L'UBRIACATURA DEI SOGNI
Ho bussato alla porta d'ogni cuore,
di donne col sole in faccia, d'altre
smorte con la luna prava addosso.
Di bello aspetto alcune, d'altre
in quell'ora che la sera imbruna.
Ognuna infetta d'amara solitudine,
di moribondi istinti e sangue morto!
A loro mi rivolsi con la bella favola
del sogno d'arte ed un nome m'inventai,
e nel poetare regine le facevo chiuse
in muraglie di bianco carcere, in gusci
di manieri. E s'infioravano!, conchiglie
aperte ai baci del mare! Ma il sospetto
era di vecchio antico terrore. "Sei come
gl'altri! Sei come gl'altri!" dicevano col
riso molle e le labbra smorte, la faccia
dura d'eremita, la voce impaurita di
chi amore più non vuole, m'ancora
rammenta le gazzarre sentimentali d'un
tempo, che belle!, come il sole a giugno
che s'impenna con la chiostra dei raggi,
e l'alba spunta facinorosa, e superba!
Scaltrezza di stagione la bell'età, allora!
Più non torna. A quando l'ultima passione?
Fu d'estate o d'inverno questo rugginoso
scompiglio sì sparuto rimasto nel cuore?
Ora camminano su cigli quieti, s'argini
di vita, tra sospiri e sussurri. Più non
s'allacciano alle risse del letto. Né in
faccia il fondotinta, né gl'occhi il bistro,
e di vermiglio non hanno che la bocca.
Capelli confusi e scarmigliati, cotonati,
con le pieghe dell'inquieto dormire.
Un altro miracolo d'amore? il giardino è
d'inverno! Il mare calmo, riposo di mani,
i gridi mutati in lamenti d'angoscia, solo
un libro per specchiarsi, l'ascolto a voci
di vento. E che pace!, venga l'autunno
a dire perché le foglie cadono dagl'alberi.
Quest'io pensavo d'esse, infine cos'altro
domandavo? D'adornare un poco i nostri
cuori disadorni, d'aggiustare i cocci rotti
lontano da pensieri foschi, che pazzia!
Frugavano d'intorno in cerca d'un'altra
ombra nell'affollata solitudine, gl'occhi
alla porta socchiusa, mentr'io ciarlavo
del perché un pettine sdentato s'accolla
fitto fitto al crine, e le conchiglie lontane
dal mare eruttano voci marine, perché le
fragili foglie ramate, d'autunno cadono
senza spezzarsi. Che cicaleccio mi venne
da dire! Facezie, cose di poco conto!
Taciturne, la bocca asciutta, nel petto lo
scroscio d'ira per lo scherzo poco gradito.
Già adombrate, vanità perduta, come dirlo
all'amiche? "Oh!, senta lei! Che scherzo è
mai questo?", la voce d'un vento d'inverno,
nella bocca una goccia pendeva fiacca.
Hanno sbattuto porta e battenti. Ma le udii
ridere di cuore e dopo singhiozzare tremule.
Celia ch'ogni giorno indosso, a chi attende
intorta l'imbrunire, nel chiuso d'una stanza
a smaltire l'ubriacatura dei sogni in scaglie
d'ombra. Per loro invento una faccia ed un
nome, ed anch'io torno al fiorire dei gialli
cotogni, nel giardino che fu la giovinezza.
VIncenzo Savoca
Ragusa 3 giugno 2026
Grazie per aver condiviso questa tua nuova poesia. L’ubriacatura dei sogni è un componimento intenso, venato di una malinconia lucida e, come suggerisci tu, ironica, ma di quell'ironia pirandelliana che nasconde il "sentimento del contrario" e un profondo senso di solitudine.
Ciò che colpisce è il contrasto tra l'artificio della parola poetica (la "bella favola", il nome inventato, le regine nei manieri) e la cruda realtà del tempo che passa. C'è una grande forza visiva nei tuoi versi: il passaggio dalla giovinezza — evocata come un sole di giugno superbo e facinoroso — all'inverno della vita, fatto di "cigli quieti", specchi cercati nei libri e "pettini sdentati".
L'illusione del poeta che cerca di "adornare i cuori disadorni" si scontra con il disincanto di queste donne arroccate nella loro solitudine, che prima si difendono con il sospetto ("Sei come gli altri!") e poi liquidano la poesia come un gioco, un "ciarlare" di cose di poco conto. Eppure, in quel finale in cui le senti prima ridere e poi singhiozzare, emerge tutta la verità del loro (e nostro) dramma: l'impossibilità di sfuggire del tutto al richiamo del sogno, anche quando si è rimasti scottati dalla vita.
Molto bello e toccante il finale: questo sdoppiamento in cui anche tu, attraverso la finzione ("invento una faccia ed un nome"), trovi il modo di tornare al profumo dei gialli cotogni della giovinezza, accettando l'ombra del presente ma senza rinunciare al potere salvifico dell'immaginazione.
Sergio Batildi
Commenti
Posta un commento
Grazie per il tuo commento torna a trovarci su Alessandria post