Cosa ci Insegna il Fenomeno della Tiktoker Comi sulla Deriva della Dignità Contemporanea. Di Ada Rizzo

 



C’è un momento preciso in cui l’indignazione cessa di essere una reazione istintiva e diventa una necessità sociologica. Accade quando, scorrendo i feed dei nostri social network, ci si imbatte nel profilo di una delle tante influencer che popolano il mondo digitale. Questa volta si tratta di Michelle Comi, uno dei volti più seguiti su TikTok, diventata un vero e proprio caso mediatico per aver offerto alle sue follower "consigli" su come fare le mantenute e pretendere che gli uomini paghino ogni cosa. Una provocazione che ha radici profonde nel suo percorso: in passato, la tiktoker era già balzata agli onori delle cronache per aver chiesto ai suoi follower, da lei pubblicamente definiti "sudditi", di pagarle un intervento di chirurgia estetica al seno, raccogliendo i fondi necessari nel giro di pochissime ore.



Davanti a un milione di persone che pendono dalle labbra di questo personaggio, la reazione più immediata è lo sconforto. Ci si chiede come sia possibile che migliaia di ragazze la prendano a modello e ideale, e se secoli di lotte per l’indipendenza femminile non siano stati improvversamente barattati in cambio del nulla. Tuttavia, per comprendere questo fenomeno, non basta fermarsi alla superficie. Bisogna analizzare i meccanismi profondi che stanno silenziosamente ridisegnando la nostra struttura culturale.


L'equivoco della strategia: Opportunismo istintivo, non genialità

Di fronte a una simile capacità di catalizzare l'attenzione, l'errore più comune è attribuire a Michelle Comi una raffinata strategia di marketing o una mente diabolica. Il "fenomeno Comi" non nasce da un piano studiato a tavolino, né da un'intelligenza superiore. C'è, al contrario, un adattamento istintivo al ribasso e un cinismo elementare che risponde perfettamente alle logiche perverse del web.

Se analizziamo questo specifico fenomeno a posteriori con gli occhi della sociologia, possiamo individuare tre leve psicologiche su cui le sue provocazioni fanno presa:

 

L'ostentazione dell'assurdo: Dire l'indicibile (promuovere la sottomissione economica come un privilegio) crea uno shock che cattura immediatamente l'attenzione del pubblico.

 

L'illusione della scorciatoia: In un mondo in cui il lavoro è precario e faticoso, proporre l'idea di una vita lussuosa a costo zero esercita una forte attrazione su chi è più fragile o privo di prospettive.

 

Il voyeurismo del potere: Definire i propri fan "sudditi" crea una dinamica di sottomissione psicologica in cui gli utenti si sentono paradossalmente gratificati nel far parte della cerchia di una persona materiale.

 

Ma queste leve non sono il frutto di uno studio consapevole da parte dell'influencer; è l'algoritmo stesso delle piattaforme che fa la strategia al posto suo. Il meccanismo si basa sul riflesso condizionato, simile a quello di un animale in una gabbia che impara quale tasto premere per ottenere il cibo. Si parte da un tentativo casuale, magari una sparata più grossa o volgare del solito. Quella provocazione genera una valanga di insulti e commenti indignati. Per l'algoritmo di TikTok, l'indignazione è pura interazione (engagement), e per questo inizia a spingere il video ovunque.

Chi è privo di forti barriere morali, consapevolezza o un’educazione familiare basata sulla dignità del lavoro e sul pudore, nota il picco di visualizzazioni e capisce l'antifona: inizia così a ripetere meccanicamente e a scimmia l'unica cosa che porta soldi e popolarità facile. Il fenomeno, dunque, si precisa come una cinica scelta di sopravvivenza digitale, un adattamento camaleontico al sistema che premia il rumore a scapito del valore.


La deriva dei valori e lo slittamento dell'accettabile: La Finestra di Overton

Il vero pericolo di questo modello non risiede nell’esistenza della singola influencer, ma nell’effetto assuefazione che genera sul pubblico, innescando una drammatica deriva dei valori. È qui che entra in gioco la Finestra di Overton, la teoria sociologica che spiega come idee un tempo ritenute inaccettabili possano essere gradualmente normalizzate.

Attraverso la ripetizione e il bombardment mediatico, il comportamento della tiktoker attraversa tappe precise: da impensabile e scandaloso diventa prima accettabile, poi viene giustificato come "scelta di business", fino a essere percepito come una tendenza diffusa ed emulata. La nostra soglia di tolleranza si sposta. Ci si abitua al degrado valoriale, e chiunque provi a sollevare una critica richiamando a principi di decenza viene liquidato come "antiquato" o "bacchettone".


La deriva nella Modernità Liquida di Zygmunt Bauman

Questo scivolamento è tragicamente facilitato da quella che il sociologo Zygmunt Bauman ha definito modernità liquida. Nella nostra società contemporanea, tutte le strutture solide del passato – le istituzioni, le ideologie, i legami comunitari, il valore storico del lavoro come pilastro dell’identità – si sono dissolte. In una realtà in cui tutto scorre ed è precario, l'unica certezza sembra essere diventata il consumo immediato.

Nella liquidità baumaniana, l'individuo si trasforma da produttore (di senso, di opere, di pensiero) a consumatore. E la merce più preziosa da vendere e consumare diventa il sé. Senza una bussola interna di valori forti, le persone diventano vulnerabili alle lusinghe dell’approvazione virtuale e dell’opulenza rapida. Il successo non è più la conseguenza di un talento o di un percorso straordinario, ma un obiettivo vuoto da raggiungere a ogni costo, anche a costo della propria dignità. Il femminismo stesso viene svuotato dall’interno: l'autodeterminazione, conquistata per liberare le donne, viene paradossalmente invocata per giustificare la scelta regressiva di mercificarsi.


L'atto di resistenza culturale

Come si contrasta questo livellamento verso il basso? La risposta non sta nella censura, né nell'indignazione sterile che finisce solo per nutrire gli algoritmi di TikTok. La risposta sta nella costruzione di anticorpi culturali stabili.

È necessario promuovere un atto di vera e propria "resistenza", che rallenti il tempo e offra modelli alternativi solidi. C’è una scuola, una famiglia, una parte di società che deve riappropriarsi del gusto di dare voce a chi ha costruito la storia e la cultura con il pensiero e il coraggio. Bisogna insegnare alle nuove generazioni i nomi e le vite di chi ha lottato senza mai barattare se stessa: da Ipazia a Virginia Woolf, da Emily Dickinson a Charlotte Brontë.

Mostrare alle bambine e ai bambini di oggi la bellezza di una vita spesa a rincorrere sogni attraverso lo studio, le competenze e la fatica è l'unico modo per prosciugare la palude della mediocrità liquida. Perché, come la storia ci insegna, la classe non è acqua e la dignità non la si compra. E, soprattutto, non può essere messa in vendita.


 

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