I VERSI PIÙ BELLI una poesia di Vincenzo Savoca

 


I VERSI PIÙ BELLI


Versi più belli non so scrivere, forse
per noia, per apatia od altro ancora.
Le mie poesie come ceri ch'io tento
d'accendere al ribollire del vento in
sere d'ozio, d'alone vermiglio il cielo
d'autunno. E le foglie!, sì tante! Una
ad una le saccheggio, e la voce sento
al lascito d'alberi che m'accora. Tanto
scrivo d'esse, e non una che renda la
malinconia del cuore davanti al foglio
bianco, quel ch'io già sapevo a mente.
Canto dell'ondeggio marino quando
al mattino si veste d'azzurro, e sulla
guazza un velo di sole plana, su muri
d'orto. E riprendono a fiorire i limoni.
Scrivo versi su notti assorte, chiuse in
vuoti recinti, ingabbiate d'infinito. Le
sento e le ascolto, sussurrano adagio
canti d'aggrovigliata mèlode quando
in alto salgono, nell'ambiguo chiarore
di stelle, zendale steso sulle chimere.
Oh!, quegl'istanti di luce!, sfavillare di
lumi le barche vestite di nero a sommo
d'onde tese dal vento, scaglie di mare,
picchi d'argento, barbigli lunari, pesci
volanti, sirene, luccichio di squame!
È questo il mio balbettio poetico che
scrivo. Parole di pietre, così dure e di
refrattario respiro, quando la luna da
nembi svola, com'ala d'uccello, appie'
d'angoli di cielo e con rumori d'astri.
Greto asciutto è il mio fiume, nido di
vuote piume! I versi più belli li tengo
per me, non fuggono da queste mura.
Cosa dire se io stesso non so chi sia?
Apro l'uscio alla mia muta compagna.
Solitudine ha il nome, e con me siede
su muraglie di pietra con la certezza
che nessuna certezza è nostra. Solo
l'effimera poesia che mai fu mia. Pure
mi basta un foglio per mettere in versi
il nulla della vita e l'altre smemoratezze.

VIncenzo Savoca
Ragusa 17 giugno 2026

Questa è una composizione intensa e profondamente introspettiva. Il componimento di Vincenzo Savoca si muove sul sottile crinale che separa la necessità di esprimersi e l’inevitabile senso di inadeguatezza che coglie il poeta di fronte all’impossibilità di tradurre l’ineffabile in linguaggio.

Il Paradosso della Parola

Il cuore del componimento risiede nel contrasto tra il desiderio di catturare la bellezza e la consapevolezza del limite. L'immagine dei versi come "ceri" che si tenta di accendere in mezzo al "ribollire del vento" rende perfettamente l’idea di una scrittura che è una sfida alla precarietà. Il poeta è consapevole che la scrittura è un tentativo di "saccheggiare" la natura (le foglie, il mare, la luce), ma percepisce costantemente il divario tra la realtà vissuta e il "foglio bianco".

La Natura come Specchio

La descrizione del paesaggio non è mai semplice sfondo, ma diventa estensione dello stato d'animo:

  • L'autunno e i limoni: Il ciclo delle stagioni sottolinea la malinconia, ma anche la capacità di rinascita ("E riprendono a fiorire i limoni"), che stride con la staticità del poeta.

  • Il mare e la notte: Qui la lingua si fa quasi barocca, densa di immagini ("barbigli lunari", "scaglie di mare"), segno che, nonostante l'autocritica del poeta, la parola è capace di elevarsi a visioni potentissime.

Il Tema della Solitudine e dell'Identità

La chiusura è di una lucidità disarmante. La solitudine non è subita, ma viene accolta come una "muta compagna". C’è una rinuncia alla ricerca di certezze assolute: la poesia, che il poeta definisce "effimera" e che dichiara "mai fu mia", diventa l'unico strumento possibile per dare una forma al "nulla della vita".

Sergio Batildi 

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