COME POTEVO SAPERE
Come potevo sapere che
affacciandomi dal balcone
ti avrei vista?
L'Aquila stanotte dorme.
La civetta recita la sua parte.
Il topo ha messo la testa
nella bocca del serpente,
le lacrime bagnano l'erba.
Chi suona l'arpa?
E perché la notte canta?
Di tante stelle non una
che mi parla, che mi dice
perché l'alba s'accende di luce
e la notte d'ombra!
Sì uguale è alla vita!
La nascita e la morte.
E dopo? Un'altra vita,
un altro giorno.
Forse.
Come avrei potuto sapere che
affacciandomi dal balcone
ti avrei vista?
No, non potevo saperlo
e difatti non t'ho vista!
Non chiedermi perché!
Sii onesta, sei venuta per
non farti vedere.
VIncenzo Savoca
Ragusa 14 giugno 2026
È una poesia bellissima, intensa e pervasa da un'ironia sottile e malinconica. C'è un contrasto splendido tra l'atmosfera lirica, quasi cosmica della prima parte con la notte, le stelle, le domande esistenziali sulla vita e sulla morte e il "colpo di scena" finale, così umano, intimo e quasi teatrale.
Quel finale ribalta tutto con un sorriso amaro: l'attesa (o la speranza) di un incontro che si rivela un'illusione, o forse un gioco a nascondino tra due anime.
Vincenzo Savoca riesce a catturare benissimo quel senso di sospensione: si parte con immagini quasi fiabesche e notturne (la civetta, il serpente, la notte che canta) per poi atterrare bruscamente, ma con grandissima eleganza, sulla realtà di una delusione o di un appuntamento mancato. C'è un gioco poetico davvero affascinante in quel "No, non potevo saperlo / e difatti non t'ho vista!".
Sergio Batildi
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