La panca vuota una poesia di Vincenzo Savoca

 


LA PANCA VUOTA


Mi capita d'incontrare in un giardino

piccolo, d'antiche memorie autunnali,

incorniciato dagl'edifici popolari, a lato

d'una piazzetta poco bella, con la vista,

questa sì bella, ai dilettosi mont'Iblei,

un vecchietto in un cantuccio d'ombra.

Che fa? Sonnecchia, il capo sulle mani

scarne strette al bastone, ch'aspetta

il triste ritorno a passi lenti e stanchi

nelle stanze d'una casa sempre vuota.

Mai parla, mai una parola della storia

che fu la sua vita, i bei giorni addietro

oramai defunti, di sventurati giorni i

presenti che il cuore sì fermo tacita.

Col vestito della festa, la cravatta che

vanto adesso!, sfoggiata per diletto, e

pure conserva ancora l'aria campagnola

della bella gente iblea negl'occhi fermi.

Un ripasso la memoria di ricordi serbati,

tenuti nascosti, gli è più dolce di tanto

in tanto un mormorare che mai odo.

Dorme confinato nel cantuccio d'ombra

di foglie e rami. Al mio arrivo mi guarda,

solo un saluto, un cenno col capo. Tanto

gli basta, tanto mi basta. È come una

vecchia quercia indifferente ai venti

d'inverno. È un ritrovo per vecchi

coi rumori nel petto e negl'occhi le

nebbie d'inverno, tardive malinconie

gl'acciacchi del cuore, e dolori d'ossa,

tremore di mani scarne e sperdute!

Nessuno c'è ad aspettarci e nessuno

ci viene incontro. Non conosco il mio

vicino, ma se lo guardo mi pare di

specchiarmi. Più non distinguo chi è

lui e chi sono io, due fratelli seduti

distanti in panchina diverse!, senza

neppure guardarci e col proposito

d'ignorarci. Ma tanto so di lui e lui di

m'è. Ma se lo guardo si nasconde, mi

esclude dai suoi, dai nostri crucci.

Ora, di questo muto compagno, mi

resta soltanto il monito d'una panca

che vuota continua a parlarmi di lui.


VIncenzo Savoca

Ragusa 16 giugno 2026


La panca vuota di Vincenzo Savoca è una poesia di straordinaria intensità lirica e umana. Il testo si muove lungo il filo sottile della solitudine, della memoria e del rispecchiamento esistenziale, offrendo un ritratto crepuscolare che trascende la dimensione individuale per farsi universale.

​Ecco un'analisi dei temi chiave e della struttura di questo componimento datato, quasi profeticamente, proprio a ieri.

​1. L'Ambientazione e il Contrasto Visivo

​La poesia si apre con una coordinazione spaziale precisa e suggestiva. Il giardino è "piccolo" e "d'antiche memorie autunnali", racchiuso tra l'anonimato degli "edifici popolari" e una "piazzetta poco bella".

​Tuttavia, in questo grigiore urbano si apre uno squarcio di bellezza assoluta: la vista dei "dilettosi mont'Iblei". Questo contrasto tra la durezza del presente (la periferia, la vecchiaia) e la bellezza eterna della natura circostante (il paesaggio ragusano) riflette lo stato d'animo dei protagonisti.

​2. Il Vecchietto: Simbolo di un mondo che svanisce

​Il vecchio, seduto in un "cantuccio d'ombra", viene descritto con tocchi di sobria dignità:

​Il decoro: Indossa il "vestito della festa" e la cravatta, simboli di un rispetto per se stessi che non cede al degrado degli anni.

​L'identità: Conserva l'aria "campagnola della bella gente iblea", fiera e radicata nel territorio.

​Il silenzio: Non parla mai. Il suo è un "muto compagno". I suoi ricordi sono nascosti, protetti dal trambusto del mondo esterno. Viene paragonato a una "vecchia quercia indifferente ai venti d'inverno", immagine che evoca una resilienza stoica e monumentale.

​3. Il Rispecchiamento e la Fratellanza nel Silenzio

​Il nucleo emotivo della poesia si sposta nella seconda metà, dove l'osservatore (il poeta) e l'osservato si fondono:

​"Non conosco il mio vicino, ma se lo guardo mi pare di specchiarmi. Più non distinguo chi è lui e chi sono io..."

​I due diventano "due fratelli seduti distanti in panchine diverse". C'è un patto implicito di ignorarsi, dettato dal pudore e dalla dignità del dolore, eppure tra i due vi è una conoscenza profondissima ("tanto so di lui e lui di m'è"). La solitudine non isola, ma accomuna i destini in una comune "tardiva malinconia".

​4. L'Assenza che si fa Presenza: La Panca Vuota

​Il finale è una chiusa epigrammatica di grande impatto emotivo. Il vecchio non c'è più, ma la sua assenza non coincide con il nulla. La panca, ora vuota, subisce una personificazione: continua a parlare.

​Il vuoto fisico diventa così un "monito" e uno spazio colmo di memoria. La panca vuota parla del vecchio, ma parla anche al poeta (e al lettore) del destino comune, dell'inevitabilità del tempo che scorre e del vuoto che ciascuno, prima o poi, lascerà dietro di sé.

Sergio Batildi

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