Il peso dei nostri "due spicci": perché Zerocalcare ci mette tutti davanti allo specchio - di Ada Rizzo

 


C’è un momento preciso in cui ci si rende conto che la giovinezza non è un conto infinito, ma un gruzzolo che si va assottigliando. Con la sua ultima serie Netflix, Due spicci, Michele Rech, al secolo Zerocalcare , torna a fare quello che gli riesce meglio: radiografare i trenta-quarantenni di oggi. Solo che questa volta lo fa con una maturità più amara. La storia di un piccolo locale di quartiere gestito insieme all'amico Cinghiale diventa la metafora di un buco nero di debiti economici ed emotivi. Ci si guarda dentro e si scopre che nelle tasche dell’anima sono rimasti, appunto, solo "due spicci": poche monete e pochissime certezze.

Eppure, a rubare la scena e a toccare le corde più intime del pubblico non è solo il protagonista. È il suo storico alter ego: l’Armadillo.

 

Più di una spalla comica: una strategia di sopravvivenza

Doppiato con la consueta, magnifica romanità da Valerio Mastandrea, l’Armadillo non è mai stato una semplice gag. È la personificazione della nostra coscienza. O meglio, della sua parte più cinica, pigra e auto-assolutoria. È quello che ci consiglia di non uscire di casa perché "tanto fuori fa schifo", che giustifica ogni nostra esitazione e sabota i tentativi di evoluzione personale per proteggerci dal fallimento.

Ma se guardiamo oltre la battuta fulminante, l’Armadillo rappresenta qualcosa di molto più profondo: è una vera e propria strategia di sopravvivenza psichica. Quando siamo sommersi da emozioni grezze e informi — come l'ansia sociale, la vergogna o il senso di inadeguatezza — la nostra mente ha bisogno di dare loro una forma per non lasciarsene schiacciare. Zerocalcare fa esattamente questo: trasforma l’angoscia in racconto, la colpa in dialogo, il dolore in un personaggio corazzato. Si ride di gusto, sì, ma non perché la vita sia leggera. Si ride perché l'alternativa sarebbe crollare sotto il peso di quella realtà.

 

Il prezzo della corazza

Tuttavia, ogni protezione ha un costo. L'Armadillo funziona come un anestetico emotivo. È un meccanismo di difesa che anticipa le catastrofi e disinnesca la sofferenza con il sarcasmo, ma così facendo rischia di creare una barriera tra il "pensare" e il "sentire". Ci distanzia dal dolore, ce lo fa aggirare con una battuta di spirito, ma ci impedisce di attraversarlo davvero. Se lasciamo che sia sempre la nostra parte cinica a parlare, la nostra vulnerabilità più autentica rimane congelata dietro uno scudo.

Questo congelamento nasce spesso da un sentimento antico: il senso di colpa. Che nel mondo di Zerocalcare non è mai il timore di una punizione esterna, ma l'angoscia intima e lacerante di non essere mai abbastanza. Non essere stati abbastanza presenti, non aver capito in tempo il disagio di un amico, scoprirsi impotenti di fronte ai pezzi rotti delle vite altrui. In Due spicci, il passaggio all'età adulta si scontra con la domanda più difficile di tutte: come si fa a crescere e ad andare avanti senza abbandonare chi rimbalza indietro?

 

L'Armadillo che è in noi

È questo mix di cinismo e vulnerabilità che rende il lavoro di Michele Rech così universale, ben oltre i confini di Roma Est o le citazioni pop degli anni '90. La verità è che tutti noi abbiamo un Armadillo dentro. Abbiamo tutti una voce interna che ironizza nei momenti peggiori, che alza un muro per difenderci da verità che non siamo ancora pronti a pronunciare a voce alta.

Zerocalcare ci parla da vicino perché compie un rito terapeutico collettivo. Ci ricorda che a volte non raccontiamo le nostre fragilità perché siamo forti e abbiamo capito tutto. Raccontiamo perché, altrimenti, quel caos che abbiamo dentro rimarrebbe senza nome, finendo per distruggerci. E alla fine, davanti a quello specchio, scopriamo che va bene anche così: con le nostre corazze ammaccate e i nostri due spicci in tasca.

 

Ada Rizzo, 17 Giugno 2026, Jesolo Italia


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