I Savoia, la legge e quella matita del 1946: il lungo cammino delle donne che ha cambiato la storia della Repubblica - Di Ada Rizzo

 


Facciamo un salto indietro, e poi un brusco risveglio in avanti. C'è un paradosso incredibile nella storia della giustizia: l'idea che il tempo scorra sempre verso il progresso è, purtroppo, una mezza bugia.

Mettiamo a confronto due mondi. Da un lato la Sardegna del 1300, considerata "barbara" e medievale; dall'altro l'Italia del Novecento, quella delle automobili, della TV e della modernità. Se guardiamo come trattavano le donne, scopriamo che la macchina del tempo, per secoli, ha viaggiato al contrario.

Oggi, 2 giugno, siamo abituati a celebrar la nascita della Repubblica e la fine della monarchia. Ma la vera, enorme rivoluzione di quel giorno del 1946 fu un'altra: il primo voto politico nazionale a suffragio universale. E a ben guardare, il voto femminile fu il motore decisivo di quel cambiamento.

Ada Rizzo



La radice del codice: un progetto di famiglia

Per onestà storica, bisogna smontare un mito: la Carta de Logu non nacque dal nulla per un'intuizione solitaria. Fu invece un monumentale progetto di Stato, ideato e avviato dal padre di Eleonora, il lungimirante giudice Mariano IV d'Arborea, e portato avanti dal fratello Ugone III.

Eleonora d'Arborea ebbe il ruolo politico e civile più grande: ereditò quel testo, lo revisionò, lo ampliò e, intorno al 1392, lo promulgò ufficialmente, rendendolo la legge dello Stato. Se la macchina della giustizia sarda era stata progettata dagli uomini della sua dinastia, fu una donna a darle l'impronta definitiva, a firmarla e a trasformarla in un codice così solido da attraversare i secoli.


Il Cortocircuito della Storia

Se guardiamo la linea del tempo del diritto italiano, ci accorgiamo di quanto la "modernità" sia stata, per le donne, una gabbia più stretta del Medioevo.

1392 — La svolta di Eleonora (Medioevo Sardo)

Viene promulgata la Carta de Logu. Lo stupro è punito duramente come un reato contro la persona. Se la donna rifiuta il matrimonio riparatore, l'aggressore deve pagarle una dote per garantirne l'indipendenza economica.

1930 — Il grande passo indietro (Italia Fascista)

Entra in vigore il Codice Rocco nell'Italia fascista. Lo stupro diventa un reato "contro la moralità pubblica e il buon costume". Lo Stato protegge il "pudore collettivo", non il corpo della donna.

1965 — Il 'No' di Franca Viola

Una giovane donna siciliana rifiuta il matrimonio riparatore con il suo rapitore e violentatore. È la prima volta che una cittadina sfida pubblicamente una legge patriarcale radicata.

1981 — Addio alle leggi dell'onore (Italia Contemporanea)

Dopo decenni di battaglie, l'Italia repubblicana cancella finalmente il matrimonio riparatore e il delitto d'onore.

1996 — Lo stupro torna crimine contro la persona (Ieri, praticamente)

Ci vogliono 56 camere legislative e una fatica immensa per stabilire che la violenza sessuale colpisce l'individuo e non la morale comune. L'Italia ci arriva 604 anni dopo Eleonora d'Arborea.


I tre pilastri "moderni" che l'Italia ha difeso fino a ieri

Per capire quanto fossimo indietro rispetto al codice sardo del XIV secolo, basta guardare i tre istituti giuridici che la legge italiana ha protetto fino a quarant'anni fa:

 

Lo stupro come "problema di decoro": Se venivi violentata nell'Italia degli anni '70, per il codice penale non eri tu ad aver subìto un danno: era la sensibilità della collettività a essere stata offesa.

 

Il Matrimonio Riparatore (L'ex Articolo 544 c.p.): Il colpo di spugna perfetto. Un uomo rapiva e violentava una donna? Bastava che la sposasse (spesso con matrimoni forzati o tramite la cosiddetta fuitina) e il reato si estingueva. Il processo si cancellava e lo stupratore era libero, mentre la vittima era condannata a vita a convivere con il proprio carnefice per salvare "l'onore" della famiglia.

 

Il Delitto d'Onore (L'ex Articolo 587 c.p.): Se un uomo scopriva una relazione illegittima della moglie, della figlia o della sorella e la uccideva per riparare la reputazione infangata, la legge gli faceva lo sconto. Rischiava appena da 3 a 7 anni di carcere, cavandosela spesso con pochissimo grazie alle attenuanti. L'onore della famiglia valeva più di una vita femminile.


 

La crepa nel sistema: Franca Viola

Le leggi cambiano quando qualcuno decide di non piegarsi. Nel 1965, in una SICILIA in cui il matrimonio riparatore era la norma sociale accettata da tutti per "salvare la faccia", una ragazza di diciassette anni di nome Franca Viola squarcia il velo dell'ipocrisia. Rapita, segregata e violentata, Franca dice di no. Rifiuta le nozze con il suo carnefice.

Il suo non è solo un atto di coraggio personale; è una rivoluzione giuridica dal basso. Franca Viola applica nei fatti, da sola, lo spirito profondo di quella Carta de Logu di secoli prima: rivendica che il suo corpo e la sua dignità appartengono a lei, e non all'onore della sua famiglia o alla morale dello Stato. Nonostante il clamore del suo caso, lo Stato italiano fu incredibilmente lento: ci vollero altri 16 anni da quel monumentale "no" prima che il Parlamento decidesse finalmente di cancellare l'articolo 544 dal codice penale.


L'Amara Ironia del "Progresso"

Quando leggiamo che nel 1827 il re sabaudo Carlo Felice abolì la Carta de Logu per introdurre leggi considerate più "moderne", notiamo un'amara ironia: per certi aspetti legati alla dignità, alla tutela e al valore della donna come individuo autonomo, l'Italia ha impiegato quasi un secolo e mezzo in più rispetto a quel codice scritto in sardo nel 1300 per raggiungere standard di civiltà paragonabili.

2 Giugno 1946: Il giorno in cui si è presentato il conto

Il progresso non è una linea retta. A volte le risposte più giuste le avevamo già scritte quattro secoli prima, nel cuore del Mediterraneo, e le abbiamo semplicemente dimenticate. Ma la storia, a volte, trova il modo di chiudere i suoi cerchi.

Nel 1946, alle urne per scegliere tra Monarchia e Repubblica si presentarono quasi 25 milioni di italiani. Di questi, le donne erano la maggioranza: circa 13 milioni contro 12 milioni di uomini. L'affluenza femminile fu oceanica (l'89%). La Repubblica vinse sulla Monarchia per un margine di circa 2 milioni di voti: la matematica ci dice che la fine della monarchia dei Savoia si deve, in larghissima parte, al voto delle cittadine.

Qui l'ironia della storia si trasforma in riscatto. Nel 1827 la dinastia sabauda cancella la legge di Arborea in nome di una presunta modernità patriarcale. Esattamente 119 anni dopo, sono proprio le donne, con una matita in mano dentro una cabina elettorale, a sfrattare i Savoia dall'Italia, incidendo in modo decisivo sulla nascita del nuovo Stato.

Le immagini di quel 2 giugno ci mostrano donne in file chilometriche, con i vestiti della festa. Molte scrissero nei diari di aver "strettissimo al petto la scheda come un tesoro". Non stavano solo scegliendo una forma di governo; stavano compiendo il primo passo per uscire da quel buio legislativo, spianando la strada alle battaglie di Franca Viola e delle generazioni successive.


Ecco perché celebrare il 2 giugno senza ricordare il peso del voto femminile è un errore. E farlo senza ricordare che l'Italia ha impiegato secoli per ritrovare la civiltà giuridica che lo Stato di Arborea aveva già codificato nel Medioevo, significa non capire che la libertà non è un processo scontato, ma un cammino lungo e faticoso che ha profondamente ridefinito la storia della nostra Repubblica.

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