L'UOMO CHE MUTAVA L'ACQUA IN VINO. A cura di Francesca Giordano.

L'UOMO CHE MUTAVA L'ACQUA IN VINO.



L'Illusione e il Tribunale della Carnevale

Nella produzione poetica contemporanea, sono rari i testi capaci di unire la teatralità della maschera a una riflessione filosofica così stringente. L’uomo che mutava l’acqua in vino, lirica firmata da Vincenzo Savoca a Ragusa il 24 giugno 2026, si muove esattamente su questo crinale: un martedì grasso che si trasforma in un palcoscenico esistenziale, dove il sacro si mescola al profano e la finzione diventa lo specchio più nitido della realtà.
Il componimento si apre con l'autoritratto del narratore, mascherato da "giudice frustrato". È un incipit potente, che introduce immediatamente il grande dilemma che attraversa i versi: il contrasto insanabile tra la freddezza dei codicilli legali e la carne viva della giustizia. Nel dialogo con il "dèmone" — figura di lucida e tagliente dialettica — il poeta lancia un grido che scuote le fondamenta del diritto formale: "Non la legge sia uguale per tutti, ma la giustizia!". La legge, sembra dirci Savoca, vola alto come un'aquila ma è costretta a picchiare su un "lebbrosario di sputacchi", scontrandosi con la miseria e l'imperfezione della natura umana.

Il Miracolo come Bisogno e "Usurpo"
Il popolo, incarnato dalle "teste canute" dei vecchi, ha un bisogno disperato di credere a quell'acceso rubino che zampilla dalla brocca. Savoca definisce splendidamente questo atto come un "usurpo d'acqua": una violazione delle leggi fisiche che serve a guarire, anche solo per una notte di Carnevale, la sete di trascendenza e di evasione di una comunità di "spettri fuggiti dall'Eden".
Il Ritorno all'Ordine e la Bellezza dei Vinti
Ma l'incanto, per definizione, è fragile. L'irruzione dei gendarmi spezza la farandola e introduce il dramma del tradimento. Il richiamo evangelico a Giuda e al bacio tra gli ulivi non è un mero esercizio di citazionismo, ma la constatazione di una condanna ciclica: l'ordine costituito non può tollerare l'anarchia della meraviglia.
La chiusura della lirica è di una tenerezza disarmante. Smontato il "pollaio in festa" del Carnevale, il narratore torna sulla sua altalena quotidiana, in bilico sul tempo. Ciò che resta, stampato nella memoria del lettore, è il ritratto finale del taumaturgo arrestato: "aveva lo sguardo dei vinti, il più buono al mondo!" In questa frase si compie la poetica di Savoca: la vera bontà, la vera giustizia, non risiedono in chi applica i codici stando sul trono o sul palco, ma negli sconfitti, in coloro che hanno tentato di regalare un sogno e hanno pagato il prezzo della loro stessa purezza.
Un testo denso, visionario e profondamente umano, che usa il pretesto della maschera per spogliare l'uomo dalle sue ipocrisie.

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