L'uomo che mutava l'acqua in vino: la potente allegoria poetica di Vincenzo Savoca

 

Un dipinto in stile classico ambientato in una cantina rustica illuminata dalla luce calda di lampade a olio. Sulla destra, un uomo anziano e saggio, con una folta barba grigia e un cappotto marrone, tiene le mani giunte a coppa mentre l'acqua limpida che vi scorre si trasforma in vino rosso, gocciolando in un calice di legno sul tavolo. Attorno a lui ci sono botti di legno, ampolle e brocche. Sulla sinistra compare il testo del titolo in italiano e un sottotitolo in inglese su sfondo scuro.
La potente allegoria della trasformazione e dello spirito nella poetica di Vincenzo Savoca, rappresentata attraverso la suggestiva metamorfosi dell'acqua in vino all'interno di una calda atmosfera d'altri tempi.

Ci sono poesie che raccontano una storia e altre che costruiscono un universo simbolico nel quale il lettore è chiamato a entrare senza certezze. "L'uomo che mutava l'acqua in vino", di Vincenzo Savoca, appartiene decisamente a questa seconda categoria. È un testo ricco di richiami biblici, allegorie, riflessioni filosofiche e immagini visionarie che trasformano una vicenda apparentemente fantastica in una profonda meditazione sulla giustizia, sul potere, sulla fede e sulla fragilità dell'uomo.

Pier Carlo Lava - Alessandria Post - italianewspost.com

Fin dai primi versi, il poeta conduce il lettore nel clima sospeso e surreale di un martedì grasso, luogo privilegiato del rovesciamento delle regole e delle identità. Il protagonista, mascherato da "giudice frustrato", non rappresenta soltanto un personaggio, ma diventa la coscienza critica dell'intera narrazione. Attraverso il dialogo con il misterioso demone emerge il cuore dell'opera: la differenza tra legge e giustizia. Savoca suggerisce che applicare una norma non significa necessariamente realizzare ciò che è giusto. È una riflessione antica quanto l'umanità, ma ancora oggi di straordinaria attualità.

La poesia è costruita come un lungo racconto teatrale. Le immagini del carnevale, dei coriandoli, delle maschere, del sitar, delle figure esotiche e della folla in festa convivono con riferimenti evangelici e simboli religiosi. Il miracolo dell'acqua trasformata in vino richiama inevitabilmente le Nozze di Cana, ma qui assume un significato più complesso: non è soltanto un prodigio, bensì la rappresentazione della speranza, della fede e della necessità umana di credere in qualcosa che superi la razionalità.

Quando l'uomo capace di mutare l'acqua in vino viene arrestato, il tono della poesia cambia improvvisamente. L'atmosfera festosa lascia spazio al dramma. Il riferimento a Giuda, al tradimento e agli ulivi richiama con forza la Passione di Cristo, senza mai trasformare il protagonista in una semplice copia della figura evangelica. Savoca preferisce lasciare il lettore nel dubbio, sospeso tra realtà e metafora, tra storia e mito.

Dal punto di vista stilistico emerge una scrittura ricca, colta e volutamente barocca. Il lessico alterna parole della tradizione letteraria a espressioni moderne, creando un ritmo narrativo che ricorda, a tratti, il teatro e il poema epico. I lunghi periodi e le immagini in successione chiedono attenzione, ma ricompensano il lettore con una notevole densità espressiva.

L'ultima immagine è probabilmente la più intensa dell'intera composizione. Lo sguardo dell'uomo arrestato viene descritto come quello "dei vinti, il più buono al mondo". In quel verso finale si concentra tutto il significato della poesia: la bontà autentica, spesso, non coincide con la vittoria, il successo o il riconoscimento pubblico. È una bontà silenziosa, che continua a esistere anche quando viene sconfitta.

Di seguito il testo integrale della poesia.


L'UOMO CHE MUTAVA L'ACQUA IN VINO

di Vincenzo Savoca

Io lo conobbi una sera che fu di martedì
grasso, l'uomo che mutava l'acqua in vino.
Pur'io mascherato, da giudice frustrato,
e non è che se ne trovino poi così tanti!
-- La ragione sillaba, non ha dubbi: la legge
è uguale per tutti --, l'ordito è nei codicilli,
cos'altro serve? Soltanto le giuste parole,
e giustizia è fatta! Altro non serve. Io uscii
quella sera mascherato da giudice frustrato.
Ragliavo a chi me ne chiedeva conto: "Non
la legge sia uguale per tutti, ma la giustizia!".
"Perché?" uno mi chiese, -- con la maschera
d'un dèmone -- gl'occhi di falco e la lingua
sciolta e viva, d'esule favella --. Dava per
scontato che la legge fosse sopra l'umana
ventura. L'orgoglio ed il vanto di chi mai
ha perso una tenzone, e sferza gl'altri con
parole taglienti. "Signor mio", gli dissi col
piacere e l'euforia di quella sera di martedì
grasso, "la legge conta sì -- e nessuno qui lo
nega -- ma l'aquila mai ardisce volare fra
le stelle, ma dal cielo picchia e scende in
questo lebbrosario di sputacchi, e la volpe
afferra che silenziosa penneggia tra arbusti
e rovi. Oh!, tu dèmone!, -- ero di fronte a lui
tra la folla, nella piazza spezzata da stelle
filanti e coriandoli --, puoi applicare la legge
ma non fare giustizia!" ancora dissi, tra facce
tinte a burla, e donne delle Indie forse vere,
forse no, col sari ed il bindi in fronte, sì belle!,
invischiate nella danza d'un sonoro e limpido
sitar. Ah!, i gemiti e l'occhiate!, di scismatico
piacere! E dunque se n'andò il dèmone verso
gli dèi assisi sul palco a formulare didascalie
d'ogni pensiero e scuola, buoni soltanto a
colonizzare cervelli. Un clown infine aprì le
danze, una farandola sconcentrata d'ossa il
triste ballo, ola di membra e di carne, spettri
fuggiti dall'Eden. Una voce intesi nel mezzo
di quel fracasso. "Ecco, l'acqua ora è vino!".
Così disse. A malapena vidi zampillarlo dalla
brocca, rosso!, d'acceso rubino. Ed i vecchi,
novelli accoliti, calavano le teste canute e
"Si!, si, è vino!" dicevano in coro, dando per
scontato il miracolo. Quei bianchi capelli
scossi dall'assenso, che pena al ribollire
di teste! "Amici, amici miei, questo è vino!"
disse l'uomo che mutava l'acqua in vino. Ed
io ne fui testimone, qui in una terra di vigne,
d'odore di mosto al tempo ch'è l'autunno. E
c'era chi lasciava l'altre bancarelle, spinto dal
bisogno di vedere l'usurpo d'acqua. Il vino
non era soltanto una questione di vigne! Ed
ancora intesi l'urlo di gioia d'avvinazzate voci.
L'eco di chi brindava alla fede dei giusti! Io
pure me ne sentii invischiato, e quando volli
avvicinarmi alla miracolosa fonte -- ché il
desiderio mi bruciava d'ardore -- i gendarmi
s'aprirono un varco. Cessò ogni risata e voce,
e l'uomo fu arrestato. Gl'occhi aveva d'ombra,
di giorni cupi d'inverno e del perduto paradiso.
"Chi m'ha tradito?" domandò col respiro preso
dal freddo ai gendarmi, stretti come un muro.
"Un tuo amico, di nome Giuda. Lo conosci?".
"Oh, sì! È il vile che mi baciò tra gl'ulivi!". Dissi
addio al pollaio in festa, e tornai sull'altalena
dei miei giorni, in bilico sul cerchio del tempo.
Così passano, altro aspetto, sogni e chimere.
Ma l'uomo che mutava l'acqua in vino aveva
lo sguardo dei vinti, il più buono al mondo!

Vincenzo Savoca
Ragusa, 25 giugno 2026

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