Questa lirica è un’intensa e sincera elegia del dolore per la perdita della madre. Savoca riesce a trasformare il lutto personale in un’esperienza universale, usando un linguaggio semplice ma denso di immagini evocative.
Il titolo stesso è potente: «pietre d’antiche memorie» diventa il simbolo concreto di ciò che resta quando tutto il resto svanisce: la durezza della pietra contrapposta alla tenerezza mancata degli abbracci. Il poeta si perde in un «vortice d’annebbiato vuoto», tra sguardi assenti, voci che non rispondono più e ricordi che, invece di consolare, feriscono.
Particolarmente toccante è il contrasto tra il freddo della pietra e il calore cercato nel petto materno: «Ed affondo la mia faccia / sul tuo petto, su pietre / d’antiche memorie». È un’immagine fortissima, quasi fisica, che mescola il desiderio di ritorno all’infanzia con la consapevolezza dell’irreparabile. Il vento che batte su muri e fronde porta ancora la voce della madre, quasi a suggerire che la natura stessa custodisce le tracce di chi non c’è più.
Lo stile è diretto, senza eccessivi orpelli retorici, e proprio per questo colpisce. Il ritmo è quello di un respiro affannoso, di chi cerca e non trova, fino allo sfogo finale: «Mi manchi madre mia!». Un grido nudo, senza filtri, che chiude la poesia con grande forza emotiva.
Punti di forza: autenticità del sentimento, uso efficace della metafora della pietra, capacità di rendere visibile il vuoto.
Complimenti a Vincenzo Savoca per aver saputo dare voce a un dolore che molti provano ma pochi riescono a esprimere con questa sincerità.
Sergio Batildi.
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