Dall’occasione perduta di Kakome alle proteste di oggi: quanto costa all’Albania dire no agli investimenti? di Artur Nura - Pubblicato da Giuseppina De Biase




Le proteste che negli ultimi mesi hanno interessato diverse aree dell’Albania, in particolare attorno ai progetti di Zvërnec, dell’isola di Sazan e di Rrjoll, hanno riaperto una delle questioni più delicate per il futuro del Paese: come conciliare sviluppo economico, tutela dell’ambiente, diritti di proprietà e consenso delle comunità locali?

Il dibattito è acceso. Da una parte vi sono coloro che vedono nei grandi investimenti turistici un’opportunità storica per accelerare la crescita economica, creare posti di lavoro e trasformare l’Albania in una destinazione mediterranea di fascia alta. Dall’altra vi sono cittadini, associazioni e gruppi politici che chiedono maggiori garanzie sulla trasparenza dei progetti, sulla tutela ambientale e sul rispetto dei diritti dei proprietari.

Ma per comprendere ciò che potrebbe accadere oggi, molti osservatori guardano a un precedente che continua a far discutere: Kakome.

Il caso Kakome: una promessa mai realizzata

All’inizio degli anni Duemila, la baia di Kakome, nel sud dell’Albania, era destinata a diventare uno dei più importanti poli turistici del Paese.

Il gruppo francese Club Med aveva annunciato un investimento multimilionario per la costruzione di un grande resort internazionale. Il progetto prometteva occupazione, infrastrutture e l’ingresso dell’Albania nel circuito delle principali destinazioni turistiche del Mediterraneo.

Tuttavia, il progetto incontrò una forte opposizione da parte di numerose famiglie locali che contestavano la proprietà dei terreni coinvolti. Le proteste, i ricorsi legali e le dispute amministrative si trascinarono per anni.

Alla fine, l’investitore francese decise di ritirarsi. Per alcuni, Kakome rappresenta ancora oggi il simbolo di una grande opportunità perduta. Per altri, invece, è la dimostrazione che nessun investimento può essere realizzato ignorando i diritti di proprietà e le rivendicazioni delle comunità locali.

Vent’anni dopo: che cosa è diventata Kakome?

La domanda inevitabile è se la rinuncia al progetto abbia prodotto benefici alternativi per la zona.

A distanza di quasi due decenni, Kakome conserva una straordinaria bellezza naturale ma non si è trasformata in una destinazione turistica di riferimento comparabile alle più affermate località della Croazia, della Grecia o del Montenegro.

Non si è verificato quel boom economico che alcuni residenti speravano potesse arrivare attraverso un modello di sviluppo diverso. Allo stesso tempo, neppure il grande resort internazionale è stato costruito.

Il risultato è una situazione che molti descrivono come uno stallo: una baia rimasta sostanzialmente intatta ma che non ha conosciuto un significativo salto economico e occupazionale.

Le proteste di oggi e il turismo albanese

Le manifestazioni contro alcuni progetti attualmente in discussione hanno alimentato nuove preoccupazioni nel settore turistico.

Diversi operatori hanno dichiarato ai media albanesi che le immagini delle proteste e delle tensioni politiche stanno influenzando la percezione del Paese presso alcuni visitatori stranieri. In alcune località sono state segnalate cancellazioni e una riduzione delle prenotazioni.

Sebbene non esistano al momento dati ufficiali che confermino una riduzione nazionale del 30% delle prenotazioni, il dibattito ha riacceso una domanda fondamentale: fino a che punto le proteste possono influenzare l’economia e l’immagine internazionale dell’Albania?

Da Kakome a Zvërnec e Sazan: l’Albania rischia di ripetere la stessa storia?

Le controversie che oggi coinvolgono Zvërnec, l’isola di Sazan e Rrjoll ricordano, almeno in parte, le dinamiche già viste a Kakome.

Anche in questi casi emergono contestazioni legate alla proprietà dei terreni, alla tutela dell’ambiente e alla trasparenza delle procedure.

Parallelamente, il governo sostiene che tali investimenti potrebbero rappresentare una svolta per il turismo nazionale, attirando visitatori ad alto reddito e rafforzando la competitività dell’Albania nel Mediterraneo.

La vera questione è quale direzione prenderanno questi progetti.

Scenario uno: la strada di Kakome

Nel primo scenario, le dispute sulla proprietà, i ricorsi giudiziari e il conflitto politico continuano per anni.

Gli investitori potrebbero decidere di ridurre il proprio impegno o addirittura ritirarsi, orientando i capitali verso altri Paesi della regione considerati più stabili e prevedibili.

La concorrenza non manca. Grecia, Croazia e Montenegro continuano ad attrarre investimenti turistici internazionali e potrebbero beneficiare di eventuali ritardi o rinunce da parte degli investitori interessati all’Albania.

In questo caso, Zvërnec, Sazan o Rrjoll rischierebbero di seguire un percorso simile a quello di Kakome: lunghi anni di controversie e opportunità economiche rimaste sulla carta.

Scenario due: la strada degli standard europei

Esiste però anche un secondo scenario.

Se le controversie venissero affrontate attraverso procedure trasparenti, con pieno rispetto dei diritti di proprietà, adeguate compensazioni e rigorose garanzie ambientali, i progetti potrebbero essere realizzati secondo standard comparabili a quelli delle più avanzate destinazioni turistiche europee.

In questo caso, l’Albania potrebbe sviluppare una nuova generazione di infrastrutture turistiche capaci di attrarre investimenti, aumentare l’occupazione e migliorare la qualità dei servizi.

I sostenitori di questa visione ritengono che il Paese abbia oggi l’opportunità di compiere un salto di qualità simile a quello vissuto da altre economie mediterranee negli ultimi decenni.

Chi si assume la responsabilità?

La discussione porta inevitabilmente a una questione politica.

In una democrazia, il governo deve assumersi la responsabilità delle proprie decisioni e dei risultati che produce. Tuttavia, anche coloro che chiedono di fermare investimenti, bloccare progetti o sostituire governi eletti con governi tecnici influenzano direttamente il futuro economico del Paese.

Molti cittadini si domandano se chi si oppone a un investimento debba anche indicare un’alternativa concreta in termini di sviluppo, occupazione e crescita.

Altri ritengono invece che il compito delle proteste sia semplicemente quello di impedire decisioni considerate sbagliate, lasciando successivamente alla politica il compito di individuare soluzioni diverse.

Il bivio dell’Albania

L’Albania si trova oggi davanti a una scelta che potrebbe influenzare il suo sviluppo per molti anni.

L’esperienza di Kakome dimostra che un investimento può essere fermato. Non dimostra però automaticamente che ciò produca prosperità alternativa.

Allo stesso modo, l’approvazione di un grande progetto non garantisce da sola benefici economici diffusi se mancano trasparenza, legalità e consenso sociale.

Per questo motivo, il vero confronto non è tra sviluppo e ambiente, né tra investimenti e proteste.

La sfida è capire se il Paese riuscirà a garantire contemporaneamente certezza giuridica, tutela del territorio e attrazione dei capitali.

Se questo equilibrio verrà trovato, Zvërnec, Sazan e Rrjoll potrebbero diventare esempi di sviluppo moderno e sostenibile.

Se invece prevarranno conflitti, incertezza e contrapposizioni permanenti, il rischio è che l’Albania si ritrovi ancora una volta a discutere, tra vent’anni, di un’altra occasione mancata.
Invito alla lettura su italianewspost.com
Per ulteriori approfondimenti su cultura, società, salute, scienza e grandi temi del nostro tempo.

Commenti