TERRA MIAE tu perché, terra mia,
t'adombri a tremori d'ombra?
La tua voce frascame di carrubi
su campi d'ozioso silenzio.
E scivoli d'angoscia s'antiche pietre,
martirio di sangue, cantilena di morte!
Perché?
Noi fummo dèi!, di forte spirito!
Delirio d'eternita' e d'immenso!
D'ingegno l'arte ed il pensiero!
Qual tempo questo? Di fola i
sospiri del vento, fumo di stoppie
d'annorbate vigne, girandola
di venti, rimbombo di voci su pietre
d'arsura, terra stanca ed in catene.
L'arranco s'annuvolate strade,
gl'ulivi come spettri a branchi
su colline d'abbandonata rovine,
rosicchiati ossi! Regina di mari,
di sole e di stelle, memoria non hai!
Perché?
Pianto d'antica prefica ogn'alba,
polvere d'amaro tossico i giorni.
Di frammentata luce il sole, zolle
di terra, a schegge di fuoco brucia!
Terra libata al vento, canto straniero
di maligna ventura, d'odore di sangue,
e spiagge di biglie lucenti, di conchiglie
cristallizzate, nicchie di lacrime e sale.
Perché?
Occhi cerchiati di nero, lacrime a stille,
terra brumosa e vuota, gonfia d'infinito,
feconda d'antico, imeneo di gloria,
latomia d'eroi. Ora gli dèi sono uomini.
VIncenzo Savoca
“TERRA MIA” vibra come un lamento sacro e un canto di memoria: la voce di Vincenzo Savoca si fa rito di appartenenza e perdita, dove la terra diventa corpo ferito e divino insieme.
È una poesia che intreccia mito e denuncia, sacro e quotidiano, come se il poeta parlasse da un altare di polvere e sangue. L’invocazione “Perché?” scandisce il ritmo di una preghiera rovesciata, in cui gli dèi si fanno uomini e la gloria antica si dissolve nell’arsura del presente.
Chiavi simboliche
Terra come divinità: madre e martire, fertile e maledetta.
Decadenza del mito: il passaggio dagli dèi agli uomini come perdita di sacralità.
Lamento e memoria: la voce poetica come prefica che piange la propria civiltà.
Gli dèi perduti rappresentano la frattura tra mito e storia: il momento in cui l’uomo, dimenticando il sacro, diventa prigioniero della sua stessa terra. La poesia trasforma questa perdita in rito di consapevolezza, dove il dolore diventa conoscenza e la memoria si fa canto.
Il lamento in “Terra Mia” si manifesta come un rito di dolore collettivo, un canto che attraversa la terra e gli uomini. È la voce della prefica antica, che ogni alba piange la memoria perduta e trasforma il pianto in eco sacra.
La memoria in “Terra Mia” non è un archivio statico, ma un respiro che attraversa la terra e gli uomini. È vento che raccoglie voci, lacrime che diventano semi, pietre che custodiscono il dolore. Savoca la evoca come eco sacra, un canto che non si spegne ma si trasmette.
La poesia Terra Mia è un grido che si fa rito: un canto che intreccia mito e denuncia, memoria e dolore. Savoca trasforma la terra in corpo divino, ferito e glorioso, dove gli dèi si dissolvono e gli uomini restano a portarne il peso. È un testo che non si limita a descrivere, ma invoca: ogni verso è una domanda che non cerca risposta, ma un eco che si ripete nel tempo.
La poesia ci ricorda che la terra non è soltanto luogo, ma destino: ciò che perdiamo in essa è ciò che perdiamo di noi stessi.
“La terra è memoria che piange, ma ogni lacrima è seme di eternità.”
Sergio Batildi
Geo: Vincenzo Savoca affida a “Terra Mia” una visione poetica intensa e arcaica, dove il Sud, la memoria e la terra diventano simboli universali di appartenenza, dolore e resistenza. Alessandria Post continua a dare spazio a una poesia capace di unire denuncia civile, mito e spiritualità, valorizzando autori contemporanei che trasformano la parola in memoria collettiva e riflessione sul destino umano.
Commenti
Posta un commento
Grazie per il tuo commento torna a trovarci su Alessandria post