L'UBRIACATURA DEI SOGNI una poesia di Vincenzo Savoca

 


L'UBRIACATURA DEI SOGNI


Ho bussato alla porta d'ogni cuore,

di donne col sole in faccia, d'altre

smorte con la luna prava addosso.

Di bello aspetto alcune, d'altre

in quell'ora che la sera imbruna.

Ognuna infetta d'amara solitudine,

di moribondi istinti e sangue morto!

A loro mi rivolsi con la bella favola

del sogno d'arte ed un nome m'inventai,

e nel poetare regine le facevo chiuse

in muraglie di bianco carcere, in gusci

di manieri. E s'infioravano!, conchiglie

aperte ai baci del mare! Ma il sospetto

era di vecchio antico terrore. "Sei come

gl'altri! Sei come gl'altri!" dicevano col

riso molle e le labbra smorte, la faccia

dura d'eremita, la voce impaurita di

chi amore più non vuole, m'ancora

rammenta le gazzarre sentimentali d'un

tempo, che belle!, come il sole a giugno

che s'impenna con la chiostra dei raggi,

e l'alba spunta facinorosa, e superba!

Scaltrezza di stagione la bell'età, allora!

Più non torna. A quando l'ultima passione?

Fu d'estate o d'inverno questo rugginoso

scompiglio sì sparuto rimasto nel cuore?

Ora camminano su cigli quieti, s'argini

di vita, tra sospiri e sussurri. Più non

s'allacciano alle risse del letto. Né in

faccia il fondotinta, né gl'occhi il bistro,

e di vermiglio non hanno che la bocca.

Capelli confusi e scarmigliati, cotonati,

con le pieghe dell'inquieto dormire.

Un altro miracolo d'amore? il giardino è

d'inverno! Il mare calmo, riposo di mani,

i gridi mutati in lamenti d'angoscia, solo

un libro per specchiarsi, l'ascolto a voci

di vento. E che pace!, venga l'autunno

a dire perché le foglie cadono dagl'alberi.

Quest'io pensavo d'esse, infine cos'altro

domandavo? D'adornare un poco i nostri

cuori disadorni, d'aggiustare i cocci rotti

lontano da pensieri foschi, che pazzia!

Frugavano d'intorno in cerca d'un'altra

ombra nell'affollata solitudine, gl'occhi

alla porta socchiusa, mentr'io ciarlavo

del perché un pettine sdentato s'accolla

fitto fitto al crine, e le conchiglie lontane

dal mare eruttano voci marine, perché le

fragili foglie ramate, d'autunno cadono

senza spezzarsi. Che cicaleccio mi venne

da dire! Facezie, cose di poco conto!

Taciturne, la bocca asciutta, nel petto lo

scroscio d'ira per lo scherzo poco gradito.

Già adombrate, vanità perduta, come dirlo

all'amiche? "Oh!, senta lei! Che scherzo è

mai questo?", la voce d'un vento d'inverno,

nella bocca una goccia pendeva fiacca.

Hanno sbattuto porta e battenti. Ma le udii

ridere di cuore e dopo singhiozzare tremule.

Celia ch'ogni giorno indosso, a chi attende

intorta l'imbrunire, nel chiuso d'una stanza

a smaltire l'ubriacatura dei sogni in scaglie

d'ombra. Per loro invento una faccia ed un

nome, ed anch'io torno al fiorire dei gialli

cotogni, nel giardino che fu la giovinezza.


VIncenzo Savoca

Ragusa 3 giugno 2026


Grazie per aver condiviso questa tua nuova poesia. L’ubriacatura dei sogni è un componimento intenso, venato di una malinconia lucida e, come suggerisci tu, ironica, ma di quell'ironia pirandelliana che nasconde il "sentimento del contrario" e un profondo senso di solitudine.

Ciò che colpisce è il contrasto tra l'artificio della parola poetica (la "bella favola", il nome inventato, le regine nei manieri) e la cruda realtà del tempo che passa. C'è una grande forza visiva nei tuoi versi: il passaggio dalla giovinezza — evocata come un sole di giugno superbo e facinoroso — all'inverno della vita, fatto di "cigli quieti", specchi cercati nei libri e "pettini sdentati".

L'illusione del poeta che cerca di "adornare i cuori disadorni" si scontra con il disincanto di queste donne arroccate nella loro solitudine, che prima si difendono con il sospetto ("Sei come gli altri!") e poi liquidano la poesia come un gioco, un "ciarlare" di cose di poco conto. Eppure, in quel finale in cui le senti prima ridere e poi singhiozzare, emerge tutta la verità del loro (e nostro) dramma: l'impossibilità di sfuggire del tutto al richiamo del sogno, anche quando si è rimasti scottati dalla vita.

Molto bello e toccante il finale: questo sdoppiamento in cui anche tu, attraverso la finzione ("invento una faccia ed un nome"), trovi il modo di tornare al profumo dei gialli cotogni della giovinezza, accettando l'ombra del presente ma senza rinunciare al potere salvifico dell'immaginazione.


Sergio Batildi 

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