Da Platone a Lucrezio: la grammatica dell'amore (e del disincanto) in W.H. Auden.
Pubblicato da Francesca Giordano
C'è un momento preciso in cui la poesia del Novecento smette di guardare le stelle e si siede al tavolo di una cucina, tra tazze di caffè freddo e fatture da pagare. Quel momento ha la voce ironica e colta di Wystan Hugh Auden. Se il Romanticismo ci aveva abituati a un amore che muove il sole, Auden ci ricorda che l'amore, spesso, muove solo la nostra goffaggine.
Nel suo universo, il sentimento amoroso vive in un costante paradosso: inizia come scommessa assoluta e finisce, attraverso il filtro del sarcasmo, per rivelare un'assenza. Un percorso di disincanto che il poeta britannico compie riscoprendo due giganti della filosofia antica: Platone e Lucrezio.
L'illusione platonica e la freccia del sarcasmo
Auden conosce intimamente la filosofia classica. Nella sua prima produzione risuona l'eco del Platone del Simposio: il mito dell’Androgino, l'idea dell’amore come tensione verso l'Assoluto e ricerca della propria metà mancante.
Tuttavia, Auden è un figlio disilluso del XX secolo. Capisce subito che l’essere umano non è una creatura angelica, ma un "io" imperfetto ed egoista. È qui che scatta il suo celebre sarcasmo, usato non per cinismo, ma come scudo terapeutico. La ricerca della metà platonica si scontra con la realtà: l'altro non è una chiave di volta mistica, è solo un altro essere umano che ci deluderà. Quando Auden scrive versi come "Sia l'amore, se non può essere uguale, il più amante a essere io", ribalta il mito. L’amore sublime si rivela una proiezione unilaterale. Un'illusione che svanisce, lasciando il vuoto.
La cura di Lucrezio: amiamo corpi, non dèi
Se Platone è l’illusione di partenza, l’approdo segreto di Auden è il lucido materialismo di Lucrezio. Nel IV libro del De Rerum Natura, il filosofo romano spogliava l'amore da ogni misticismo: è solo un inganno dei sensi, una cecità biologica che ci fa divinizzare l'amato. Lucrezio invitava a guardare i difetti della carne per non impazzire.
Auden fa propria questa eccezionale lucidità. L'amore finisce perché, sotto l'effetto del tempo e dell'ironia, scopriamo che stavamo amando un fantasma inventato da noi. Nella celebre poesia Lullaby ("Ninna nanna"), il poeta stringe l'amante sapendo che la noia e l'infedeltà sono già dietro l'angolo, e sussurra: "Lascia che il dormiente umano trovi / un corpo mortale, colpevole, ma per me totalmente bello".
Niente eternità: l'obiettivo è puntato sulla decadenza. Quando il sarcasmo svela il trucco, l'amore ideale sparisce, lasciando il posto a una sobria accettazione della realtà.
Il verdetto
Per Auden, l’amore "finisce che non c'è più" nella sua veste romantica. Ma è proprio in questa assenza, ripulita dai falsi idoli, che nasce la sua poesia più vera. Crollato Platone, resta la verità lucreziana della nostra fragilità. Il sarcasmo ci protegge dal dolore, e la poesia ci permette di sorridere del naufragio dei nostri sentimenti, accettando di essere, dopotutto, magnificamente imperfetti.
Che ne pensi di questo ritmo? Secondo me così i concetti "arrivano" come frecciate, perfetti per i lettori del blog!
Lullaby ninna nanna
Lullaby (conosciuta in Italia proprio come "Ninna nanna", scritta nel 1937) è forse il capolavoro assoluto di Auden, ed è il fulcro perfetto per il tuo articolo su Alessandria Post. È la poesia che incarna esattamente quel passaggio dall'amore ideale al disincanto di cui parlavamo.
Immagina la scena che Auden dipinge: due amanti a letto, uno dorme con la testa appoggiata sul petto dell'altro. Una situazione che un poeta romantico avrebbe descritto come "eterna" e "sacra". Auden, invece, fa entrare subito il tempo, la carne e la fragilità umana.
"Lay your sleeping head, my love, / Human on my faithless arm..." ("Poggia la tua testa che dorme, amore mio, / umana sul mio braccio infedele...")
Vedi la genialità (e il sarcasmo implicito)? Non dice "braccio forte" o "amore eterno", dice "braccio infedele". Auden mette le mani avanti: l'infedeltà, il tradimento, la fine dell'amore fanno già parte dell'equazione, fin dal primo momento.
E poi arriva la strofa che si collega direttamente a Lucrezio, dove il poeta spoglia l'amante di ogni divinità:
"But in my arms till break of day / Let the living creature lie, / Mortal, guilty, but to me / The entirely beautiful." ("Ma tra le mie braccia fino all'alba / lascia che la creatura vivente giaccia, / mortale, colpevole, ma per me / totalmente bella.")
In Lullaby, Auden scrive la ninna nanna più bella e spietata del Novecento. Mentre stringe l'amato, non vede un dio platonico, ma un essere "mortale e colpevole". L'amore romantico non c'è già più, sostituito dalla consapevolezza che tutto è precario. Eppure, in quel "braccio infedele" che stringe l'altro, c'è la più onesta delle tenerezze.
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