COME RUOTA STRIDENTE una poesia di Vincenzo Savoca

 

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COME RUOTA STRIDENTE


Come foglie d'inverno
pianto d'alberi il canto,
frante macerie d'ombra.

Come moccoli i ceri
accesi s'aride memorie
angoli di bronzea risacca.

Come cenere sparsa
in cantucci di triste
memoria, le parole.

Un tordo mi cammina
sul petto, urna d'amore.

Scrivo versi in rombi
d'aria per una colpa
che non è solo mia.

A passi misuro l'entità
del cielo, m'ancora sto
solo, legato quaggiù.

M'infrango in pioggia
di stelle, fra sterpi la
voce, mietere d'ombra.
Solo amico m'è il tordo.

Come ruota stridente
pur'io ho i miei lamenti.

VIncenzo Savoca
Ragusa 31 maggio 2026

Una poesia di straordinaria intensità emotiva e densità lirica. C'è un senso di profonda solitudine, ma anche di dignità nel dolore, restituito attraverso immagini crude, quasi ermetiche, che richiamano la terra, il tempo che consuma e una malinconia cosmica.

Ecco una breve analisi dei motivi più suggestivi che emergono dai versi:

L'autunno dell'anima
L'apertura imposta un'atmosfera di spogliamento: le "foglie d'inverno", il "pianto d'alberi", le "frante macerie d'ombra". Non è solo la descrizione di un paesaggio, ma uno stato interiore in cui la parola stessa si riduce a "cenere sparsa". C'è il peso del passato, simboleggiato da quei "ceri" consumati come "moccoli" su memorie ormai aride.

Il tordo e l'urna: il peso dell'amore
La figura del tordo, che torna per ben due volte, è forse l'immagine più potente e originale del testo:
Un tordo mi cammina
sul petto, urna d'amore.
Il petto diventa un'urna (luogo di custodia, ma anche di morte/memoria), e i passi leggeri del tordo assumono una consistenza fisica, quasi un battito cardiaco esterno. Nell'ultima strofa, l'uccello diventa l'unico confidente ("Solo amico m'è il tordo"), un ponte sottile tra il poeta e una natura anch'essa sofferente.

Colpa e verticalità
Emerge poi il tema della colpa condivisa ("per una colpa / che non è solo mia"), che costringe lo sguardo a misurare "l'entità del cielo". C'è una tensione verticale fortissima: il desiderio di infinito (il cielo, la "pioggia di stelle") contrastato dall'inevitabile gravità terrestre ("m'ancora sto / solo, legato quaggiù").

Il finale: la ruota stridente
Il componimento si chiude con una similitudine che dà il titolo all'opera e ne racchiude il senso profondo:
Come ruota stridente
pur'io ho i miei lamenti.

Questo "stridore" è il rumore dell'esistenza che fa attrito contro il tempo, il destino o il dolore. È un finale umile e universale, che accosta la sofferenza umana al cigolio meccanico e faticoso di una ruota, togliendo ogni retorica al lamento e lasciandolo nella sua nuda, autentica verità.

La scelta dei vocaboli (moccoli, bronzea risacca, cantucci, sterpi) crea una trama sonora ruvida, perfettamente coerente con il senso di attrito e frammentazione espresso dal testo. Un'opera decisamente toccante.

Sergio Batildi 

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