L'Aquila, la città che si rivela al mondo- Intervista di Stefania Del Monte a Goffredo Palemrini

 


                                                    Goffredo Palmerini - giornalista e scrittore-



18 giugno 2026

L'Aquila, la città che si rivela al mondo


Intervista a Goffredo Palmerini


di Stefania Del Monte 


L’Aquila è la Capitale Italiana della Cultura per il 2026: un riconoscimento che restituisce

pienamente alla città il ruolo che le appartiene per storia, patrimonio artistico, vitalità culturale

e capacità di rinascita. Non si tratta soltanto di un titolo prestigioso ma della consacrazione di un

percorso che affonda le radici in oltre sette secoli di storia.

Custode di uno dei più importanti centri storici d’Italia, di straordinari monumenti, di una

tradizione culturale viva e della Perdonanza Celestiniana, patrimonio immateriale

dell’UNESCO, L’Aquila si presenta oggi come un luogo in cui memoria e innovazione convivono

armoniosamente. Una città che continua a produrre cultura, ricerca, arte e conoscenza.

A raccontare il significato profondo di questo anno speciale è Goffredo Palmerini, giornalista,

scrittore ed ex vicesindaco dell’Aquila, da sempre tra i più autorevoli interpreti della storia e

dell’identità aquilana. Attraverso il suo racconto emerge il volto autentico di una città che ha

saputo trasformare le prove più difficili in occasioni di crescita e che oggi, da Capitale Italiana

della Cultura, offre all'Italia e al mondo un messaggio di bellezza, resilienza, dialogo e speranza.

L'Aquila è stata nominata Capitale Italiana della Cultura 2026. Da aquilano e

protagonista della vita amministrativa cittadina per quasi trenta anni, che

significato attribuisce a questo riconoscimento?

L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026 non è soltanto un titolo, è uno specchio che

finalmente restituisce al Paese l’immagine autentica di una città straordinaria. Da un lato, certifica

la ricchezza del suo patrimonio artistico: un centro storico vastissimo, racchiuso da oltre sei

chilometri di mura trecentesche, dove quasi duemila emergenze architettoniche e monumentali

sono censite e protette dal Ministero. Dall’altro, riconosce la vitalità di una produzione culturale

che, per qualità e densità, non ha paragoni in Italia in rapporto al numero degli abitanti.

C’è però un significato più profondo. Questo riconoscimento premia una comunità che ha saputo

resistere e rinascere dopo il terremoto del 6 aprile 2009. L’Aquila non è una città che si reinventa.

È una città che si rivela. La sua storia lo dimostra. Fondata nel 1254 da una settantina di Castelli,

ciascuno chiamato a edificare un quartiere “al massimo della bellezza”, nacque come progetto

urbano armonico, non per aggregazioni casuali. Come ricorda Pierre Lavedan, nella storia

dell’urbanesimo europeo non era mai accaduto nulla di simile. Solo San Pietroburgo nel 1703 e

Brasilia nella seconda metà del Novecento avrebbero riproposto un’idea così visionaria. Questa è la

prima, irripetibile modernità dell’Aquila.

Lei ha raccontato L'Aquila in molti suoi libri. Quali caratteristiche rendono questa

città unica nel panorama culturale italiano?

Per tre secoli L’Aquila fu una città di rango europeo, seconda città del Regno dopo Napoli,

protagonista dei commerci della lana e dello zafferano, dotata di una governance civile e politica

originalissima. La Civitas nova e i Castelli fondatori erano legati da un sistema di diritti e doveri

reciproci che anticipava forme di democrazia partecipata. Le cinque Arti, depositarie del potere

cittadino, seppero valorizzare il privilegio di essere città di confine, conquistando un’autonomia che

oggi definiremmo “avanzata”. La città aveva una sua “costituzione” negli Statuti, batteva moneta,

godeva di un regime fiscale favorevole e, dal 1464, del diritto di istituire un’università. Era un luogo

aperto all’innovazione: nel 1482 Adam Burkardt di Rottweil, allievo di Gutenberg, vi fondò una


delle prime stamperie d’Italia (la terza, dopo quelle di Venezia nel 1469 e Foligno nel 1470). Una

borghesia colta e illuminata completava il quadro di una città dinamica, moderna,

sorprendentemente europea.

Poi vennero la rivolta del 1528 contro i dominatori spagnoli, la repressione e la cesura tra città e

contado, cui seguì una decadenza lunga oltre un secolo, anche per le conseguenze del devastante

terremoto del 2 febbraio 1703. Ma L’Aquila ha una caratteristica che la rende unica, la capacità di

risorgere. Dai terremoti, dalle guerre, dalle dittature. Nel secondo dopoguerra, con la libertà

riconquistata e con la Repubblica, nascono la Società dei Concerti, l’Istituzione Sinfonica Abruzzese

con un’orchestra stabile, il Teatro Stabile dell’Aquila, poi d’Abruzzo, l’Università degli Studi,

l’Accademia di Belle Arti, il Conservatorio di Musica, l’Istituto Cinematografico “La Lanterna

Magica”, l’Accademia per le Arti e le Scienze dell’Immagine, il Teatro d’innovazione “L’Uovo”,

infine il Gran Sasso Science Institute. L’Aquila non distribuisce cultura. La produce. La genera. La

rinnova. E custodisce un patrimonio spirituale che non ha eguali: la Perdonanza Celestiniana,

primo giubileo della cristianità (1294), oggi Patrimonio UNESCO. Papa Francesco ha definita

L’Aquila «Capitale del Perdono, della Riconciliazione e della Pace». Non è un titolo del passato, è

un destino.

Da anni promuove l'immagine dell'Aquila presso le comunità italiane all'estero.

Qual è oggi la percezione della città nel mondo?

Dopo il sisma del 2009, L’Aquila è diventata una città universale. Il mondo l’ha conosciuta

attraverso la sua tragedia, ma anche attraverso la dignità con cui ha saputo affrontarla. Le sue

ferite, poi ricucite dalla ricostruzione, hanno fatto il giro del pianeta. E con esse la straordinaria

solidarietà ricevuta da ogni parte d’Italia e del mondo. Questo patrimonio morale è oggi una delle

sue ricchezze più grandi, un esempio di umanità che contrasta con un mondo segnato da guerre,

violenze, tragedie civili. La Perdonanza, con il suo messaggio di pace e riconciliazione, è un ponte

ideale tra L’Aquila e il mondo. Il titolo di Capitale della Cultura può amplificare questo messaggio,

trasformandolo in un invito universale al dialogo e alla pace.

Quali luoghi, eventi o simboli consiglierebbe a chi visiterà L’Aquila per la prima

volta nel 2026?

L’Aquila è un giacimento di bellezza diffusa. Nel solo centro storico si contano oltre settanta chiese,

un centinaio di palazzi gentilizi, piazze, fontane, porte urbiche, scorci che sembrano usciti da un

trattato di urbanistica rinascimentale. Luoghi simbolo imprescindibili della città sono la Basilica di

Santa Maria di Collemaggio, cuore spirituale della città e della Perdonanza, che custodisce le

spoglie di Celestino V; la Basilica di San Bernardino, con lo splendido mausoleo rinascimentale,

che custodisce il corpo di San Bernardino da Siena, e la Resurrezione, pala d’altare con le

ceramiche di Andrea della Robbia; la Fontana delle 99 Cannelle, edificata nel 1274, enigma delle

origini e simbolo identitario; il Castello cinquecentesco con il Museo Nazionale d’Abruzzo, scrigno

di collezioni e mostre d’arte; poi le piazze, le fontane, le porte della cinta muraria, e in ogni angolo

dettagli intriganti e sorprese, una storia tutta da raccontare. L’Aquila è una città che non si visita, si

attraversa. E ogni attraversamento è una scoperta.

Quando e come è nata la sua vocazione alla scrittura?

La scrittura è nata come un’estensione naturale del mio impegno civile. Dopo quasi trent’anni nelle

istituzioni cittadine, nel 2007 ho scelto di dedicarmi al giornalismo internazionale e alla

produzione letteraria. Era un modo diverso di servire la mia città, l’Abruzzo, l’Italia. Raccontare

l’Italia meno conosciuta – quella dei borghi, delle province, delle eccellenze nascoste – è diventato

un modo per colmare un vuoto comunicativo evidente. All’estero i pacchetti turistici si concentrano

sulle solite mete. Ma l’Italia profonda custodisce meraviglie che meritano di essere scoperte. La

scrittura odeporica è per me un atto di restituzione: informare, incuriosire, far nascere il desiderio

di conoscenza.

Da cosa nasce il suo interesse per l’emigrazione italiana?


Nasce dall’incontro diretto con le nostre comunità all’estero, durante gli otto anni nel Consiglio

Regionale Abruzzesi nel Mondo. Da lì si è aperto un mondo: quello degli 80 milioni di oriundi

italiani, una “seconda Italia” che vive fuori dai confini ma custodisce la nostra lingua, la nostra

cultura, la nostra memoria. Le visite sono diventate racconti, articoli, libri. Una circolarità di

informazioni che ha arricchito la mia comprensione del fenomeno migratorio italiano, una delle più

grandi diaspore dell’umanità. Una conoscenza che non tengo gelosa, ma che volentieri metto a

disposizione di tutti attraverso la mia attività perché diventi consapevolezza comune.

Quale immagine dell’Italia ha trovato più viva tra gli emigrati e i loro discendenti?

Gli italiani all’estero amano l’Italia più di noi che viviamo entro i confini. Ne offrono un’immagine

seria, affidabile, laboriosa. Sono i migliori ambasciatori del Paese. Hanno conquistato rispetto e

stima con il lavoro, l’ingegno, la creatività. Eppure in Italia persistono stereotipi che impediscono

di valorizzare questa risorsa straordinaria. Le generazioni successive alla prima emigrazione hanno

raggiunto risultati eccellenti in ogni campo: economia, ricerca, cultura, università, politica. Hanno

saputo affermarsi e aggiungere quel quid tutto italiano: la capacità di creare relazioni, di costruire

legami, di portare creatività, stile e modo di vivere ovunque.

Come interpreta i cambiamenti che stanno interessando l’Italia e le nuove forme di

mobilità giovanile?

L’Italia vive un momento difficile, soprattutto per i giovani. La mancanza di riforme strutturali

nell’economia e nell’organizzazione statuale, l’innovazione industriale e nei servizi in ritardo,

stanno generando da quasi 20 anni a questa parte una nuova emigrazione: fino a 150mila espatri

l’anno. È un’emigrazione diversa da quella storica. È un’emigrazione di competenze, di intelligenze,

di capitale umano qualificato. Molti giovani, pur diplomati o laureati, non trovano lavoro adeguato

o retribuzioni dignitose. All’estero le opportunità sono migliori e più meritocratiche. Servono

politiche strutturali, non episodiche, per invertire la tendenza. Concludendo, abbiamo il dovere

morale di conoscere e far conoscere la storia della nostra emigrazione. Un rapporto nuovo e maturo

tra le due Italie – dentro e fuori i confini – potrebbe generare opportunità straordinarie. Se l’Italia

sapesse valorizzare gli 80 milioni di oriundi, potrebbe contare su una comunità di 140 milioni di

persone unite dalla lingua, dalla cultura, dall’identità. Sarebbe una forza culturale, economica e

perfino politica di portata globale.

https://www.ciaomag.com/home/laquila-cultura-2026

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Stefania Del Monte


Giornalista e scrittrice, è esperta di comunicazione e autrice di pubblicazioni in italiano, inglese e spagnolo.

Da molti anni promuove attivamente l’Italia nel mondo attraverso una fitta rete di relazioni internazionali. È

stata consigliere dell’Associazione Donne Italiane di Hong Kong, co-fondatrice e responsabile della

comunicazione per l’Italian British Association, co-fondatrice e direttore di Ciao Praga e responsabile globale

delle Pubbliche Relazioni per l’A.I.M. - Associazione per l’Italia nel Mondo. Ha, inoltre, ricoperto incarichi

per l’Università di Cambridge, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, la Banca Europea per la

Ricostruzione e lo Sviluppo, la Banca Mondiale, l’Iniziativa Centro Europea, BP, ENI, AGIP e Alitalia.

Attualmente è Direttore di Ciao Magazine e della casa editrice Ciao Publishing (CP Cambridge).

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