Iniziamo subito col dire una cosa che gli specialisti già sanno, ma che molti appassionati d’arte neppure immaginano: il giovane Maurits Cornelis Escher in matematica era una mezza frana.
Proprio lui, l'artista delle geometrie impossibili, delle tassellazioni perfette e delle architetture che sfidano le leggi della fisica, con i numeri non ci andava d'accordo. A farlo intendere non sono solo i risultati zoppicanti del suo percorso scolastico, ma lui stesso, che con mirata modestia confidava:
"Non una volta mi diedero una sufficienza in matematica… La cosa buffa è che, a quanto pare, io utilizzo teorie matematiche senza saperlo. Ero un ragazzo gentile e un po’ stupido a scuola. Immaginatevi adesso che i matematici illustrano i loro libri con i miei quadri! E io che vado in giro con gente colta quasi che fossi loro fratello o collega. Non riescono neppure a immaginarsi che io non ne capisco nulla".
Una matematica "visiva" e deduttiva
Come si spiega, allora, il legame viscerale tra la sua opera e la scienza esatta? La risposta sta nel fatto che quella di Escher era una matematica deduttiva, scansionante e puramente intuitiva. Non aveva bisogno di formule scritte; il suo cervello elaborava lo spazio attraverso il disegno, applicando concetti complessi sin dalle sue prime prove giovanili (come i celebri paesaggi italiani) per delineare e decostruire lo spazio visivo.
Escher suggerisce all’osservatore una serie di stranianti sovrapposizioni prospettiche. In pratica, l'artista fa confluire all’interno dell’opera:
- Ciò che vediamo realmente.
- Quanto avremmo potuto vedere cambiando punto di vista.
Il gioco degli opposti: quando il vuoto diventa pieno
Il segreto del fascino ipnotico delle sue opere risiede nella capacità di ribaltare le nostre certezze sensoriali attraverso regole geometriche ferree ma invisibili. Escher gioca costantemente a:
- Trasformare i pieni in vuoti (e viceversa), creando figure in cui lo sfondo diventa a sua volta un soggetto.
- Alternare le tonalità chiare con quelle scure, in un dialogo continuo tra luce e ombra che destabilizza l'occhio.
- Invertire l’ordine prospettico, confondendo il confine tra esterno e interno, o rimescolando i primi e i secondi piani.
Il risultato? Un'illusione totale. Escher ha dimostrato al mondo che non serve saper risolvere un'equazione per catturare l'infinito: a volte basta un foglio di carta, una matita e l'ardire di guardare il mondo al contrario.
Cosa ne pensi di questo paradosso? Qual è l'opera di Escher che ti ha fatto perdere la testa (e la bussola)? Faccelo sapere nei commenti!
Sergio Batildi
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