunicazione. Dunque non va esente da tale legge la poetica di Francesco Salvador,
per il quale ritengo opportuno stabilire due versanti essenziali della sua cognizione del
dolore: la sofferenza degli altri e quella propria. Trattasi comunque sempre, in entrambi i
casi, di vicende caratterizzate da dinamiche di interdipendenza, senza chiusure in
compartimenti stagni.
In primis prendiamo in considerazione la presenza dei patimenti legati alle perdite
affettive familiari, e qui appaiono due liriche dedicate alla figura materna, che fanno sorgere
spontanea la domanda: quale poeta non ha una venerazione per la propria madre? Pasolini
e Ungaretti insegnano che non si tratta solamente di letteratura, ma di vero amore filiale. In
Così ti ho perduta, Salvador ci comunica, con evidente orgoglio, che «…l’ultimo nome che
hai pronunciato/ è stato il mio…». La lirica prosegue su vaghe reminiscenze ungarettiane,
senza scomodare la dimensione del divino, sul tema dell’attesa dell’incontro nell’altra vita
(«…Io so che da lì dove sei/ mi aspetti/ e tenti di ritardare/ il nostro prossimo incontro/
soffocando l’impazienza/ di vedermi arrivare»). (……..).
ENZO CONCARDI
***
Capitolo 2 – I volti dell’amore
Una raccolta dal sapore squisitamente ossimorico si dispiega in questo capitolo dedicato
ai testi di Francesco Salvador dove campeggia il tema amoroso, ma si assiste ad una sua
trattazione innovativa e suggestiva, poiché emerge una particolare visione basata sugli atti
mancati, sul non accaduto e sulle sue diramazioni, che si concretizzano nei topoi
dell’assenza, del contrasto tra possibile e impossibile, tra realtà effettiva ed immaginazione,
fino a far inabissare il lettore in un infinto e leibniziano universo di mondi possibili.
Quello di Salvador assume i contorni di un pensiero filosofico, che rimanda inevitabilmente
ad una delle voci più significative del panorama culturale contemporaneo, la poetessa
polacca Wislawa Szymborska (Kórnik, 1923 – Cracovia, 2012, Premio Nobel per la
letteratura nel 1996), per la quale l’assenza si trasforma in una presenza reale e palpabile.
Così, nella poesia d’apertura Mi manca, «Le lingue» che «rimangono/ riposte nel
nascondiglio/ di una lettera/mai spedita» rievocano i versi della poetessa polacca, che nel
componimento La stazione, allude a metaforici binari esistenziali che scorrono paralleli
senza però mai convergere, descrivendo un appuntamento mancato, preannunciato da una
comunicazione per avvisare del suo «non arrivo». L’incontro desiderato si realizza
unicamente nello spazio dell’immaginazione, per suggellare un amore destinato a restare per
sempre racchiuso nell’ambito del desiderio: «Il mio non arrivo nella città di N./ è avvenuto
puntualmente.// Sei stato avvertito/ con una lettera non spedita.// Hai fatto in tempo a non
venire/ all’ora prevista.// Il treno è arrivato sul terzo binario./ È scesa molta gente.// La mia
persona, assente,/ si è avviata all’uscita tra la folla.//… È avvenuto… l’incontro fissato.// Fuori
dalla portata/ della nostra presenza.// Nel paradiso perduto/ della probabilità…». (………….).
GABRIELLA VESCHI
***
Capitolo 3 – I labirinti della memoria
La nozione del tempo risulta connaturata alla vigile coscienza di ognuno, giacché
quest’ultima viene manifestandosi e puntualmente organizzandosi in base all’avvertimento
della densità problematica del medesimo, del suo specifico articolarsi secondo le scansioni
interiori di presente e quindi di passato e di futuro fissate in una giustamente famosa pagina
di Sant’Agostino.
Il sentimento del tempo si obiettiva innanzitutto nella constatazione del suo inesorabile
trascorrere, nel rapido “fuggire”, allarmante e dolorosamente incalzante, in quanto di
necessità connesso al progressivo indebolimento e infine all’annullamento delle energie
vitali, secondo un animus pessimistico ritratto con insuperata efficacia tanti secoli fa in una
lirica di Orazio: «Eheu, fugaces, Postume, Postume,/ labuntur anni, nec pietas moram/ rugis
et instanti senectae/ adferet indomitae morti» (Odi, II, 14, 1-4, «Ahimè, o Postumo, Postumo,
in fretta scorrono gli anni e la devozione religiosa non servirà a ritardare le rughe e
l’incombente vecchiaia e poi la morte ineludibile», traduzione mia).
È nondimeno da osservare che l’esperienza temporale non è costituita da un continuum
indifferenziato: a momenti insignificanti, mediocremente ripetitivi, qualitativamente opachi si
alternano situazioni intellettuali ed etico-sentimentali di intensità anche notevole, destinate
a suscitare ricordi incancellabili, preziosi segni della storia personale depositati nello scrigno
della memoria, i quali possono rappresentare occasioni di rivisitazione nostalgica oppure
sollecitazione all’impegno e all’azione alacri e innovativi.
Mi sembra che nella ricerca lirica di Francesco Salvador il primo caso sia nettamente
predominante, poiché urge tristemente il rammarico per il venir meno, l’esaurirsi, lo “svanire”
di episodî e fasi dell’esistenza sentiti come importanti e vitalizzanti, ma purtroppo lontani,
irrecuperabili, perduti: «Cerco la mia giovinezza/ ormai svanita per sempre/ nei visi di chi
passa/ nell’illusione di una risposta/ o di una retorica domanda:/ “Che ne è stato della tua
vita/ Francesco?”» (corsivo mio, come sempre in seguito); «È così incerta/ questa sera mia/
da mortificare/ i passi deposti/ e più lenti sono/ più svaniscono via via:/ come impronte/ fra
l’onda e la sabbia/ e ancora cerco/ ricordi d’altre sere/ in altri viali in altre primavere/ potesse
tornare/ per una volta almeno/ quel glicine/ o solo il suo profumo». (…………).
FLORIANO ROMBOLI
FRANCESCO SALVADOR, Oblio e approdi, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi;
Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 96, isbn 979-12-81351-92-9, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Francesco Salvador è nato nel 1957 a Vittorio Veneto (TV); ha vissuto per molti anni a
Venezia prima di trasferirsi a Padova dove attualmente abita e dove ha lavorato come
insegnante di scuola primaria. È autore di molte raccolte poetiche con le quali ha ottenuto
diversi premi, riconoscimenti e lusinghieri riscontri di critica; ha pubblicato anche brevi
racconti in riviste letterarie.

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