Il prezzo del pensiero libero: il caso Lea Melandri e la cultura che non dà da vivere - di Ada Rizzo
Quando la militanza e la critica indipendente pagano il prezzo dell'indigenza. Perché la Legge Bacchelli a una delle madri del femminismo italiano interroga la nostra società.
L'Attacco (L'esordio sulla notizia)
Cosa accade quando una delle menti più brillanti, radicali e influenti del Novecento italiano si ritrova, a più di ottant'anni, in una condizione di indigenza economica e precarietà abitativa? Quando nel 2024 il caso di Lea Melandri, saggista, giornalista e colonna portante del femminismo italiano, è emerso in tutta la sua drammaticità, il mondo della cultura è stato scosso nel profondo. Solo la straordinaria mobilitazione della rete delle donne, culminata nell'appello nazionale “Dire grazie a Lea”, e il successivo riconoscimento del vitalizio della Legge Bacchelli nel luglio di quell'anno hanno evitato il peggio. Ma a distanza di tempo, questa vicenda non può essere liquidata come un semplice incidente di percorso biografico risolto dall'assistenzialismo di Stato: è il sintomo cronico di una malattia sistemica che continua a infettare il nostro presente.
Il Cuore del Problema (La cultura fuori dai canali istituzionali)
Lea Melandri ha dedicato cinquant'anni di vita a scardinare i meccanismi del potere patriarcale, a unire psicanalisi e politica, a fondare laboratori di libertà come la Libera Università delle Donne. Lo ha fatto, però, fuori dai binari protetti delle cattedre universitarie, delle grandi aziende editoriali o dei circuiti commerciali.
Qui risiede il paradosso sollevato dalla sua storia: la nostra società glorifica la cultura a parole, ma riconosce tutele, previdenza e contratti stabili solo a chi si inserisce in canali istituzionali o logiche di mercato. Chi fa "resistenza culturale" indipendente, chi produce pensiero critico nei territori, nell'associazionismo e nell'attivismo, spesso lavora gratis o in condizioni di totale precarietà.
Il nesso con i Diritti delle Donne
Da attivista e operatrice culturale, non posso non vedere una doppia ingiustizia in questa vicenda. Il lavoro di cura culturale e sociale, storicamente molto vicino alle pratiche femminili del "partire da sé" e del fare comunità, soffre dello stesso vizio del lavoro di cura domestico: è invisibilizzato, dato per scontato, considerato una "missione" che si nutre di sola passione. Ma la passione non paga l'affitto, né garantisce una vecchiaia dignitosa.
Chiedere investimenti nella cultura indipendente significa, a tutti gli effetti, lottare per i diritti e l'emancipazione economica delle donne che di quella cultura sono le spine dorsali.
Un appello alla riflessione
Il vitalizio concesso a Lea Melandri è un atto di giustizia dovuto, ma resta una risposta d'emergenza. Un paese sano non dovrebbe aspettare che i suoi fari intellettuali cadano in povertà per accorgersi del loro valore. Sostenere la cultura con investimenti strutturali e canali di supporto pubblico non è un atto di beneficenza: è l'unico modo che abbiamo per garantire la sopravvivenza del libero pensiero. Senza tutele materiali, la cultura rischia di tornare a essere un lusso per pochi, privando la collettività delle sue voci più libere e coraggiose.
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